Un bacio infuocato

Erano insieme, seduti sulla spiaggia. Lei guardava lui, lui guardava lei. Eppure c’era qualcosa di magicamente diverso quella sera. Qualcosa di molto strano: erano loro due. Non c’era soltanto passione, c’era profondità di intenti.

F: “Che c’è?”
M: “Nulla, cercavo le parole per dirti quanto ti desideri, quanto ti voglia. Cerco le parole per dire che tu sei diventata la mia felicità”
F: “Stupidi’, ma smettila”.

Così disse lei, arrossendo ed abbassando lo sguardo, non per vergogna ma perché aveva paura della sua stessa importanza, dell’importanza che aveva assunto per lui. Poi, poggiando il suo capo sul petto di lui, ascoltò il cuore del suo uomo battere, forte, sempre più forte. Sapevano entrambi che quel momento sarebbe durato soltanto un attimo, non di più. Ma sarebbe stato quell’attimo che vale una vita intera, che ci si porta impresso come un marchio nella memoria. Ed era tutto loro. Solo loro. Si erano marchiati a vicenda.

M: “Vorrei baciarti”
F: “Attento, potresti bruciarti”
M: “È quello che mi succede sempre, quando sono ad un passo da te…quando sono…”
F: “Quando sei?”
M: “Quando sono davanti alla parte migliore di me”

Così lui disse e prese il suo visino fra le mani. Lei guardò la sua bocca. Mise le sue mani sul suo petto. Un momento di attesa – quel momento che dura un secolo, appena prima del bacio -, a lei piaceva tenerlo sulle spine, poi si baciarono. Quel bacio fu così intenso che fu quasi meglio che fare l’amore. Fu la loro dichiarazione d’appartenenza reciproca, rinnovata in un singolo gesto – d’altronde non è proprio questo un vero bacio? Il loro primo, sempiterno, unico e infiammato contatto oltre il mondo, dentro lo spirito.

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La bellezza della vita oltre la vita stessa!

All’inizio è solo un flebile avviso, la lieve puntura di una zanzara. Poi lo senti più forte, lo senti crescere più pericolosamente dalle ossa, dal cuore, da ogni fibra dei tuoi muscoli.
Si chiama sopravvivenza. C’è chi dice che la vita sia una condizione superiore alla sopravvivenza. Non sono d’accordo. Essere sopravvissuti, sentirsi dei sopravvissuti e percepire l’attimo della sopravvivenza più che della vita, rende la vita più importante, completa, assoluta, come il più alto valore dell’esistenza.
Essere sopravvissuti vuol dire: essere al di sopra della vita stessa! Essere più vivi!

Caro lettore, ecco il mio augurio per te e per i tuoi giorni: ti auguro più vita!

Per una filosofia dell’amore…

Dicono bene gli inglesi: “falling in love”. In amore si cade, nell’amore si cade – ecco perché amare è anche soffrire, quale caduta non porta con sé il dolore? – e non c’è niente che si possa fare per contrastarlo, perché ogni caduta è improvvisa, imprevedibile. Esattamente come una caduta, l’amore non può essere previsto, può essere solo assecondato, perché assecondare la caduta verso il basso aiuta a farsi meno male. E così come si cade verso il basso, l’amore ti fa sprofondare sempre più giù, nell’anima, fino a percepire l’altro non più come un estraneo o come un lui/lei, ma come la parte più intima del tuo spirito.

 

Un dialogo terribile

Doveva imparare a riabituarsi alla solitudine. Era rimasto solo per molto tempo, quasi tutto il tempo della sua vita, ma aveva vissuto cinque mesi di loro – 5 mesi di “noi” -, e li aveva sentiti, li aveva sentiti tutti, dal primo all’ultimo. All’inizio è solo un sibilo, quasi strisciante, quasi impercettibile. Poi lo sentì: il caldo alito della solitudine. Quella vecchia, vecchissima amica. Non sapeva bene come comportarsi, aveva dimenticato come ci si ritrova a stare da soli, come ci si comporta a stare con se stessi, che cosa si pensa e come si impiega il proprio tempo nella solitudine. Decise così di instaurare un dialogo, un dialogo terribile.

“Dopo tanto tempo, sei tornata sulle mie spalle, piegandomi in due, come fossi un ramoscello non abbastanza secco per spezzarsi ma non abbastanza forte per piegarsi delicatamente. Sei qui, ma già vorrei pregustare il momento in cui te ne andrai, via di nuovo, via per sempre” – “Sssh, lascia che sia io ad abbracciarti adesso” – “Io…io non lo so, non so che cosa fare. Che cosa devo fare!?” –

Non ebbe alcuna risposta dalla sua tremenda amica. Forse era quello che voleva, forse era quello di cui aveva bisogno. Non un dialogo, ma un monologo. E non è forse questo un monologo: un dialogo terribile? Una domanda, una risposta. Un’altra domanda, nessuna risposta.

E tu? Tu che cosa vuoi domandare? Anche tu non avrai nessuna risposta. Perché anche questo, è un monologo.

 

Eventi tragici creano persone forti

Era là, davanti a lui. Lo teneva ancora davanti agli occhi, prima che spirasse. Poi avvenne. Gelido, improvviso. Era come se non fosse accaduto niente…ora sapeva quale era il vero peso del “niente”. Ora sapeva, sapeva che cosa volesse significare perdere chi si ama, ora e soltanto ora era diventato maturo e aveva compreso che sono gli eventi tragici, eventi scomposti, eventi acuminati che ci rendono uomini, che ci rendono adulti. Non era stato nessuno, non poteva incolpare nessuno e non poteva prendersela con nessuno. Era la vita. Era sempre stata la vita. Sempre sarebbe stata la vita.

Una consapevolezza, questa, che non gli rendeva le cose più facili, non gli rendeva la vita più sopportabile e non gli rendeva quella esperienza migliore. Una consapevolezza che, nonostante tutto, restava schifosa – lo schifo resta e questo è quello che faceva più schifo!

L’esistenza monotona

“La vita ti schiaccia sempre. Sempre”. Erano queste le parole che quel ragazzo si ripeteva continuamente, sapeva di non poter far nulla per contrastare la vita, non poteva far nulla contro la vita. Alla lunga, però, sapeva che avrebbe gioito del processo che era stato innestato, di quel processo autodistruttivo, composto di tristezza e sofferenza. Sapeva che la vita era scandita non secondo l’ordine del tempo, ma secondo l’ordine delle emozioni: felicità, sofferenza e indifferenza. La prima era la fase più dolce, che gli faceva amare la vita, la seconda era la fase più profonda e che gli faceva maledire se stesso, la terza era la fase peggiore, ossia la razionalità, un condurre una vita vuota, un mero trascinarsi, aspettando che le prime due fasi tornassero a far parte della sua esistenza. E che cos’era ormai la sua esistenza, se non un’esistenza monotona?