Su questa panchina

Io resto qui. Resto una notte intera. Ad aspettare qualcuno che so non arriverà. Ad attendere te che sei nei miei pensieri e nel mio corpo – sì anche nel mio corpo, perché nel mio naso c’è il tuo odore di miele, nelle mie mani le tue guance rosse come lava, nella mia bocca quel tuo sapore agrodolce. Agrodolce come te, che mi concedi e mi togli il respiro, proprio quando in debito di ossigeno ho bisogno di fare respiri profondi. – Ma non voglio un ossigeno qualsiasi, voglio quello che hai già respirato tu.
Resto su questa panchina. A vivere una vita che mi ha dato meno di quello che meritavo, meno di ciò che vorrei.

Buonanotte mondo; buonanotte a te – mi ritiro in un mondo possibile dove sei tu, io e noi.


È così quando non ci si sente liberi.

∃x(φ(x))

Paura d’amore, amor di paura

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È così sottile lo strato tra amore e paura — la paura di perdersi, la paura di perderti. Eppure è proprio dalla loro unione che è possibile la cucitura fra le nostre metà. Perché tu hai impresso in me l’amore della paura ed io in te la paura dell’amore. O forse è stato esattamente l’inverso. Ed è davvero sottile ciò che unisce e ciò che separa — tutti ambiamo all’amore, ma tutti abbiamo paura di dimostrarlo. Tanto è intricata la questione dell’amore con quella della paura, che io stesso ho paura a scrivere articoli che parlano, che parlano di te — lo sai quanti problemi sorgono nella mia mente, eppure, ogni volta, tu riesci a risolverli. Tu sei la soluzione a tutti i miei problemi.


Un’imprecisata notte di ottobre

∃x(φ)

È raro sentir battere il cuore

Non è facile trovare chi possa farti battere forte il cuore. Forse ci sono milioni di metodi per dimenticare chi ti ha fatto innamorare, ma nessuno che possa farti tornare il cuore a battere fin quasi a scoppiare. Innamorarsi è molto più difficile che dimenticare. Perché? Perché per dimenticare basta invecchiare, per amare bisogna costruire.
Tutti possiamo facilmente strappare pagine di un libro, in pochi possono scrivere il libro — questo libro è la nostra vita, insieme. “E questo è un libro senza fine, è un libro con finale aperto. Perché tu sei la mia apertura al mondo”, le parole più belle da dedicare dovrebbero essere queste. È che per innamorarsi bisogna perdersi nell’altro, ma in quante persone puoi perderti senza perdere il senso dell’orientamento? Così è l’amore. Ti perdi nell’altro, ma sai benissimo qual è la direzione da percorrere: la via verso il suo cuore. Ed a guidarti è proprio il suono del suo battito. Più il suono sarà forte, più riconoscerai il sentiero sul quale cammini: il sentiero verso la felicità.
Ed il coronamento dell’amore è, forse, più che nelle parole “ti amo”, nelle più semplici “sei la mia felicità”. Più semplici, ma più pure, più vergini, più eterne, più saporite — parole che valgono l’anima.


Un imprecisato giorno di luglio del 2016
Aggiunta posteriore: ∃x(φ)

Controfattuali e mondi possibili

Ci sono delle proposizioni che enunciamo frequentemente nel nostro discorso quotidiano. Proposizioni della cui validità non siamo per nulla dubbiosi, ma delle cui condizioni di verità saremmo non sicuri. Alcuni di questi enunciati sono i condizionali. Un condizionale è un enunciato del tipo: “Se A, allora B”. Chiamiamo la prima parte antecedente, la seconda parte conseguente. Possiamo per esempio dire: “Se c’è differenza di pressione, allora c’è vento”. Questo condizionale è vero in qualunque caso, tranne nel caso in cui A (differenza di pressione) sia vero e B (presenza di vento) sia falso — perché le conseguenze B, altrimenti detto, non seguirebbero dalle loro premesse A e la relazione tra conseguente ed antecedente non sussisterebbe.
Ci sono però anche altri tipi di condizionale.
Un condizionale controfattuale è un condizionale che va contro i fatti, del tipo: “Se A non si fosse verificato, allora B non si sarebbe verificato”. Cioè una frase il cui antecedente è falso rispetto al nostro mondo. Un condizionale di questo tipo si rappresenta formalmente così:

A □⇒ B

“Se A si fosse verificato, allora si sarebbe verificato B”. Questo è un condizionale vero? O è falso? Come possiamo sapere se un controfattuale sia vero o falso? Facciamo degli esempi per comprenderne la problematicità dal punto di vista logico:

  1. Se Boccaccio fosse morto a quattro anni, non avrebbe mai scritto il Decameron.
  2. Se Boccaccio fosse morto a quattro anni, avrebbe scritto il Decameron.

