Senza emozioni

Si guardava intorno. Molte facce, ma pochi visi. Non riconosceva nessuno, eccetto se stesso; ormai non faceva altro che proiettare le sue impressioni sugli altri e gli altri non erano altro che personaggi del suo mondo-racconto.
Aveva senso tutto questo?
Aveva senso tutto quello?
Non poteva sottrarsi a queste domande, ne era schiavo.
Persino il vento, le nuvole, la pioggia non erano se non un altro passatempo da analizzare. La sua vita era vuota, così come lo era lui.
È così che ci si sente?
È questo l’effetto che consegue una volta che ti hanno strappato il cuore dal petto e l’hanno incenerito su una pira?
Era abbattuto, battuto, schiacciato.
Questa è la vita di chi non prova più emozioni.

Si rese conto.
Era uno schiavo servo di uno schiavo.

Dialogo, tra fuoco e acqua

M: «La verità è che siamo cambiati, io e te non siamo più “io e te”. Non c’è più niente, niente più emozioni, niente complicità, nessun battesimo del fuoco sulle nostre labbra».
F: «Hai ragione, non c’è più alcun fuoco. Ora ti nutri soltanto di acqua. Ora non vuoi più scottarti – ti ho già scottato io, ti ho marchiato coi miei baci e adesso, adesso i segni bruciano ancora».
M: «Ora non respiro più il tuo fumo profumato, non mangio più la carne affumicata e calda che mi preparavi. Ora bevo, mi limito al bere e hai ragione su tutto, su tutto questo. Forse devo solo ubriacarmi d’acqua, di un’acqua che non è né pure né vergine, di un’acqua che è avvelenata, guastata dai cadaveri che il solo ricordo del tuo fuoco ha incenerito. Chi sono le altre se non un simulacro del tuo ricordo infuocato?».
F: «L’acqua rinfresca, ma il fuoco scalda. Tu, ora, non ti scaldare. E me ne vado. Vado via ora, di nuovo. Perché io sono fiamma e fuggo via con le mie scintille».

Nessun destino

La verità è che bisogna tornare indietro. Anche se non lo sappiamo fare. La verita è che la vita ed i suoi eventi ti costringono a ripetere la lezione, ti chiudono in una condizione ciclica. Non c’è un prima ed un poi, non c’è evoluzione o avanzamento sociale, c’è solo un “finché dura”. Finché la vita dura così, allora puoi dire, semplicemente, di stazionare così e così, ma non c’è mai un vero riscatto, né personale né impersonale. C’è soltanto la vita. C’è solo la vita che gioca a dadi col tuo universo – e tu sei parte del gioco, volente o nolente.

Vita, Tempo, Amore

“Se non ci fossimo mai incontrati e ti rivedessi oggi per la prima volta, io mi innamorerei di te ancora – come allora e più di allora. Sei diventata l’essenza del mio tempo. Sei il mio tempo…e se la vita è fatta di tempo che passa, allora tu sei la mia vita, con l’unica differenza che, mentre il tempo della vita passa, tu non passi mai. Il mio amore per te non passa mai”.

Qual è il senso del tempo? Possiamo comprenderlo soltanto se spendiamo il nostro tempo amando, perché è l’amare gli altri che dà significato alla nostra vita…e quindi, ancora, al nostro tempo su questa terra.

Ciao papà…

Ciao papà.
Sono ormai tre anni che non ci parliamo. O meglio, sono io che ti parlo perché tu non puoi più farlo. Pensavo che col tempo migliorassero molte cose, ma questa è una bugia che si dice in giro, perché il tempo non cambia niente, il tempo semplicemente passa ma non passano i suoi contenuti. Mi manchi. Mi manchi oggi più che mai, oggi che è un giorno disastroso, uno di quei giorni in cui solo tu sapevi consolarmi e darmi la carica per rialzarmi.
Oggi sono a terra, senza te, senza quel pilastro al quale aggrapparmi quando avevo bisogno.
E piango, piango ancora e anche adesso non faccio che piangere.
Mi manchi, papà…mi manchi.

Ciao pa’

Una lettera mai spedita

Era solo, nella sua stanza. Era notte fonda, una notte fredda. Aveva perso tutto. Scrisse:

“Ti ho persa tutta. Vorrei avessimo avuto più tempo, vorrei avessimo costruito più esperienze. Ma tu eri fatta così, dovevi arrenderti, dovevi rinunciare, dovevi aver paura, dovevi chiuderti. Il tuo carattere testardo ed iperemotivo mi ha fatto soffrire alla fine della nostra storia, ma mi ha anche reso felice all’inizio e nel durante di essa, della nostra piccola vita insieme. Mi hai fatto sentire importante quanto il mondo e più del mondo. Mi hai fatto sentire l’unico. Mi sono affezionato a te ogni giorno di più, fino a sotterrare nell’abisso della coscienza ogni mio impegno razionale contro le emozioni, contro la paura di soffrire. Mi ero arreso a te, mi ero arreso al tuo mondo e tu avevi saputo strapparmi via dal mio inferno. Avevi saputo strapparmi un sorriso da tutti i miei problemi. All’atto finale della nostra vita, hai saputo ferirmi con tutta la tua maligna razionalità, con tutta la razionalità a cui io avevo rinunciato e di cui volevo fare a meno. Abbiamo sofferto entrambi, tu perché seguivi un sentiero che non ti apparteneva, io perché avevo rinunciato a quel sentiero sul quale mi stavi riportando, come fossi un tuo prigioniero. Ti promisi una nuova vita, e hai preso la mia vita.

Tuo per sempre, R”.

Suo prigioniero lo era stato sempre e lo sarebbe stato, per sempre. Abbassò lo sguardo, soffocò il fuoco della candela e andò a letto, convinto di poter dormire. Ma la sua notte la passò sognando, sognando lei. Ancora la notte gli sembrava più dolce se fingeva ci fosse lei accanto a sé. Se fingeva potesse riposare il capo fra i suoi seni, sul suo cuore – perché il battito del suo cuore era ancora il suono più dolce che potesse ascoltare sulla terra, era il suo paradiso.

Essere uomo = Essere-per-la-donna

È ora che gli uomini imparino ad essere uomini. Essere uomo vuol dire: essere-per-la-propria-donna. Ci sono troppi maschi, ci sono troppe donne che meritano un uomo eppur si accontentano di un maschio.
Essere-per-la-propria-donna dovrebbe essere l’obiettivo dell’uomo, perché “è la mia fidanzata” non basta, bisogna con-vivere – vivere insieme -, comprendere, abbracciare, amare i silenzi più rumorosi di mille parole, avere rispetto, ferire adesso piuttosto che ferire dopo – perché il dopo fa più male -, allargare la propria visione da due a quattro occhi, avere una stessa anima.
È ora che gli uomini imparino a fare ciò che le donne fanno da sempre.

Filosofia del ricordo

Ricordare è, letteralmente, riportare al cuore (dal latino cor, cordis). Ma che cosa si riporta al cuore? O ciò che ci ha ferito profondamente, lasciando sul cuore una cicatrice, o ciò che ci ha reso così felici tanto da lasciare una traccia di quella felicità nel cuore stesso. In ogni caso, noi ricordiamo soprattutto emozioni, perché sia il primo sia il secondo caso sono mediati dalle emozioni.
E ricordare non è già e sempre un emozionarsi?
E così vale per il rimembrare, che cos’è il rimembrare se non il riportare alle membra, ossia il riportare al corpo? Sul corpo restano impressi i ricordi come fossero tatuaggi – tatuaggi mai del tutto indelebili tuttavia, perché i ricordi, proprio come il corpo, invecchiano…