Ci sono oggetti che non esistono?

La condizione metafisica di avere proprietà è del tutto separabile dalla condizione ontologica di esistere. La predicazione precede l’esistenza. Naturalmente, qualsiasi cosa esista ha proprietà, ma questo dipende dal fatto che avere proprietà è metafisicamente del tutto inevitabile — più della morte e delle tasse.
Nathan Salmon, Existence

È un detective dell’epoca vittoriana, abita al 221b di Baker Street, è il principale avversario di Moriarty ed ha inusuali capacità di osservazione e deduzione. Chi è? Ovviamente, è Sherlock Holmes! Quindi, di cosa stavo parlando? Di un oggetto (o individuo), anche questo è ovvio. Ogni oggetto ha delle proprietà (o caratteristiche) che ci permettono di individuarlo e rappresentarlo nella nostra mente e nei nostri discorsi. Il caro Sherlock ha la proprietà, per esempio, di fumare la pipa (almeno secondo l’immaginario comune) e la mia capacità di individuare questa sua caratteristica mi permette anche di identificarlo. C’è però un problema che sorge spontaneo: ma Sherlock Holmes, esiste anche?
No, Sherlock Holmes non esiste, nel senso di esistere che usualmente adoperiamo per riferirci all’esistenza di un vaso, di un gatto, di un amico, ecc. — non esiste, però c’è. E in che senso oggetti come Sherlock Holmes non esistono ma ci sono? Per comprenderlo dovremmo fare riferimento ad una teoria filosofica che è detta meinonghianismo.
Il meinonghianismo fa capo ad Alexius Meinong, la cui teoria voleva rispondere alla domanda:

  • Ci sono oggetti inesistenti?

Per il meinonghianismo, un oggetto è qualunque cosa che sia possibile rappresentare nella nostra mente. Dunque, anche una montagna d’oro o un asino con le ali sono oggetti, al pari di quanto lo siamo io, voi, il vostro animale domestico e così via. Alla domanda “Are there nonexistent objects?“, la risposta di Meinong è: sì, ci sono cose che non esistono. Ma non è contraddittorio dire che esistono oggetti che non sono e ci sono oggetti che non esistono? Potrei a tal punto formulare l’enunciato contraddittorio:

(i)  Ci sono oggetti per i quali è vero che non ci sono tali oggetti.

L’enunciato (i) è palesemente contraddittorio: sto affermando al contempo che gli oggetti a cui mi riferisco sono e non sono. Come si può evitare la contraddizione? La teoria degli oggetti meinonghista propone due princìpi per fronteggiare la problematicità di (i):

(P1) Principio di indipendenza: l’avere proprietà di un oggetto è indipendente dalla sua esistenza o inesistenza.
(P2) Principio di indifferenza: l’esistere o il non esistere di un oggetto non è parte di esso, però ogni oggetto non può fare a meno di esistere o non esistere.

Il primo principio slega gli oggetti da ogni impegno ontologico (per esempio, posso parlare di un unicorno senza dover assumere che l’unicorno esista, così come posso parlare di Sherlock Holmes senza dover assumere che esista un individuo a Baker Street che sta svolgendo indagini contro il Professor Moriarty in questo preciso istante). Il secondo principio —che riteniamo valido in base alla legge logica del terzo escluso— ci dice che l’oggetto, a prescindere dalla sua esistenza o inesistenza, sussiste o non sussiste con queste proprietà. Questo secondo punto è importante, perché ci permette di stilare un catalogo ontologico degli oggetti. Il catalogo ontologico risponde alla domanda: quali tipi di oggetti ci sono? Le categorie dell’essere di una teoria meinonghiana sono dunque:

  1. Oggetti esistenti e sussistenti.
  2. Oggetti inesistenti e sussistenti.
  3. Oggetti non esistenti e non sussistenti.

Gli oggetti esistenti e sussistenti sono gli oggetti reali (la sedia, il pc, il libro, la matita…). Gli oggetti inesistenti e sussistenti sono gli oggetti ideali (la montagna d’oro, Sherlock Holmes, il numero 7…). Di un oggetto ideale non si può mai dire correttamente che esista, ma solo che sussista. Infine, gli oggetti non esistenti e non sussistenti sono quegli oggetti il cui pensiero conduce ad un assurdo o ad una contraddizione (il triangolo rotondo, il più grande numero primo, la ciambella senza buco al centro…). Possiamo vedere come i primi due tipi di oggetti siano oggetti completi, mentre l’ultima categoria sia composta da oggetti incompleti. “Completo” in tal caso vuol dire “completamente determinato”, ossia un oggetto le cui proprietà sono chiare e distinte (come direbbe il buon Descartes). A tal punto dobbiamo anche esplicitare che la completezza di un oggetto dipende dalla sua sussistenza, in base ai condizionali:

(ii) L’esistenza implica la sussistenza, la non-sussistenza implica la non-esistenza.
(iii) Tutti gli oggetti che sussistono sono completi, ma non tutti gli oggetti completi esistono.

