Marciume dentro

Non volevo essere drastico, non volevo distruggere quella vacua sanità che mi ero costruito. Ma l’ho fatto. Ho dovuto.
Forse questa è la scusa di tutti i malati, i malati di cuore – ma io non sono solo questo, io sono marcio dentro, sono marcito.
Questa è la mia maledizione, il mio panico notturno che mi tiene sveglio ogni notte. Quelli come me hanno paura e avranno sempre paura di ciò che meglio conoscono: il proprio mostro. E questo mostro ha un nome: ego.
Perché si fa presto a ritenermi presuntuoso, egocentrico, saccente. Troppo presto, tanto presto da apparire io stesso a me stesso più vero come menzogna che come verità nascosta – devo ricordarmelo costantemente: io sono una verità nascosta, sono vero più vero!
Ma chi ti de-limita, non ti conosce.
Il mio marciume mi ha composto, sono già scaduto e puzzo già di cibo avariato – il lezzo lo sento io e soltanto io, soprattutto io.

Ma forse non tutto è perduto…forse bisogna aver tempo. Forse bisogna spostare la data di scadenza ancora un altro po’, ancora più in là…

Devo lasciarti andare

“Basta così. Ti prego perdonami, perdonami, ma devo lasciarti andare. Devo. Devo andare avanti, non posso continuare a tenerti nella mia vita. Lo sai, lo so: sono fatto così, soffro tanto e nel modo peggiore. Il dolore non andrà via, ma forse questo è il modo migliore per tenerlo, per sopportarlo. Mi hai detto che se avessi avuto bisogno di te, avrei potuto contare sulla tua presenza, ma io non posso più accettarlo.
Non ce la faccio, devo andare avanti, perdonami, continua a perdonarmi ti prego, non smettere di perdonarmi.
Non voglio essere ancora un peso, non voglio essere il tuo peso – devo lasciarmi andare, devi lasciarmi andare. Andiamo.
Perdonami, continua a perdonarmi. Sempre”.

Alaska, 27-28 novembre

Alaska, 27 Novembre

Erano in marcia da già sette giorni, a qualcuno le vesciche ai piedi non davano pace, a qualcun altro il freddo invernale aveva bruciato la pelle degli zigomi e quella sulle nocche delle mani. La neve, però, cadeva dolcemente, non c’era vento – solo freddo, tanto, tantissimo freddo. Erano in quattro: M, P, S, K. Camminavano da più di quattro ore e quando, infine, giunsero a “river creek“, un’insenatura vicino un corso d’acqua, probabilmente affluente del fiume principale che attraversava tutto l’enorme parco naturale, decisero di fermarsi e settare il campo. Disponevano di  due tende per due persone, quattro sacchi a pelo, cibo per altri due giorni, due bottiglie d’acqua ciascuno. M e P prepararono le tende, riempirono le borracce presso il fiumiciattolo e prepararono il cibo, S e K si occupavano della legna e del fuoco – se c’è un dio, allora in montagna l’unico vero dio è il fuoco: fuoco di salvezza. La neve non facilitava l’accensione del fuoco, così P decise di creare una sorta di forno, fissò una base rettangolare in legno e pietra, alzò due lati fatti con legname di riserva alti circa trenta centimetri e coprì la base, sulla quale scaldare il cibo, con una copertura fatta di qualche ramo e qualche foglia, così che la neve non bagnasse il fuoco appena nascente. Quella sera per cena avevano minestre di fagioli, di ceci e una fetta a testa di formaggio. Un pasto leggero, d’altronde è così che bisogna nutrirsi in natura, non bisogna appesantirsi – forse se tutti rispettassimo le usanze e le convenienze naturali, saremmo tutti in una almeno buona forma fisica, d’altronde i moderni fisiologi, nutrizionisti e dietologi hanno largo ‘successo’ fra i vari strati di popolazione con problemi nutrizionali proprio perché abbiamo dimenticato che mangiare è un fatto naturale prima che un percorso culturale ed ai ritmi della natura stessa dovremmo mangiare.

Si fece presto notte, le stelle e la luna illuminavano la neve bianchissima. C’era una bianchezza infinita, profonda, quasi accecante, ma di tanto in tanto tagliata da fili d’erba o erbaccia, alberi e radici che dal suolo sembravano ferire la terra. È questo forse possibile? Può un albero, anche il più possente degli alberi, tagliare dall’interno la madre terra!?

