In ricordo della mia felicità

Tutti consideriamo il passato determinato semplicemente dal fatto che è avvenuto; se non fosse per l’inconveniente che la memoria funziona all’indietro e non in avanti.

Bertrand Russell

Ci sono persone che ti rendono felice, da queste persone non puoi tornare indietro. Ti marchiano senza volerlo, perché sono persone così rare che non puoi non innamorartene, ci cadi dentro completamente ed ogni loro aspetto, negativo o positivo, non lo ritrovi in nessun altro. — Nessun’altra è pura chimica, nessun’altra è fusione, perché con lei percepivi la tua esistenza più bella.
Possono passare mesi, forse anche anni, ma quel tipo di persona la porti dentro di te. Può passare tanto tempo ma, ogni volta che la rivedi, ti sembra sia appena passato un giorno — perché, per te, tutto è lo stesso: le emozioni, i pensieri, le condizioni, i sorrisi, quella felicità che dura appena il tempo in cui c’è lei e poi…poi muore di nuovo.
Si dovrebbe accettare la fine quando fa più male, ma è proprio quando fa più male che senti il bisogno che quella persona resti, resti molto vicino. Perché, nonostante tutto, è proprio lei e soltanto lei l’unica in grado di poter lenire il tuo dolore, la sua mancanza, la vostra distanza, la mia vita che non si vive, la nostra tristezza.

8 agosto, Panchina al Castello Arechi, ore 18:34
∃x(φ)

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30 thoughts on “In ricordo della mia felicità

  1. “Nel -Saggio sui dati immediati della coscienza- Bergson mette a confronto la concezione spazializzata del tempo e della durata propria delle scienze positive con la durata reale. Bergson individua due forme di molteplicità a cui sono riferite due forme di durata che a loro volta fanno riferimento a due aspetti e due dimensioni di vita cosciente (“Io superficiale” e “Io fondamentale”). Vi sono dunque una molteplicità intesa come molteplicità numerica determinata da una successione di elementi quantitativi e una molteplicità intesa come qualitativa. La molteplicità numerica fa riferimento al tempo e allo spazio delle scienze positive e deriva dal procedimento analitico operato dall’intelligenza; la molteplicità qualitativa fa riferimento al tempo del vissuto e deriva dal procedimento di sintesi della coscienza.” (Philosofia.it)

    Sullo stesso tenore di Bergson si espresse anche il famoso biologo Sheldrake, uno scienziato che in trent’anni di ricerche riuscì a scoprire il collegamento esistente tra “il tempo” inteso come kairos e la felicità dell’individuo umano, questa teoria mette a confronto la concezione spazializzata del tempo e la sua durata reale per affermare che tutti noi siamo influenzati dallo stesso.
    Le sue ricerche sul “Campo morfico” ad esempio, teorizzano le frequenze vibratorie che si formano in un determinato spazio temporale sono tali da poter influenzare gli uomini determinandone scelte, comportamenti e di conseguenza i ricordi, ed è proprio per questo motivo che il tempo inteso come kairos è quello che può rendere felice la nostra Esistenza, tutto questo però deve essere vissuto nel “presente”, se volessimo invece applicare questa teoria al tempo “passato”, dovremmo essere consapevoli che sono i ricordi, quindi una forma di rievocazione gia vissuta di momenti felici del passato, a darci una sensazione entropica di felicità che non sempre potrebbere corrispondere alla realtà vissuta in quanto la memoria che esercita il nostro ricordo, confonde spesso ciò che è stato con ciò che avremmo voluto fosse stato.

    Bello vivere aiutati dai ricordi di ciò che è stato, ma è ancora più bello vivere il presente, Heiddeger lo chiamò Daisen mi sembra…
    Ciao, buona serata….. 😉

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    1. Non conoscevo questa interpretazione del tempo, tanto meno conoscevo Sheldrake ma mi hai incuriosito parecchio, penso che approfondirò la questione.
      Grazie mille e buona serata anche a te 🙂

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    1. Che è proprio quello che, per me, significa avere una relazione: l’uno dipende dall’altro. Una relazione sta proprio in questo: affido la mia felicità all’altro e l’altro fa lo stesso con me. Altrimenti non è una relazione se nessuno dei due è connesso all’altro, sarebbe un semplice “ci frequentiamo perché io ho una coppia di XY e tu XX, ma non ho bisogno di te”.
      Innamorarsi significa regalare all’altro le proprie emozioni, almeno credo 🙂

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      1. Regalare le proprie emozioni e riceverne dall’altro lato non la vedo come una forma di dipendenza.. Essere connessi a vicenda per me significa immedesimarsi nell’altro/a, provare empatia, avere una base emotiva su cui fondare il rapporto, ma purché non diventi una dipendenza che finisca con l’annullare se stessi, fino al momento triste in cui ci si lascia e si rimane non solo lacerati, ma anche privi di iniziativa per ricominciare da zero. In amore è assolutamente normale avere bisogno l’uno dell’altro/a, ma senza finire per dipendere dall’altro/a. Ovviamente è solo il mio punto di vista 🙂

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    2. Donato concordo, ma le endorfine giocano brutti scherzi..non trovi??
      A me è capitato con un amico, per giunta prete, ma mi han spiegato che fu il suo comportamento a rendere dipendente.

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  2. Hai scritto una gran bella cosa… ci sono persone che sono dannatamente e meravigliosamente uniche e ti si infilano in ogni interstizio dell’anima, sembrano nate per abitarti e poi… poi fa un male da morire.

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