Alaska, 27-28 novembre

Alaska, 27 Novembre

Erano in marcia da già sette giorni, a qualcuno le vesciche ai piedi non davano pace, a qualcun altro il freddo invernale aveva bruciato la pelle degli zigomi e quella sulle nocche delle mani. La neve, però, cadeva dolcemente, non c’era vento – solo freddo, tanto, tantissimo freddo. Erano in quattro: M, P, S, K. Camminavano da più di quattro ore e quando, infine, giunsero a “river creek“, un’insenatura vicino un corso d’acqua, probabilmente affluente del fiume principale che attraversava tutto l’enorme parco naturale, decisero di fermarsi e settare il campo. Disponevano di  due tende per due persone, quattro sacchi a pelo, cibo per altri due giorni, due bottiglie d’acqua ciascuno. M e P prepararono le tende, riempirono le borracce presso il fiumiciattolo e prepararono il cibo, S e K si occupavano della legna e del fuoco – se c’è un dio, allora in montagna l’unico vero dio è il fuoco: fuoco di salvezza. La neve non facilitava l’accensione del fuoco, così P decise di creare una sorta di forno, fissò una base rettangolare in legno e pietra, alzò due lati fatti con legname di riserva alti circa trenta centimetri e coprì la base, sulla quale scaldare il cibo, con una copertura fatta di qualche ramo e qualche foglia, così che la neve non bagnasse il fuoco appena nascente. Quella sera per cena avevano minestre di fagioli, di ceci e una fetta a testa di formaggio. Un pasto leggero, d’altronde è così che bisogna nutrirsi in natura, non bisogna appesantirsi – forse se tutti rispettassimo le usanze e le convenienze naturali, saremmo tutti in una almeno buona forma fisica, d’altronde i moderni fisiologi, nutrizionisti e dietologi hanno largo ‘successo’ fra i vari strati di popolazione con problemi nutrizionali proprio perché abbiamo dimenticato che mangiare è un fatto naturale prima che un percorso culturale ed ai ritmi della natura stessa dovremmo mangiare.

Si fece presto notte, le stelle e la luna illuminavano la neve bianchissima. C’era una bianchezza infinita, profonda, quasi accecante, ma di tanto in tanto tagliata da fili d’erba o erbaccia, alberi e radici che dal suolo sembravano ferire la terra. È questo forse possibile? Può un albero, anche il più possente degli alberi, tagliare dall’interno la madre terra!?

S e K andarono a lavare posate, bicchieri e gavetta al river creek, mentre M e P spegnevano il fuoco. Tornati al campo, S e K decisero di restare fuori ancora un po’ ad osservare l’immenso manto stellare che ricopriva le loro teste, era uno spettacolo di cui non si poteva godere tutti i giorni: miliardi e miliardi di masse gassose che bruciavano ad anni luce da loro, eppure riuscivano a vederle, la loro partecipazione, seppur soltanto visiva, li faceva sentire parte dell’Universo, li faceva sentire più forti di ogni possibilità: quella esperienza era proprio un’esperienza al limite del possibile, se ci pensiamo bene, vedere stelle brulicanti di vita così lontane da noi è quasi inverosimile, eppure è possibile! Forse la possibilità è davvero più forte della realtà! M e P optarono per andare a dormire presto, la lunga giornata di cammino era stata estenuante e li aveva stremati.


Alaska, 28 novembre

Le prime luci del giorno, l’alba. C’era qualcosa di diverso nell’aria quel giorno, qualcosa che toglieva il respiro – che toglieva l’aria! -. C’era puzza, una puzza travolgente e sconvolgente – è proprio questo che fa la puzza: nasconde l’aria e ti fa desiderare più aria. Quella puzza svegliò M, che decise di uscire fuori dalla tenda per controllare l’ambiente che lo circondava. Era un enorme grizzly, pericolosamente vicino alla tenda di S e K. Forse aveva fiutato del cibo, forse era solo attratto da quella tenda blu che oscillava al vento. M era pietrificato, non sapeva cosa fare, svegliò P, ma anche lei non sapeva come muoversi, che cosa fare. Se avessero urlato, l’orso avrebbe potuto attaccare loro, se non avessero fatto nulla, l’orso avrebbe attaccato i loro amici. D’un tratto, videro la zip magnetica della tenda di S e K aprirsi. Era K. Cacciò fuori la testa, dinanzi a lui: un enorme orso grizzly, nero, dal pelo foltissimo, umido, quasi bagnato, gli occhi scurissimi, naso curioso, bava alla bocca. K guardò M, impaurito, quasi domandandogli aiuto, ma sapeva, sapeva che M era impotente, che non si poteva fare più niente, che quell’orso avrebbe attaccato da un momento all’altro. Era condannato. Passarono circa trenta secondi, K guardava il grizzly ed il grizzly annusava K – eppure quei trenta secondi furono così intensi, forse è proprio del tempo prima della morte il dilatarsi quasi come se si venisse risucchiati da un buco nero. S si alzò, vide l’orso anche lei. Era la più impreparata, l’inesperta di quel viaggio. Urlò. Per l’orso fu forse il segnale di uccidere, il segnare ad attaccare. Prese il viso di K fra le fauci, lo tirò fuori dalla tenda: il sangue schizzava fuori dalle fauci dell’animale, le urla di K risuonavano nelle orecchie dei suoi compagni, si sentivano le ossa del cranio  e della mandibola frantumarsi, si sentiva l’orso dimenarsi e affannarsi. Poi, d’un tratto, il silenzio. L’aria s’era fatta pesante. Pesante era soprattutto la coscienza di M: aveva lasciato morire il suo amico. P, immobile, si era rannicchiata e nascosta nel sacco a pelo, come una bambina. Avevano assistito impotenti alla morte del loro compagno. Ed ora? Ed ora erano costretti ad ascoltare l’orso che si cibava del suo corpo. Non solo l’orso li teneva in ostaggio, ma era anche il loro carceriere. Ad S andò relativamente meglio, restò nella tenda a piangere, pregando e sperando che la Morte, sotto forma di orso, andasse via.

Passarono circa quaranta minuti. M teneva ancora d’occhio l’orso che, intanto, si era disteso vicino la pira per il fuoco che avevano costruito la sera prima. Dopo circa un’altra ora, il grizzly andò via – sazio. 

E loro? E M, P e S? Erano sazi anche loro, sazi di paura. Non avrebbero più mangiato come prima, non avrebbero più viaggiato come prima, non avrebbero più pensato come prima, non sarebbero più stati come prima. Non sarebbero più stati uomini. Perché quando la natura ti sconvolge, ti priva di ogni umanità e ti costringe, ti costringe a ritornare una preda, sempre in preda alla paura, una bestia da macello, un’esistente senza vita. La natura ti costringe a diventare naturale. Guardiamoci bene da coloro per cui vale soltanto l’equazione: “naturale=buono”. Molto più spesso naturale è anche ciò che è egoistico, assassino, difficile, doloroso, crudele, inaccettabile.

 

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8 thoughts on “Alaska, 27-28 novembre

  1. racconto tutto incentrato sulla natura vista nella sua doppia valenza, idilliaca, salutare, e distruttiva, divoratrice nel senso più realistico del termine. In realtà la natura è unica e non è nè buona nè cattiva, è lei e basta, e lo si desume bene dal tuo brano.
    ml

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