S e K andarono a lavare posate, bicchieri e gavetta al river creek, mentre M e P spegnevano il fuoco. Tornati al campo, S e K decisero di restare fuori ancora un po’ ad osservare l’immenso manto stellare che ricopriva le loro teste, era uno spettacolo di cui non si poteva godere tutti i giorni: miliardi e miliardi di masse gassose che bruciavano ad anni luce da loro, eppure riuscivano a vederle, la loro partecipazione, seppur soltanto visiva, li faceva sentire parte dell’Universo, li faceva sentire più forti di ogni possibilità: quella esperienza era proprio un’esperienza al limite del possibile, se ci pensiamo bene, vedere stelle brulicanti di vita così lontane da noi è quasi inverosimile, eppure è possibile! Forse la possibilità è davvero più forte della realtà! M e P optarono per andare a dormire presto, la lunga giornata di cammino era stata estenuante e li aveva stremati.


Alaska, 28 novembre

Le prime luci del giorno, l’alba. C’era qualcosa di diverso nell’aria quel giorno, qualcosa che toglieva il respiro – che toglieva l’aria! -. C’era puzza, una puzza travolgente e sconvolgente – è proprio questo che fa la puzza: nasconde l’aria e ti fa desiderare più aria. Quella puzza svegliò M, che decise di uscire fuori dalla tenda per controllare l’ambiente che lo circondava. Era un enorme grizzly, pericolosamente vicino alla tenda di S e K. Forse aveva fiutato del cibo, forse era solo attratto da quella tenda blu che oscillava al vento. M era pietrificato, non sapeva cosa fare, svegliò P, ma anche lei non sapeva come muoversi, che cosa fare. Se avessero urlato, l’orso avrebbe potuto attaccare loro, se non avessero fatto nulla, l’orso avrebbe attaccato i loro amici. D’un tratto, videro la zip magnetica della tenda di S e K aprirsi. Era K. Cacciò fuori la testa, dinanzi a lui: un enorme orso grizzly, nero, dal pelo foltissimo, umido, quasi bagnato, gli occhi scurissimi, naso curioso, bava alla bocca. K guardò M, impaurito, quasi domandandogli aiuto, ma sapeva, sapeva che M era impotente, che non si poteva fare più niente, che quell’orso avrebbe attaccato da un momento all’altro. Era condannato. Passarono circa trenta secondi, K guardava il grizzly ed il grizzly annusava K – eppure quei trenta secondi furono così intensi, forse è proprio del tempo prima della morte il dilatarsi quasi come se si venisse risucchiati da un buco nero. S si alzò, vide l’orso anche lei. Era la più impreparata, l’inesperta di quel viaggio. Urlò. Per l’orso fu forse il segnale di uccidere, il segnare ad attaccare. Prese il viso di K fra le fauci, lo tirò fuori dalla tenda: il sangue schizzava fuori dalle fauci dell’animale, le urla di K risuonavano nelle orecchie dei suoi compagni, si sentivano le ossa del cranio  e della mandibola frantumarsi, si sentiva l’orso dimenarsi e affannarsi. Poi, d’un tratto, il silenzio. L’aria s’era fatta pesante. Pesante era soprattutto la coscienza di M: aveva lasciato morire il suo amico. P, immobile, si era rannicchiata e nascosta nel sacco a pelo, come una bambina. Avevano assistito impotenti alla morte del loro compagno. Ed ora? Ed ora erano costretti ad ascoltare l’orso che si cibava del suo corpo. Non solo l’orso li teneva in ostaggio, ma era anche il loro carceriere. Ad S andò relativamente meglio, restò nella tenda a piangere, pregando e sperando che la Morte, sotto forma di orso, andasse via.

Passarono circa quaranta minuti. M teneva ancora d’occhio l’orso che, intanto, si era disteso vicino la pira per il fuoco che avevano costruito la sera prima. Dopo circa un’altra ora, il grizzly andò via – sazio. 

E loro? E M, P e S? Erano sazi anche loro, sazi di paura. Non avrebbero più mangiato come prima, non avrebbero più viaggiato come prima, non avrebbero più pensato come prima, non sarebbero più stati come prima. Non sarebbero più stati uomini. Perché quando la natura ti sconvolge, ti priva di ogni umanità e ti costringe, ti costringe a ritornare una preda, sempre in preda alla paura, una bestia da macello, un’esistente senza vita. La natura ti costringe a diventare naturale. Guardiamoci bene da coloro per cui vale soltanto l’equazione: “naturale=buono”. Molto più spesso naturale è anche ciò che è egoistico, assassino, difficile, doloroso, crudele, inaccettabile.