Nei nostri esempi, siamo intuitivamente attratti dall’idea che 1. sia vero e 2. sia falso. Perché? Perché valutiamo la verità di un controfattuale sulla base della nozione di somiglianza. Se ritenere vero un controfattuale non ci allontana troppo da come i fatti sarebbero andati nel nostro mondo attuale —supponendo vero l’antecedente— allora quel controfattuale è vero. In altre parole, la relazione di somiglianza è una relazione ternaria fra il nostro mondo e almeno altri due possibili mondi ideali, ossia situazioni alternative alla nostra. Dobbiamo cioè domandarci: è più simile al nostro un mondo nel quale un bambino morto a 4 anni avesse scritto il Decameron o un mondo nel quale un bambino di 4 anni non l’avrebbe scritto? Intuitivamente è più simile al nostro un mondo nel quale si verifichi il caso che un bambino non possa, date le leggi della psicologia cognitiva, scrivere un’opera tanto complessa. I mondi che hanno più fatti in comune e più leggi naturali in comune saranno quelli più simili fra loro.
Ci sono quindi tre mondi: w,,. Nel nostro mondo w Boccaccio non muore a quattro anni e quindi scrive il Decameron. Nel mondo si verifica il caso 1. e nel mondo si verifica il caso 2. Partendo dal nostro mondo w, ci allontaniamo più da esso ritenendo vero il caso 2. e quindi giungendo al mondo . Dunque, in base alla relazione di somiglianza, il mondo più simile al nostro è w¹ e con esso il caso 1. Possiamo quindi enunciare le condizioni di verità (cioè le possibilità nei fatti che rendono veri i nostri condizionali) di un controfattuale così come segue:

Un controfattuale è vero quando: (i) non ci sono mondi possibili, (ii) esiste un A-mondo in cui c’è B che è più vicino al nostro di un A-mondo in cui B non c’è.

 La condizione (i) soddisfa banalmente le nostre intuizioni: se non ci sono mondi possibili, o situazioni alternative, da valutare, allora il nostro controfattuale è vero in senso vuoto e in ogni caso. La condizione (ii) è quella che soddisfa i requisiti che crediamo debbano essere soddisfatti per ritenere vero un controfattuale. Un mondo in cui Boccaccio è morto (un A-mondo, appunto) e in cui non ha scritto il Decameron (conseguente B) è più vicino a come le cose sarebbero andate nel nostro mondo.
Data la relazione di somiglianza tra mondi, dobbiamo dire che essa è una relazione formale in cui valgono riflessività, totalità e sono possibili pareggi. Che la relazione sia riflessiva vuol dire che il nostro è il mondo più vicino a sé stesso, quindi se supponiamo che l’antecedente A sia vero nel nostro mondo, dobbiamo valutare la situazione alternativa in base al nostro solo mondo. Che la relazione sia totale vuol dire che ogni serie di A-mondi è paragonabile. Che siano possibili pareggi vuol dire che non deve sempre esserci il mondo più simile al nostro: possono benissimo esserci due mondi tanto simili fra loro da essere equamente simili al nostro.

Mani sporche I-III

Mani sporche I

Le mani sporche, sporche di inchiostro — sono queste le mani più belle che possa vedere, perché sono mani impregnate della forza del pensiero, delle emozioni, mani gravide d’anima.
E se trovi una persona con le mani sporche: stringila, tienila per mano, dalle le tue penne e sii il suo foglio bianco; tienila stretta, perché sporcherà anche il tuo mondo.
E sporcherà, con inchiostro che non si lava via, perché indelebile è tutto ciò che lascia una traccia sul cuore.


Mani sporche II

– Qual è il più bel trucco che una donna possa indossare sul suo corpo per piacerti?
– Il colore dell’inchiostro sulle mani. Tra un dito e l’altro, con quell’inchiostro, io scriverei la mia storia. E sarebbe una storia di baci, di sguardi, di abbracci — sarebbe la mia mano tatuata sulla sua, la mia mano nella sua. Così, la terrei sempre per mano. Così, camminerei sempre nella sua mano.


