“Sei bella” 

Bella. Bella e anche di più: bellissima.
Sei lì, davanti a lei e la guardi. La guardi camminare, la guardi guardarti, la guardi sorriderti. C’è tutto – c’è il tuo tutto. Lei non lo sa, ma già la sua camminata, per te, è qualcosa che sconvolge ogni tuo pensiero, che scatena ogni tua emozione, che solleva ogni tuo peso. È bella quando ti dà le spalle, è bella quando ti sta difronte, è bella comunque. E non vorresti smettere mai di dirle quanto è bella, anche se fosse banale, ripetitivo, detto e ridetto. Perché un “sei bellissima” vale quanto un bacio; anzi, “sei bellissima” è il bacio dato con le parole.
Non smetterei di dirlo, perché su quei fianchi possa perdere le mie mani. Abbracciarla così forte come se quella bellezza dovessi stringerla e farla un po’ più mia rispetto al resto del mondo – quanto avrei voluto abbracciarti e stringerti un po’ più forte se avessi saputo che dopo quella volta sarebbe stato il caos, dentro di me e fuori di te. Accarezzare il suo volto affinché su quel viso possa tener stretto l’intero mondo – lei, lei deve essere tutto il tuo mondo, altrimenti non è amore ma un accessorio del mondo! E l’amore il mondo lo crea, lo forma e lo sforna! Sì, lo sforna, perché dare leggeri e teneri morsi sul suo corpo, sulle sue spalle, sulla sua guancia, sul suo collo sarà come mangiare il pane caldo appena sfornato al mattino.
Lei sarà il tuo unico nutrimento.
Sarai fedele a lei, lo so che lo sarai. Perché alla bellezza si deve essere assoggettati per intimità – anche qui sta la fedeltà: se ami, allora la bellezza si identificherà con lei totalmente; né più né meno di questo.
E allora dillo comunque, dille “comunque bella” – come fosse un inciso. Dille quanto è bella quando sorride, perché non c’è niente di più bello che vederla felice. La sua bellezza, infatti, viene amplificata di cento volte quando, ad un passo dai tuoi occhi, ti sorride – in quel sorriso c’è un non detto: “Tu, tu mi rendi felice. Tu mi rendi bella, sono più bella quando sto con te”.
È così la bellezza di una donna. Risplende di luce propria, ma è l’amore che prova per te a renderla comunque bella, comunque più bella. 

Come sei bella. Tu sei bella davvero.


∃x(φ)

Una notte diversa

La bocca era arida, il calore affondava le sue mani di fuoco nel mio petto. Tutto stringeva, tutto era troppo stretto. Accaldato, lo ero da morire.
Lasciai che il respiro facesse il suo corso, sempre più profondo, sempre più pesante. Ero pronto a implodere.
Il mio unico conforto era l’ombra della notte, di una notte che sembrava fresca al tatto e alla vista.
Allungai il braccio fuori dal letto cercando la borraccia. Non vidi nulla. Non c’era nulla. Come avevo potuto dimenticare la mia borraccia verde? Come avevo potuto perderla, almeno per quella notte — per questa notte? Mi sembrò una piccola tragedia, ma si rivelò, poi, un’opportunità per passare una notte diversa. Deciso ad alzarmi, corsi a prendere un bicchiere d’acqua in cucina. Poi non tornai a letto, no, no…per niente. Rimasi fuori al terrazzo. Ammiravo le stelle, la Luna e il grande pino davanti casa. Era tutto così tranquillo, tutto così rumorosamente silenzioso. Sperimentai la libertà della vita notturna, la libertà di una vita non costruita ma vissuta, la libertà di un gatto che supera recinzioni e barricate pur di raggiungere un muretto ad altri inaccessibile — quanto avrei voluto essere quel gatto anch’io!
Rimasi qui, sotto le stelle. Contemplando l’infinito dell’Universo e l’infinito che mi portavo dentro. Una notte magica, perché mi sembrava che la solitudine, per la prima volta dopo tanto tempo, fosse mia amica. Mi sembrava di essere rinato, quasi rigenerato.

Decisi che era l’ora di un buon tè e che la mia notte non sarebbe finita nel banale addormentarsi in un letto che sembrava per lo più una fornace. Aspettando che il tè fosse pronto, presi il diario — scrissi: di lei, di me, di tutti e tutto. Tra un sorso ed una macchia d’inchiostro si consumava la mia notte ed io con essa.


Sono ancora qui, sulla terrazza davanti al mio pino. Ore 2:43-5:57.
∃x(φ)

Scuse al cuore

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Disegno riportato dal diario.