 

Luna, mia

Guardami, guardiamoci. Non sei forse tu il mio sole? Non sei forse tu il mio più fine dolore? Non sei forse tu il traguardo della mia esistenza?
Lo sei. Tu sei e tanto mi basta per respirare, per continuare a respirare.
Nel segno della Luna siamo nati e sotto di esso siamo caduti, forse vieni a consolarmi ogni notte o forse lasci che sia il tuo pensiero a farlo per te. Forse agisci proprio per mezzo della distanza lunare che ci separa. Ma questa lunatica gioia mi piace, così bipolare – così nuova ogni notte! Tu sei nuova tutte le notti e con i tuoi luminosi raggi lunari illumini il sentiero per i miei pensieri, pensieri di te.
Ma tu, mia Luna, mi stai sul cuore, la gravità che preme il mio cuore è più forte e tu hai rafforzato il mio cuore – mi hai reso forte, resistente alla gravità degli eventi, mi hai insegnato a camminare sul tuo corpo con le mie labbra.
Eppure, c’è una proprietà lunare solo mia e non tua: io ero il tuo satellite e tu la mia Terra. Io giravo attorno a te, a te, che eri il mio mondo.

Grazie Luna
Tuo, M.

I presupposti anti-morali della moralità

Non è vero che l’azione morale tende al bene, è vero piuttosto che l’azione morale tende a pararsi il culo. Supponiamo che X non voglia parlare ad Y di un fatto che sa ferirebbe Y, ma Y, poiché l’istinto della conoscenza è un istinto di sicurezza e di salvaguardia personale, vuole comunque sapere di questo fatto, X sarà nel giusto o nell’ingiusto raccontando ad Y del fatto in questione e così ferendolo? Non sarebbe questo un emblematico caso del fatto che l’azione morale non tende tanto al bene dell’altro, quanto al poter poi dire “ho fatto la cosa giusta, anche se gli ho fatto male” e in quel ‘giusto’ sentirsi dalla parte della ragione? Sentirsi vittoriosi? Sentirsi moralmente accettabili? D’altronde anche se X non raccontasse ad Y di tal fatto, Y considererebbe X un immorale, perché gli avrebbe tenuto nascosta una verità, sebbene una maledetta verità – X potrebbe ancora proteggere la sua reputazione dicendo “ho fatto la cosa giusta, perché non ti ho voluto fare del male”. Ergo? Ergo: la moralità è un’assicurazione senza contratto. La moralità funziona solo finché chi subisce l’azione morale non è abbastanza fine da poter vedere i presupposti anti-morali che vi si nascondono dietro!

Cosa fare quando si soffre?

Non ci sono scorciatoie.
Quando soffri e il dolore si accompagna alla tua vita, non puoi fare altro che sprofondare, scendere giù sempre più giù fino alle sue viscere più sporche e più puzzolenti! Non puoi far altro che annegare nel suo petrolio, nel nero più nero. Quando sarai affogato, tornerai a respirare – a respirare di quel dolore che ti toglieva il respiro della vita!
Certo, il dolore diverrà una silenziosa condizione di sfondo della tua vita, ma sarà anche la tua forza…

Una cosa strana

Io ero solo. Tu mi avevi abbandonato ed io non facevo altro che respingere il mondo, ogni stimolo, ogni azzurro barlume aurorale da quello che era il mio tramonto. Ed io ero il tramonto!
Ero le foglie rosse autunnali fra gli alberi, ero il vento che soffiava e tutto gioiva e piangeva con me – perché io potevo essere tutto questo!
Ero il passato che tornava, il passato il cacciatore, io la preda – e fui preda e predatore io stesso. Dio mio, Dio fui!
Ed andando beato, distrutto, dissezionato, trovai l’insignificanza della nostra esistenza.
Ricomincia il giro di giostra e non si ferma mai. Mai.

Butta via!

Amate il silenzio prima delle parole, perché è fra i sospiri del silenzio che sorge il respiro dell’amore” – questo si era sempre detto. Poi d’un tratto: il nulla, il rovescio, il cambio di direzione. Era svanito tutto e lui stesso svanito col tutto (non è forse questa l’essenza del nichilismo?). La verità è che se non c’è qualcuno che ti salva, sei destinato a sprofondare sempre più giù, sempre più. Ma è un “più” che non appaga, che non aggiunge nulla, è un’addizione che non aggiunge ma sottrae – questa è la matematica della vita. E così, ridotto allo zero, si rintanava nei fogli di carta, nelle penne, nei libri, fingendo di trovare un senso alla sua ultima gioia: la fantasia. Amava fantasticare e, potremmo ben dire quindi, era un uomo fantastico. Ma il fantastico resta sempre lontano dal vero. A rigore, non era un vero uomo, era appunto un uomo fantastico che aveva buttato via la realtà ed aveva preferito la finzione.

Butta via, butta via queste catene, vattene docile e taciturno, capta le onde che ti condurranno all’isola che vuoi per te. Butta via, butta via anche l’ennesima catena: l’isola che tu sei diventato, l’isola che tu sei.