Possiamo ora riformulare il catalogo meinonghiano come segue:

  1. Oggetti esistenti e sussistenti = oggetti reali.
  2. Oggetti non esistenti e sussistenti = oggetti ideali.
  3. Oggetti non esistenti e non sussistenti = oggetti assurdi.

 

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37 thoughts on “Ci sono oggetti che non esistono?

    1. Potrebbe essere una risposta topologica più che ontologica. Diciamo che nell’articolo non mi occupavo di dove fossero questi oggetti inesistenti, ma di quale fosse il loro status esistenziale.
      In parte la tua risposta risponde pienamente al quesito: si riducono gli oggetti inesistenti a semplici oggetti del pensiero. – Questa è una teoria che si chiama “concettualismo”

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      1. Sinceramente non mi pareva aspettassi una risposta.
        D’altronde ragionando la nostra mente per spazio e tempo, se la domanda è “esisto?” mi sembrava interessante specificarne il luogo. Dato che nel tuo post si parla di pensiero. Io di pensiero rispondevo. 🙂

        Ciao

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      2. “Tutto ciò che può essere detto, può essere detto chiaramente” diceva Wittgenstein.
        Non può che farmi piacere la conversazione e l’ampliarsi di nuovi orizzonti a partire da una idea iniziale 🙂

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  1. nel precedente commento, prima che tutto si liquefasse Ek, io pensavo all’Isola che non c’è.
    Vediamo che mi invento
    Oggetti esistenti e sussistenti = oggetti reali. (non discuto)
    Oggetti non esistenti e sussistenti = oggetti ideali. Se penso ad una montagna… come MONTAGNA fatta di roccia… Io visualizzo anche Dubay, che è una enorme montagna d’oro… l’evoluzione dell’essere umano ha dato suoni e parole per indicare un oggetto… una montagna d’oro si chiama anche Dubay, e viceversa questo significa che non è l’oggetto in se ma la “sostanza” dell’oggetto stesso.
    Oggetti non esistenti e non sussistenti = oggetti assurdi. Se le mie ciambelle di pan di spagna mi riescono sempre con il buco laterale…. che succede? ora vedi tu stai interagendo con una donna che è la contraddizione in persona… io in questi ragionamenti onirici mi ci perdo e mi ci ritrovo e mi reputo un’ “assurda” reale e ideale. 🙂

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    1. Allora:
      1) Per “Dubay” intendi la città che è piena di ricchezze? Nel qual caso, non sarebbe un oggetto inesistente ma sussistente, ma solo un oggetto esistente e sussistente. Sarebbe implicito nel tuo ragionamento un ambiguità linguista che andrebbe debellata per far vedere la differenza fra due oggetti tipologicamente diversi.
      2) Se le ciambelle di pan di Spagna escono sempre col buco laterale, allora (a) non sono ciambelle, (b) non sono oggetti assurdi, restano comunque oggetti esistenti e sussistenti che semplicemente non sono ciambelle. (Un oggetto assurdo è un oggetto che praticamente non si dà ma che teoricamente lo si potrebbe afferrare specificandone qualche set di proprietà contradittorie – del tipo: una ciambella con il buco al centro e senza buco al contempo)

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      1. accidenti… sapevo che sarebbe stato molt difficoltoso … e su tutto ci ponzo ben benino anche se mi sembra di stare sulle montagne russe di un paroliere… ma te la posso fare una confessione? A parte la sollecitazione mentale che mi hai dato con questo articolo… io non riesco a pronunciare la parola “meinonghianismo” mi si attorciglia tutto! ma, girovagando ho trovato questo…L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili Francesco Berto che dici? è del 2010, inizio da li o oh dimmi tu ! Grazie Ek…

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      2. La mia visuone di Dubay è davvero una Montagna d’oro… bisogna vedere da quale prospettiva la vedi tu e la vedo io… Ciambelle. vedi? più semplice, questa cosa l’ho capita… in parte è sempre una questione di “nome” a cui si danno gli oggetti esistenti sussistenti… e per cortezia se ho capito bene… dove sarebbe l’ambiguità linguistica da debellare nel mio ragionarci sopra? da ignorante (ignoro questo argomento complesso) vorrei iniziare a capirci un po… 🙂 Ek è un piacere.

