Il moralista

Ci sono persone che pretendono più rispetto di quanto sono disposte a darne. — Queste sono le stesse persone che la gente crede siano perfette ed in base alla loro implicitamente assunta perfezione sono convinte di meritare più di ciò che danno; se le si guardasse un po’ più in profondità, non si vedrebbe altro che un moralista. Cosa fa il moralista? Sbaglia, continua a commettere gli stessi errori — credendo di essere sempre nel giusto.

La tua ombra su di me

È questo tempo, lo sai meglio di me, è questo tempo che ci avvicina. Perché questa pioggia non è altro che tutte le lacrime che abbiamo versato l’uno per l’altra. E guarda, guarda: quanto piove? Tanto! Come piove? Come se il cielo fosse stato squarciato in due — così i nostri cuori: spezzati. Però tranquilla, se qualcuno dovesse guardarmi il cuore, ti riconoscerebbe — è rimasta l’ombra della metà che era tua.

 

Meno, meno di te

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Io devo capire, devo ancora capire chi sono io per te. Perché qualunque cosa io sia, mi sembra sempre di essere meno di quello che vorrei fossi per te, di quello che vorrei fossimo insieme.
Ecco — mi sono sempre sentito meno, meno di te. Perché tu sottraevi a me tutto il male che mi facevo, mi salvavi così tante volte che la mia felicità dipendeva dalla tua completamente.
Mi completavi — e mi completi ancora.


∃x(φ)

Io sono qui, dove sei tu

Ma io sono qui! Sono qui! Non dirmi che non mi vedi, no, dimmi che mi vedi, dimmi che mi guardi, dimmi che sai esattamente cosa sono. Non lasciarmi. Dimmi che ci sei, dimmi che mi fissi, dimmi che mi vuoi. Dimmi che sai esattamente cosa vuoi.
Io sono qui, dove sei tu. Sotto i riflettori, sotto lo spazio pubblicitario — io sono questo spazio e lo sono diventato ora.
Salvami, scrivi.
Sto urlando, sto urlando da così tanto tempo — non contro di te, ma per te. Sappi solo questo, impara da me soltanto questo.
Dimmi che sei già in piedi, dimmi che non hai dormito, dimmi che sei in cammino — verso di me. La meta la conosci, la conosci bene. Ed il sentiero è il tuo corpo, la mappa del mio essere. Saprai dove andare, lo tieni scritto dentro — mi tieni scritto dentro.
E potrai girovagare e girerai e non ti fermerai e farai la più imponente scoperta della tua vita, che: io sono qui, proprio dove sei tu.


∃x(φ)

12 marzo 2016

Parte I, 12 marzo, ore 3-4

Eccomi, di nuovo qui — ancora qui. Non riesco più a sopportare la tua mancanza. Non riesco più a pensare neanche per un attimo che sia successo davvero, che ciò che più temevo mi abbia avvelenato la vita davvero. Non riesco più nemmeno a bere e, credimi, ho bevuto così tanto e così a lungo che, ormai, in tutte quelle birre pareva quasi di vedermi affogare — affogare nella tua saliva; era solo questo che volevo questa notte, volevo che ci fossi tu vicino a me e non la mia amica, non il mio amico, non i miei “fratelli” o le mie sorelle, non volevo nessuno, credimi — volevo solo te. Ti voglio, ti voglio ancora, ti voglio sempre. Perché al mio fianco, a fare la foto, pensavo a quanto avrei voluto ci fossi stata tu. Tu ed io, felici insieme. Perché questa sera avrei voluto regalarti il tuo diario, l’originale che avevo scritto a penna. Perché questa sera avrei voluto stringerti così forte e dormire con te, dormire e tenerti fra le mie braccia tutta la notte.
Eppure tutti dobbiamo tornare a casa, io sto tornando ora. Mi hanno lasciato qui, sotto il portone. Ma non sono tornato a casa, sono entrato e mi sono seduto sulle scale. Ora ti penso, ti sto pensando — perfino nelle scale del palazzo riesci a entrare di prepotenza nei miei pensieri più intimi; che dico? — tu sei il mio pensiero più intimo.


Parte II, 12 marzo, ore 23

Però oggi l’ho sentita di più, oggi ti ho sentita di più, oggi ho sentito di più il bisogno di averti vicina, perché è stato il mio compleanno. Ho aspettato fino alle quattro di notte che arrivassero i tuoi auguri, seduto sulle scale, ma ho aspettato inutilmente perché sono arrivati dopo, molto dopo. Il mio dopo era il tuo prima?
Quanto avrei voluto che mi regalassi la tua presenza, quanto avrei voluto che arrivasse un messaggio con scritto “Sto a Salerno”, quanto avrei voluto che mi cogliessi di sorpresa e venissi da me. Ho aspettato fino a tardi ma non è successo nulla. Nulla di quello che avevo immaginato e atteso per tutta la giornata. E così fu: il silenzio, io, il mio pianto nascosto. Forse avrei dovuto prendere il primo treno e venire a prenderti. Perché non l’ho fatto!? — Voglio venire a prenderti! Voglio venire da te! Non ce la faccio più a sopportare tutta questa mancanza, tutta questa lontananza!
Sono divenuto qualcosa di nuovo, qualcosa di tuo — il tuo ultimo ghigliottinato.


Il mio triste compleanno, 9 d.P.
∃x(φ)

Io, gli Altri

E poi c’ero io. Io che aspettavo e non ottenevo niente. Io che non ho fatto altro che soffrire – qualcuno direbbe che, se non altro, ho imparato a soffrire bene. No. Non si impara mai a soffrire. Ti fa male; ti fai male e basta.
Gli altri. Come sono strani: agli altri, tu, ci hai mai pensato? Io ci ho pensato così spesso e così troppo che, ormai, sulla mia corazza d’egoismo essi possono intravedere i loro volti. Se sono diventato me stesso lo devo soprattutto a voi, altri. – Questa non è gratitudine! Questo è un puro, schietto e rancoroso rinfacciare a voi tutto il male che mi avete fatto! Quanto male mi avete fatto sentire! Dal primo all’ultimo, perché nessuno può capire chi sono. Nessuno può vedere oltre le mie apparenze. Anche chi ci ha provato, è scappato via.
E allora basta. Sono stanco di aspettare. Sono stanco del buonismo, ora voglio ritornarne me stesso. Voglio sputare fuori il mio egoismo perché, se represso, mi avvelena. Solo sputandolo fuori potrò liberarmene. Solo sputandolo fuori potrò smettere di essere ciò che mi avete costretto ad essere.
Ma va bene anche così. Deve andarmi bene perché…non ho altro. 


∃x(φ)

Vaga inquietudine

È qualcosa di vago. Sento il peso di questa inquietudine fin dentro le ossa, fin sopra l’epidermide. Mi fa quasi rabbrividire, ma non è freddo. Non lo è. È qualcosa di peggiore, è qualcosa di inatteso, di non definitivamente compiuto, qualcosa che è in movimento e che mi attanaglia, dall’interno. Un coltello è troppo appariscente, questo è più uno spillo che punge piano piano. E mi soffoca, mi soffoca facendomi affannare, facendomi richiedere più e sempre più ossigeno. È ansiogeno, so che lo è e non so che cosa sia. «Come me ne libero?», questo è il mio primo pensiero. Come guarirmi? Come curarmi? Come?
Oppresso. Oppresso da qualcosa che non sono io, da qualcosa che riposa in me ma non si può identificare con me. Sono tre giorni — tre giorni che vivo all’inferno. E forse sono l’unico abitante di questo posto, di questo mio posto…perché l’inquietudine è una solitudine interiore.