Chiedo scusa. Chiedo scusa al mio cuore per tutto quello che gli ho fatto, per tutto quello che gli è stato fatto, per tutto quello che ancora dovrà sopportare. Lo so, sei ben allenato, hai sempre lanciato perfettamente un battito dietro un altro, senza fermarti mai. Accelerando quando serviva, rallentando quando volevi. Ma ci sei sempre stato. Tu, cuore, sei stato il testimone della mia storia — delle mie sconfitte, delle mie vittorie, delle mie scalate ai monti, dei miei combattimenti, dei miei amori.
Mi hai sopportato, ma soprattutto mi hai supportato. E se oggi sono qui, lo devo a te, che ancora non hai ceduto, che ancora continui a battere. Lento, piatto, oggi più che mai, ma continui a battere — per me.

Ti sono riconoscente cuore — per tutte le volte che hai battuto per me e anche per lei. Per tutte le volte che hai battuto non solo per me.


Si ringrazia Lilianius per la convinta e fanciullesca partecipazione al disegno! 🙂

Debolezze quotidiane

Ma io, io semplicemente ricerco qualcosa che non esiste più. Mi trascino in un oceano di superficiali millanterie per nascondere la piatta profondità del mio cuore. Mi trascino in questa tempesta di ricordi. Già, perché ad un uomo occorre molto per essere felice, ma basta poco, davvero poco per essere infelice. Basta una mancanza alla quale pare non abituarcisi mai per rendere ogni giorno una piccola punizione quotidiana. Basta il non esserci di chi è già pronto a dirti “ci vediamo dall’altra parte del dolore” e rincarare involontariamente la dose della tua disillusione davanti ad una realtà che non è all’altezza dei tuoi sogni. 

E soffriamo peggio. Soffriamo di più, con la speranza che un giorno le cose vadano meglio. Ma qui ad andare meglio è solo l’infelicità che ogni giorno diventa più solida, più costante, più stabile, più forte – più forte di me. E tu? No, tu sei più forte di me.

Un piccolo viaggio

Partenza 21:07 / Arrivo 21:56

È stato un viaggio intenso. Ora ho la patente da un po’ ma, questa sera, avevo bisogno di camminare. Camminai ma non come le persone comuni, io scivolai via per la città. Senza sosta, con una sola meta: le mie panchine. Dovevo soprattutto fuggire da casa, quella casa che ormai mi dilania con le urla e i litigi e i divorzi appena scritti e sottoscritti. Sì, dovevo fuggire e restare un po’ in me stesso.

20160901_215347.jpgNon ho paura di girovagare da solo, nell’oscurità, per luoghi così malfamati — molto più spesso sono le persone che mi vedono ad aver paura di me. Davanti al porto non c’è mai nessuno, eccetto le auto che sfrecciano indisturbate. Mi chiedo se mai, un giorno, dovessi incontrare qualcuno con cui chiacchierare, qui sui miei scogli terrestri. Per adesso sono solo, come piace a me, godendomi l’atmosfera portuale: container vengono spostati e caricati, sirene dei camion che vanno in retromarcia suonano, gatti miagolano magari per lo stesso topo, ed io faccio il mio rumore abituale: resto in silenzio. Prendo la mia liquirizia dal pacchetto e inizio a succhiarla. Percepisco il freddo che mi accarezza il collo. Sono arrivato alla conclusione che, se dovessimo dare un colore al freddo, sarebbe pallido. Molto di questa lunga notte andrà perduto in questo scritto, perché del mio viaggio voglio mantener segrete le motivazioni…ancora un po’, ancora finché non sarò pronto a svelarle. Ho paura, ho così paura.

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Questa sera sono passato sotto casa tua, Angie, ricordi quando ti chiamavo così? È rimasto tutto uguale: le macchine in doppia fila, il distributore dei preservativi a cui non volevi accompagnarmi perché avevi vergogna, la salita per casa tua che ti sfiancava ed io che ti prendevo in giro perché affannavi…è rimasto tutto identico. Tranne noi, ovviamente. No, tranquilla, se stai leggendo sappi che non ho scattato foto di casa tua…della nostra vecchia caverna platonica, come ti piace ricordarlo. Ho messo la felpa col cappuccio che mi regalasti, è il 4 settembre, lo sai quanto facilmente mi ammalo di raffreddore.


Panchine al porto, 3:22.

Un articolo senza alcun fine. Senza senso. Senza apice poetico. Volevo solo raccontarmi.

∃x(φ)