Occhi aperti

E io vedevo solo il tuo viso nel buio di quelle coperte. Ma era già tutto ciò per cui valesse la pena avere gli occhi.

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Dove non c’erano persone

Era ricolmo di rabbia. Una rabbia non scritta, una rabbia non sentita da nessuno se non da lui stesso. In molti lo guardavano spesso — lo guardavano troppo — eppure nessuno era in grado di squarciare quel velo di insana invenzione che raccontava una spensieratezza ed un godersi la vita senza freno e senza afflizione. Un velo che celava, invece, tutta quell’ira.
Egli stesso a sé stesso nascondeva quell’orrore che gli gonfiava l’ego e gli sputava in faccia la sua esistenza come fosse la causa di tutto ciò che poteva fargli del male. “Rabbia, è da sempre il tormento di ogni mio attimo” si ripeteva.
Guardò oltre, andò un po’ più in là. Dove non lo raggiungevano le parole, dove non c’erano persone. Sapete cosa vide? Ancora una volta, una possibilità. Vide uno spiraglio per sopravvivere, per uscire fuori da quella gabbia toracica che gli stava stretta, una possibilità per urlare un po’ di più e un po’ dando meno nell’occhio. Chi l’avrebbe compreso? Nessuno. Perché nessuno l’avrebbe sentito urlare.

O forse restò così zitto da fare un rumore assordante soltanto per chi c’era quando sussurrava “quanto sei bella”.


∃x(φ)

Convergenza

Che cos’è che ci riguarda?

convergence-1952
J. Pollock, Convergence, 1952

Che cos’è che ci riguarda? Una domanda semplice, ma tanto vaga da poter permettere di rispondere in mille e mille modi differenti. Forse la risposta davvero più semplice è: tu. Riguardare: se significasse invece “ri-guardare” e quindi un guardarsi nuovamente, un guardarsi di più, un guardarsi senza parlare? Proprio come un’opera d’arte. La guardi e la riguardi finché non è l’opera stessa a guardare te — a guardarti dentro! Ecco dove sta la convergenza: nel ri-guardarsi di oggetto e soggetto, nel ri-guardarsi di un cuore di tela e di uno di emozioni.

Sì, tu sei un pezzo d’arte. Mi guardi e mi riguardi, dove convergono le nostre intenzioni ed i nostri battiti. Hai il cuore negli occhi — il mio.
Ecco la mia risposta:

Tu.


∃x(φ)

 

Terrorizzato, da te

Sei comunque stata tu la mia più grande fonte d’ispirazione.
Questa è una verità — e non si tradisce. Questa è una verità che non si tradisce e che non resterà mai fuori luogo. Questo m’illuderà, m’illuderà che tu non sia fuori luogo con me, fuori luogo per te, fuori luogo dove siamo e non siamo noi. M’illuderò, m’illuderai.
Non m’importa. Non mi importa più della sofferenza, perché ho già sofferto così tanto che qualunque altro dolore non potrà essere che un tuo lieve pizzicotto sul mio braccio.
Ti starai chiedendo se a te ci tenga davvero? Se mi piaccia dirti quanto sei bella e tenerti fra le mie braccia? Se non sia musica per me ascoltare il tuo respiro durante notti insonni?
Sì, di te me ne importa. E sono terrorizzato. Sono terrorizzato da una vita interiore che porta nascoste dentro di sé gioie e meraviglie, paure e tristezze, odi et amo. Sono terrorizzato — terrorizzato da te.

Ma la meraviglia, dicono i filosofi, nasce dal terrore.
Allora tu, per me sei meravigliosa. 


Mi hai meravigliato quella sera e continui a farlo.
Tuo, M.
∃x(φ)

Dietro l’angolo

Scappa, scappa. Scappa ovunque non ci sia sentimento. Perché ciò che fa più paura è ciò da cui non si può fuggire — e dai sentimenti si continuerà sempre a fuggire e mai a liberarsene.

Tu sei il mio sentimento più grande, perché sei proprio dove dovresti essere — sei dietro l’angolo.


∃x(φ)

Era Venezia, solo Venezia

Parte I – Troppo tempo fa

Era Venezia, era solo Venezia ed il luccichio della gente gli girava intorno. Era ovunque…e da nessuna parte. San Marco si ergeva maestoso a difendere una città che non aveva bisogno di protezioni, un mondo sommerso a metà che lo attaccava, che lo aggrediva fin dentro il ciclone più tempestoso del suo ultimo gradino di anima. Quell’anima che gli rimaneva, strappata da un amore pienamente vissuto ma a cui non era completamente sopravvissuto, quell’anima era il relitto di un uomo che stentava a vivere. Un uomo che avrebbe forse ancora una volta guardato sé stesso nella pozzanghera di San Marco e avrebbe visto, piuttosto che Venezia, il cuore pulsante della speranza. Sì, prima di tutto, egli avrebbe sperato; avrebbe amato.


Parte II – Oggi

Quanto avrebbe amato, l’avrebbe capito dopo — dopo di me. Sì, quell’uomo ero io. Dopo di me che cosa è rimasto? Dopo di me non sarebbe rimasto altro, non sarei rimasto io. Ma sarebbe rimasto questo scritto — un pezzo di tempo, un pezzo di felicità così soffice, soffice come neve che scompare al minimo contatto col corpo. Così è il presente: scompare così presto che non si fa in tempo a goderselo, e quando è passato è già un rimpianto.
Era Venezia, era solo Venezia. Ma per me fu il primo amore. Fu la prima volta che sentii battere il cuore.


Parte I – 17/5/2012

Parte II – 9/01/2017

∃x(φ)