Piansi. Non chiedermi perché. 

Quella sera guidai, ero fuori città e non volevo tornare a casa. C’era troppo rumore per tornare. Decisi che la mia serata sarebbe diventata una nottata. Non volevo e non voglio tornare. Entrai in auto e guidai. Entrai in auto e gridai. Perché quando sei in auto ti sembra che nessuno possa invadere i tuoi spazi. Guidavo, ma guidavo verso me stesso. Senza meta, senza senso, senza nessuno. Eravamo solo io e quel senso di inquietudine che ti colpisce proprio quando pensi di esserne uscito — non solo il passato, ma anche il presente sa fare male. Quell’inquietudine mi seguiva e mi perseguitava.
Guidai così tanto che, ormai, potevo a stento discernere il sottile strato tra follia e sensatezza che distingueva il mio girovagare. Ero solo e per la solitudine cominciai a parlare con me stesso, contro me stesso. Imprecando. E avevo una gran voglia, una gran voglia di piangere.
Decisi di passare la notte su una delle mie panchine e andai al porto — si trova facilmente parcheggio lì. Parcheggiai, ma non scesi dall’auto. Rimasi lì, semplicemente. Ero al sicuro e nessuno mi guardava, ma non mi sentivo sicuro. Abbassato lo schienale e rannicchiatomi, piansi. Sì. Piansi senza far rumore perché nessuno doveva sentirmi, nessuno doveva vedermi. Ero solo e non avevo nessuno a cui appoggiarmi. Ero rimasto solo ed era quello che forse volevo — no, non lo volevo e non lo voglio. Dovevo sbrigarmela da solo.
La strada era deserta — quanti pazzi pensi ci potessero essere alle 4 di notte qua giù, tra ratti e gatti? —. Asciugai le lacrime con le mani, presi una radice di liquirizia dal pacchetto che avevo comprato il giorno prima e la masticai osservando il cielo. Magari stava guardando le stelle anche lei? No, forse le stava sognando. Io di sicuro la sognavo sul sedile affianco a me.
Non volevo scendere dall’auto. Avevo paura del mondo là fuori, avevo paura del mondo vero, del mondo dei fatti che mi fanno male — e mi fa ancora paura. Tanta paura. Compresi che questo è un mondo che non ha alcun riguardo per me, è un mondo che non si cura della mia felicità. 
Ed anche se avevo parcheggiato da più di un’ora ormai, io stavo ancora guidando. Guidando me stesso. Ma per dove? Verso dove? O meglio, verso chi?
Decisi che era ora di tornare, ché nessuno mi avrebbe contattato alle 5:39 del mattino chiedendomi “come stai?”. Diedi un ultimo sguardo al cellulare e decisi che dovevo tornare, perché la sensatezza si stava trasformando in follia. Scappai via, correndo come se stessi scappando da qualcosa o da qualcuno. Scappai, ma al porto non lasciai nulla dietro: portai con me inquietudine, paura, tristezza, solitudine, disillusioni, immagini, pensieri fissi.
Chi vuoi che possa capirti? Chi vuoi che possa guidarti verso te stesso? Chi vuoi che ti accetti?

– Pensa a sterzare, ché al cambio ci penso io.


In auto, davanti alla panchina del porto.
∃x(φ)

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45 thoughts on “Piansi. Non chiedermi perché. 

  1. L’auto diventa spesso una sorta di nostra protesi… La fuga verso qualcosa di imprecisato che assomiglia a una rincorsa verso noi stessi.. Più ci inoltriamo e più ci allontaniamo credendo di essere vicini alla meta. L’auto che diventa un rifugio, quasi una persona che ci protegge e che ascolta i nostri pianti, lamenti, sfoghi senza mai giudicarci…

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      1. Io ho un ricordo indelebile di un momento, tanti anni fa, in cui dopo una rottura improvvisa rimasi sola in macchina e piansi, piansi, piansi fino a non avere più voce nè lacrime. Dopo rimasi svuotata ma in quel momento la bolla fu molto utile…
        Non vedevo le persone che passavano davanti, non il tempo che passava… Solo le mie emozioni e il dolore che piano piano da me usciva fuori. Posso dirti che il ricordo adesso non è doloroso, solo dolce…
        Forse perché fare uscire è meglio di tener dentro e poi comunque il tempo lava via…
        Un abbraccio!

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  2. ” Sì. Piansi senza far rumore perché nessuno doveva sentirmi, nessuno doveva vedermi. Ero solo e non avevo nessuno a cui appoggiarmi.”
    Essere soli dietro un vetro. Un vetro oltre il quale tutti possono vedere. Un vetro al di là del quale certamente noi vediamo fantasmi che ci scrutano.

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  3. Stare da soli in macchina, urlare in macchina,andare senza sapere dove…è liberatorio e lo faccio pure io. No ognuno si preoccupa della propria felicità e raramente di quella altrui..del resto non ognuno deve rendersi felice da solo se veramente vuole esserlo.
    Cerca in te!

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      1. Pur vivendo una situazione simile, è difficile e quasi superfluo trovare le parole giuste per alleviare lo sconforto altrui. Credo che la cosa migliore sia “essere ascoltati”. Lo so che è difficile trovare qualcuno disposto a farlo, per questo scriviamo: chi legge ascolta.

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      2. L’effetto che scrivere (nel mio caso è più uno scribacchiare) fa su di me è quello di far uscire i demoni. Una volta allo scoperto, è più facile combatterli e provare a ucciderli.

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      3. hummm! Riflettendoci su: ma non è che, siamo un po’ tutti demoni di noi stessi? Ammetto che è difficile ma… e se iniziassimo ad amarci un po’ di più, invece di piangere per chi non ci ha saputo capire, aspettare, incoraggiare, accettare per ciò che siamo. Chissà, forse riusciremmo anche a vedere le notti meno buie…

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