Il morto mi disapprova, ancora

Non ricordo neanche più quale fu la mia domanda, l’ultima domanda che gli fece ribollire il sangue. 
E questa è la parte peggiore, perché non ricordo neanche quale fu l’ultimo addio, l’ultimo nostro grande litigio.
So che fu la mia domanda, ma per quanto mi sforzi, io non riesco a ricordarne il contenuto. Lo so, so bene che cosa pensò: che ero un egoista irrispettoso, che non meritavo la sua compassione e nemmeno la sua bontà – perché se fino a quel momento io ero ancora qualcosa per lui, lo ero soltanto sulla base della sua bontà e della nostra parentela.
Poi mi guardò negli occhi, come un cacciatore minaccia la sua preda e mi disse: “Tu devi allontanarti, va’ via, allontanati da me – tu mi fai del male con la tua sola presenza da cane bastonato!”. Ed io, io ero totalmente distrutto. Il mondo intero mi cadde addosso. Sentivo il peso di una vita gravare sulle mie spalle. Non potevo fare nulla, potevo solo subire – era cocciuto, lo era sempre stato e non sarebbe cambiato per me. 
Mi guardò un’ultima volta, prima di chiudere gli occhi, e mi disse: “Tu sei la mia più grande delusione”. 
Bene. Ero la sua delusione. Ma per un attimo, per solo un singolo attimo, poteva almeno stare zitto!? Poteva almeno soltanto guardarmi dall’alto in basso senza impormi la vergogna come mia veste naturale!? Poteva almeno trapassare senza che il ricordo che avevo di lui fosse questo!? Senza che il suo ricordo indicasse il sublivello della mia esistenza!? No, non poteva, perché lui era il massimo, invece io, io ero solo lo sguattero di casa, il malriuscito di turno che tocca ad ogni specie. Io ero la delusione, appunto. Ed oggi? Che cosa mi ha lasciato quell’uomo? La delusione. Ha prosciugato la cassa segreta dei miei sogni, dissipandone i contenuti con la sua costante disapprovazione. Disapprovazione, sì, sapete cosa vuol dire? Significa essere di meno, essere di troppo, essere errati, essere possibilità irrealizzate, essere manchevole di spina dorsale. 
Perché? Perché gli anatemi che mi ha lanciato sono così evidenti sulla mia pelle? A volte vorrei solo scappare via, lontano e nella più completa solitudine. Scappare via, perché è questo che ho imparato a fare – d’altronde, la sua disapprovazione stava esattamente anche in ciò, nella mia mancanza di durezza, contro la mia fragile sensibilità. Non avrebbe mai compreso me, le mie ragioni, le ragioni del mio scrivere, le ragioni di questo blog – perché non poteva sopportarle, non poteva sopportarmi. E non avrebbe neanche compreso la mia fuga. La fuga da quei luoghi del ricordo, quei luoghi del passato in cui abitano le figure che ancora mi tormentano. 
Anche da morto, riesci a tormentarmi. 

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Sotto la pioggia

Cade la pioggia su di me e la sento, la sento scivolare sul mio viso, tra i miei occhi chiusi rivolti verso il cielo, sento i miei piedi quasi galleggiare su un sottile strato d’acqua gelata. La sento bagnarmi e battezzarmi sotto l’egida del nuovo secolo della chimica e delle sue battaglie bio-ecologiche. Sento l’odore dei miei capelli bagnati, non posso non ansimare. Respiro, quasi come se quella pioggia fosse aria che mi riempie i polmoni. La sento troppo, la sento troppo vicina. Sento la pioggia sferzare il mio corpo e lavare via tutta la tristezza che mi porto dietro. È fresca, mi rinfresca — ma solo per poco, appena il tempo prima di iniziare a raggelarmi i muscoli, che irrigidisco, quasi come se dovessi resistere alla pressione che essa esercita su di me. E cade, cade e cade, facendosi sempre più forte. Non smette di colpirmi — questo foglio, strappato al diario sul quale scrivo, è ormai inzuppato d’acqua, pare quasi voglia dirmi di tornare al riparo sotto la tenda.
Stavo per spostarmi, ma ecco che il cielo inizia a minacciarmi — mi minaccia con lampi e tuoni, adirato contro di me, che lo sfido. Lo sfido; ho osato troppo! Ho sfidato la tempesta restando immobile sotto i suoi colpi.
È inusuale, sono inusuale.
Continua a bagnarmi e tuonarmi contro, ma non ho paura, per la prima volta non ho paura: ascolto il suono delle gocce schiantarsi sulla tenda, sul terrazzo, sul grande pino maestoso davanti casa e le foglie che piangono. Forse, forse dovrei piangere anch’io, ma ha già pensato la pioggia a colmare d’acqua le mie guance — questo cielo, questo tempo piange con me e per me.
Chino il capo e apro gli occhi, guardo sul foglio che stringevo fra le mani: rivedo me, me che sono diventato la stessa acqua che mi sta bagnando, me che sto facendo questo: piango su me stesso.
Perché l’ho fatto? Non so dirlo, forse, mi serviva soltanto qualcosa che spezzasse la monotonia della mia giornata — della mia vita; una tempesta.
Torno sotto la tenda, con quegli stessi piedi che ormai sono congelati. Mi siedo, realizzo la mia perfetta follia: scrivo, sto ancora scrivendo. So che cosa significa tutto ciò:

“Torno sotto la tenda” = “Torno alla mia monotonia”.

E poi? E poi una doccia calda, per lavare via la mia follia.