Mani sporche III

Ultimo quarto dell’ora. Lei entrò in aula, lui aveva già finito lezione da un po’ e la aspettava lì, impaziente di vederla. Si conoscevano da appena una settimana, forse anche meno, eppure si cercavano — sapevano che l’uno cercava l’altra, ma quel giorno a cercarsi sarebbero state le loro mani. D’altronde è così che si inizia: si inizia dalle mani.
Sedette accanto a lui.
Lui non riusciva a controllare la tensione: lei lo faceva sentire così goffo e timido, che iniziò a muovere la gamba su e giù per scaricare un po’ della tensione che stava accumulando. E lei, lei gli bloccò il movimento poggiando le sue mani sulla gamba di lui. Non fece alcuna pressione, ma il suo tocco fu ugualmente avvertito come fortissimo. —Solo qualche tempo più tardi avrebbe capito che le carezze di lei gli avrebbero calmato persino un attacco di panico e lacrime —. E fu in quel momento che fece caso alle mani, di lei, alle sue mani sporche di inchiostro. Non poteva resistere dall’accarezzarle e con una scusa (la più banale delle scuse) prese la sua mano e disse: “Che significato hanno questi anelli?”. Riuscì a sporcarsi anche lui, sebbene solo per un attimo. Ma fu quello l’attimo in cui sentì che lei era quella giusta, fu quello l’attimo in cui lei fece passare il suo inchiostro sul corpo di lui.

Oggi? Oggi non mi restano che i tatuaggi di quell’inchiostro. E sono ancora sporco, sai? 


3 luglio 2016
∃x(φ)

Dove non c’erano persone

Era ricolmo di rabbia. Una rabbia non scritta, una rabbia non sentita da nessuno se non da lui stesso. In molti lo guardavano spesso — lo guardavano troppo — eppure nessuno era in grado di squarciare quel velo di insana invenzione che raccontava una spensieratezza ed un godersi la vita senza freno e senza afflizione. Un velo che celava, invece, tutta quell’ira.
Egli stesso a sé stesso nascondeva quell’orrore che gli gonfiava l’ego e gli sputava in faccia la sua esistenza come fosse la causa di tutto ciò che poteva fargli del male. “Rabbia, è da sempre il tormento di ogni mio attimo” si ripeteva.
Guardò oltre, andò un po’ più in là. Dove non lo raggiungevano le parole, dove non c’erano persone. Sapete cosa vide? Ancora una volta, una possibilità. Vide uno spiraglio per sopravvivere, per uscire fuori da quella gabbia toracica che gli stava stretta, una possibilità per urlare un po’ di più e un po’ dando meno nell’occhio. Chi l’avrebbe compreso? Nessuno. Perché nessuno l’avrebbe sentito urlare.

O forse restò così zitto da fare un rumore assordante soltanto per chi c’era quando sussurrava “quanto sei bella”.


∃x(φ)

Convergenza

Che cos’è che ci riguarda?

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J. Pollock, Convergence, 1952

Che cos’è che ci riguarda? Una domanda semplice, ma tanto vaga da poter permettere di rispondere in mille e mille modi differenti. Forse la risposta davvero più semplice è: tu. Riguardare: se significasse invece “ri-guardare” e quindi un guardarsi nuovamente, un guardarsi di più, un guardarsi senza parlare? Proprio come un’opera d’arte. La guardi e la riguardi finché non è l’opera stessa a guardare te — a guardarti dentro! Ecco dove sta la convergenza: nel ri-guardarsi di oggetto e soggetto, nel ri-guardarsi di un cuore di tela e di uno di emozioni.

Sì, tu sei un pezzo d’arte. Mi guardi e mi riguardi, dove convergono le nostre intenzioni ed i nostri battiti. Hai il cuore negli occhi — il mio.
Ecco la mia risposta:

Tu.


∃x(φ)

 

Terrorizzato, da te

Sei comunque stata tu la mia più grande fonte d’ispirazione.
Questa è una verità — e non si tradisce. Questa è una verità che non si tradisce e che non resterà mai fuori luogo. Questo m’illuderà, m’illuderà che tu non sia fuori luogo con me, fuori luogo per te, fuori luogo dove siamo e non siamo noi. M’illuderò, m’illuderai.
Non m’importa. Non mi importa più della sofferenza, perché ho già sofferto così tanto che qualunque altro dolore non potrà essere che un tuo lieve pizzicotto sul mio braccio.
Ti starai chiedendo se a te ci tenga davvero? Se mi piaccia dirti quanto sei bella e tenerti fra le mie braccia? Se non sia musica per me ascoltare il tuo respiro durante notti insonni?
Sì, di te me ne importa. E sono terrorizzato. Sono terrorizzato da una vita interiore che porta nascoste dentro di sé gioie e meraviglie, paure e tristezze, odi et amo. Sono terrorizzato — terrorizzato da te.

Ma la meraviglia, dicono i filosofi, nasce dal terrore.
Allora tu, per me sei meravigliosa. 


Mi hai meravigliato quella sera e continui a farlo.
Tuo, M.
∃x(φ)