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      3. Tu cosa intendi per “Dubay” una città o una montagna d’oro? Se cambia il riferimento, cambia di conseguenza l’oggetto: nel primo caso ti riferirai ad un oggetto esistente e sussistente, nel secondo caso ad uno non esistente ma sussistente.

        (L’ambiguità linguistica sta che dai lo stesso nome a due oggetti differenti [Dubay-città e Dubay-montagna] e dunque puoi farne derivare la stessa natura).

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      4. Ek… Montagna… non farti distrarre da ciò che è una struttura che non assomiglia ad una montagna…. ma che lo è… Ek va oltre… 🙂 Vedi che torniamo sul nome e non su quel che rappresenta?

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      1. A prescindere dall’onere del riferimento, tu puoi chiamare una montagna d’oro “Dubai” ma non sarà questa montagna d’oro identica con la città Dubai situata negli Emirati Arabi.
        Ora, dato che una montagna che soddisfa la proprietà di essere dorata e l’oro che soddisfa la proprietà di essere materiale costituente di una montagna sono oggetti la cui congiunzione nella nostra attualità risulterebbe contraddittoria (nomicamente contraddittori), ne consegue che questi oggetti non esistono. Ma pur non esistendo, tali oggetti sussistono, poiché il loro esser pensati insieme non è impossibile (possibile è, di converso, tutto ciò che non è logicamente contraddittorio).
        La montagna d’oro “Dubai” non può esistere nel nostro mondo attuale -date le leggi della chimica, della fisica e della geologia- ma, metafisicamente, sussiste in ogni mondo possibile ideale.

        Spero di esser stato chiaro senza usare troppi tecnicismi :/

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      2. come no… mi devo attrezzare con tutta una enciclopedia Universale adesso… in questo momento mi viene solo in mente Alice allo Specchio… e siccome sono testarda… vado avanti… Le cose complicate sanno di essere anche semplici se le dai in mano ad una persona curiosa …

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      1. Se siamo reciprocamente inesistenti, allora è vera la frase:

        (1) Io sono inesistente

        Ma da (1) deriva una contraddizione, perché non posso dire di me stesso che sono inesistente se sono inesistente. Quindi devo necessariamente esistere per dire qualcosa di me stesso

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      2. Possiamo esserlo nel comportamento, non metafisicamente. Io posso dire che mi piacciono le torte e poi non mangiarne – questo non genera alcuna contraddizione metafisica ma soltanto comportamentale

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      3. Sono posizioni molto difficili da sostenere comunque. Dubito che tramite la meditazione o la droga si possa giungere a conoscere una verità come “non c’è esistenza senza identità” o “una proprietà è ciò di cui un oggetto si predica”, da cui poi: “ci sono proprietà accidentali ed essenziali, le prime sono contingentemente soddisfatte da oggetti, le secondo necessariamente”, o ancora “ogni oggetto è una somma temporale di parti, ogni parte è tanto concreta quanto una parte nel passato, nel presente o nel futuro”. Ci sono cose per cui esperienze “extrarazionali” possono essere determinanti, altre per cui lo sono meno o quasi del nulla. Il pregio della filosofia sta proprio in ciò secondo me, nel saper distinguere i vari tipi di conoscenza

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      4. Senza filosofia non c’è l’uomo, dove c’è l’uomo c’è filosofia. Credo che ci sia una filosofia per ogni punto vista, ogni punto di vista ha le sue categorie e il suo modo di vedere.
        Ora, per costruire una casa non userei la conoscenza mistica, ma per interrogarmi su ciò che non conosco non mi limiterei alla logica, pur indispensabile ma non indiscutibile (alla fine dipende dagli assiomi che si scelgono).

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      5. Senza la logica, non c’è conoscenza ma soltanto opinioni e sensazioni. La conoscenza è lo stadio finale di procedimenti logici. Qualunque altra cosa non sia conoscibile logicamente, non è una conoscenza nel senso stretto della parola, ossia come parte finale di un ragionamento.

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      6. Così definita, la conoscenza è un prodotto della logica. Ma appunto, dipende dalla definizione, dal modo di intendere il significato di conoscenza. Personalmente mi piace vedere una stessa cosa (uno stesso concetto) da più punti di vista e non basta comunque ad esaurirla. Per fortuna/purtroppo 😉

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      7. Il problema è che così facendo si incorre in una mistificazione dei concetti più che ad un loro chiarimento. Meglio esaurire i significati di un concetto vedendo un solo punto di vista, piuttosto che estenderne i significati fino a darne di esso predicati sfumati.

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