Andato via, senza salutare

​Sei andato via, senza salutare, eppure hai fatto un rumore enorme.
Hai abbandonato tutti, ma me più di tutti.
Sei caduto a terra, ma non abbiamo sentito il tonfo. 
Hai toccato il fondo, ma non abbiamo visto che lo toccavi.
Ti sei rinchiuso in una prigione, ma le sbarre le hai saldate di tuo pugno. 
Hai infranto i nostri sogni, ma a me hai regalato solo incubi. 
Sei svenuto fra quelle braccia, ma le mie mani non le hai neanche strette.
Ci hai guardati piangere, ma dei miei occhi neanche avrai ricordato il colore.
Ti ho visto esultare, ma mai per me. 
Ti ho fissato sempre, ed oggi come allora.
E sei andato, neanche il tempo di un bacio, di un abbraccio, neanche il tempo di un “grazie per tutto quello che non hai fatto per me”. Neanche questo. Neanche questo ho saputo dirti.
Ecco cosa sei stato tu – un neanche

Caldo vs Freddo

Il caldo lo senti addosso, nel letto, fra i muscoli, nella testa, fra gli occhi – lo senti dentro e ti soffoca palesemente. Mentre il freddo, il freddo all’inizio è soltanto appena appena sotto pelle, non ti accorgi se inizia a raffreddare le ossa – ed è per questo che il freddo ti uccide anestetizzandoti

Analitica dell’ira

​Lo senti questo brivido che risale la schiena?! Lo senti questo respiro sempre più profondo?! Lo senti questo sguardo arcigno contro i tuoi occhi?!
Abituatici, si chiama rabbia. La rabbia uccide, uccide la gente. Perché ti consuma, non potendo sfogarla contro gli altri, la riversi su te stesso – in ogni caso, sempre e comunque, ovunque.
Quindi rinunciamo? Rinunciamo alla cattiveria e alla violenza? Certo che no! No! No, per Dio, no! 
Se la rabbia non esistesse, io non saprei più con quale Dio prendermela, quindi, grazie a Dio, sono arrabbiato! 

La senti crescere nelle ossa, dentro le ossa che spezza con la sua potenza. La rabbia è il Vesuvio pronto ad eruttare, è l’esplosivo che aspetta solo scintille per dare il via alla sua festa – alla sua festa di funerale! 
Non ti dirò “non arrabbiarti”, ti dico: arrabbiati, perché non ci sono vere vie d’uscita, eccetto il concedersi ad un’emozione così depredata e incompresa, eppure così essenziale. 
La rabbia è fra le emozioni più semplici da provare. 
E se non ti rimane più alcuna emozione, se sei diventato schiavo dell’apatia, allora stringiti a questa ultima dea, stringiti a questa falsa speranza – se non altro, è un ultimo modo di sentirsi vivi.

Equilibristi improponibili

Ma noi perdiamo l’equilibrio, perdiamo l’equilibrio appena ci guardiamo negli occhi. Ed è quando mi prendi per mano che lo recupero – perché ci teniamo in equilibrio l’un l’altro, perché tu sei il contropeso della mia vita. E non lasciarmi cadere, teniamoci stretti fra le nostre braccia – ma tu, tu, sì sì proprio tu, tu tienimi sul tuo seno e fammi sentire quanto può essere equilibrato un abbraccio fra passione e sentimento. 
Io non ti lascerò, non potrei mai – non ho mai saputo come si fa ad abbandonare qualcuno sul filo del precipizio, non ho mai saputo lasciarti cadere.
Eppure, eppure c’è qualcosa, che non riesco a spiegarmi: questa continua sensazione di caduta, sei tu. Lo so, lo so che sei e che non puoi essere che tu: squilibrio. Hai squilibrato tutto il mio mondo equilibrando me con te. Lo ripeto? Lo ripeto, perché suona bene: me, con te. Tienimi per mano, ti tengo io, non cadi, non cadi se stai in braccio a me, perché tu mi tieni in equilibrio. 
Perché l’amore è questione di circolarità gentili, di equilibri che squilibrano l’equilibrio del singolo, l’amore è un equilibrio costruito sullo squilibrio dei due. Perché? Perché due devono essere incompleti per diventar completi insieme.
E noi? Beh lo sai, siamo equilibristi. Ma equilibristi improponibili

Cos’è l’insonnia?

Ecco cos’è l’insonnia: un diavolo che sussurra al tuo orecchio. Ti tiene sveglio, ti infetta il nervo e ti squarta il timpano. Gli occhi rimangono sbarrati, perché quel diavolo potresti trovartelo davanti ad ogni istante. E la testa è poggiata sul guanciale, perché possa star comoda, cercando di lenire una cefalea che non andrà via mai.
Ma non è finita, c’è di più: l’angelo, che riposa beato al tuo fianco. Quello rappresenta non te, ma ciò che potresti essere. Ciò che sei condannato a rinnegare costantemente ogni notte, ciò che vorresti ma non puoi essere. I suoi sogni sono tranquilli, ma i miei sogni – sono incubi. Incubi dettati da quello stesso diavolo che ammorba il mio orecchio, che mi mangia il cervello e riflette il suo/mio potere su di me.
Ecco cos’è l’insonnia: una tensione fra repulsione e pulsione, una lotta fra te e te, una macchia lunga una giornata intera, un trapano che ti sfonda il cranio – ed a sferrare il colpo è la tua stessa mano, il tuo stesso pugno.
È così che l’insonnia, da semplice malattia, diventa sintesi della tua vita.