Hai aggiunto vita ai miei battiti

Hai dato senso a questa veglia. Hai dato senso alla mia vita. È come se ogni mio giorno avesse teso ad oggi — avesse teso a te. Come se la mia intera vita fosse sempre stata diretta ad incontrarti — il senso della mia vita, è tutto qui: il significato del mio passato è stato nell’aspettarti.
E se anche dovessi aspettarti tutta la vita, non ne avrei comunque una vita migliore? Una vita orientata a te, al bene? Sì, tu mi fai del bene perché mi fai stare bene. Ed io ti voglio bene, sempre o per sempre — che c’importa del tempo? Ormai il mio tempo ha già avuto una fine: il mio tempo è durato dalla prima volta che ti ho baciata fino alla volta in cui sei andata via.
Ricordami, ricordali quei giorni — saranno stati quelli i giorni del mio intero vissuto.

Hai aggiunto vita ai miei battiti.


Frammenti di cuore in una notte insonne. Frammenti di te.
Frammenti di un tempo lontano.
∃x(φ)

Ti ho amata, ti amerò

Sono morto — nessuno se n’è accorto però. La mia vita è durata così poco che ho appena avuto il tempo per sorridere e così tanto per soffrire. Ma ho vissuto, ho vissuto così tante vite in una sola che il tempo è divenuto l’accessorio esterno di una sola di esse: quella reale. Tutte le altre, tutte le altre vite non reali sono state le più vere però — perché la verità della vita è determinata dalla sua intensità e queste sono state le vite più intense, profonde, disordinate, soffocando nel tuo ricordo e nel mio rimorso.
Ho vissuto, ma ho vissuto con te.
Ho vissuto, ma ho vissuto per te.

Ti amo, ti amerò.
Tuo, M.


Lettera n. 46, 29 luglio 2016

∃x(φ)

Al prezzo della solitudine

Ne sentivo l’esigenza, sentivo l’esigenza di essere diverso. Ma la diversità non sarebbe caduta tra le mie braccia, tra le mie arterie, tra le mie ossa come un dono — sarebbe stata sofferta, dolorosa, patita, pentita. Sì, me ne sono pentito — la diversità sarebbe stata conquistata pagando un amaro prezzo: al prezzo della solitudine. Ma fu una trappola, perché la solitudine portava con sé verità e verità fu che quel giorno la vita scorse più lentamente, più opaca, più autoreferenziale — che cos’è, ognuno di noi, se non la vita che glorifica se stessa?
Ma qui stava la trappola di una solitudine che non esitava a diventare sola sempre più sola: io, solitario, ero un’offesa alla vita stessa — perché non aprivo nuove possibilità, perché ero un atto finito; chiusura esistenziale — ero chiuso esistenzialmente, fuori da ogni posto, fuori di me. Raggiunto da pochi, da quei pochi che sanno essere nessuno come me. 

Fuori e basta, fuori di testa.


∃x(φ)

Crollo

Guarirò, sì, mi sono ripromesso che guarirò. Ma se devo promettermelo allora sono ancora malato. Non si esce, non va fuori da me, fuori di me. Sono questo e non posso cambiare. Sono tragedia pura, sono un disastro come uomo perché — sono inadeguato, sono sbagliato, sono fuori posto. Fuori posto perché il mio posto non è con te, non è con me, non è con loro — non sono con nessuno e preferirei non essere affatto. Ho così tanto desiderato la mia vita che ormai non la riconosco più: sono carne morta, scheletro senza ossa. Mi trascino. Ho le gambe corte perché non le ho mai usate — non ho mai saputo essere uomo e mai lo sarò. Perché crollo, frantumo in pezzi. Ma i veri uomini restano in piedi senza versare neanche una lacrima, sono corretti con tutti ed esercitano il loro autocontrollo sempre.
Come te papà.

Allora non lo sono, non sono un uomo! Non sarei un uomo, non sarei un buon padre, non sarei ciò che conta! Io non conto, allora tu lasciami stare — lasciami da solo perché: se dovessi crollare almeno non crollerei su di te.


Crollo, totale. Continuo a piangere per ciò che non so essere. Ecco cosa faccio, ecco cosa sono quando nessuno mi vede.

∃x(φ)

Un mondo per noi

Emozioni. Emozioni forti. È questo di cui abbiamo bisogno io e te — ma non possiamo più provarlo insieme. La nostra condanna, il nostro tormento: restiamo la più forte emozione dell’altro, ma è poi nella distanza che percepiamo il nostro distacco.
Questo mondo non ci è bastato, ce ne sarebbero voluti quattro: uno per essere me, uno per essere te, uno per essere insieme e uno per il nostro amore.


Tu inventa il mondo per noi, perché quello esistente non ci appartiene. 
∃x(φ)

Viaggiare

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Dovremmo viaggiare un po’ più spesso, prendere l’orologio non per vedere che ore sono, ma per vedere quanto del nostro tempo abbiamo già sprecato vivendo ciò che ci mantiene tristi, ciò che non ci appaga, ciò che non ci rende felici. Dovremmo comprendere che l’orologio ci dice quanto del nostro tempo non abbiamo speso in felicità.
E dovremmo tenere un diario, un piccolo diario per piccole emozioni e piccoli pensieri — ripartire ogni tanto dallo spazio che abbiamo dedicato a quelle esperienze significative che abbiamo impresso su carta, su pelle, dentro. Dovremmo ripartire — allora io riparto da te, che sei stata la mia esperienza più bella.
Ma cos’è il viaggio se non la dimensione fisica di cui ogni uomo si serve per accedere ad una dimensione non fisica — per accedere a se stesso?

“Legga l’orologio, signorina, non per sapere in quale punto temporale si trova. Ma per sapere quanto le manca ancora per la felicità”.


Un lungo viaggio senza panchine.
Un lungo viaggio solo con me, per capire te.
∃x(φ)

Chiuso, dentro di me

È che alla solitudine ci si fa l’abitudine. Non è vero che è bella, non è vero che è comoda. Semplicemente si ricomincia a stare bene — non felici però. Esser felice poi, io non lo sono e non mi interessa più esserlo. Perché ho rinunciato a tutto, ho rinunciato a me. Ho rinunciato alla parte migliore di me — ora voglio soltanto sopravvivere, cacciare fuori tutto il mio egoismo e dire ancora una volta al mondo: «andate via, voglio restare con me!». Forse ad andare via non dovrebbe essere il mondo, dovrei essere io.

Vado via. Non cercatemi, sarò dove piovono i pensieri — dentro di me.


Non fa male il dolore, ma la realtà del dolore. 
∃x(φ)