Ne avevamo bisogno

Abbiamo sempre fatto così, abbiamo sempre sbagliato così e continuiamo a sbagliare. Dovremmo ascoltare di più il cuore e meno le lingue, di più le nostre labbra e meno le nostre parole, di più i nostri sentimenti e meno i nostri umori. Perché ciò che conta, ciò che ha sempre contato, non è mai stato il numero incalcolabile dei nostri “ti amo”, ma il nostro prenderci per mano e dirci — che eravamo il sogno più bello dell’altro.
Quando il presente ritorna al passato, il passato sa di futuro. Dobbiamo solo capire se questo sarà un futuro mancato o un passato pronto a tornare presente. Il nostro attimo più bello, forse, non è mai arrivato, ma deve ancora arrivare.

Mi manca il tuo odore, mi manca il tuo sapore, mi mancano tutti i colori che lanciavi sulla tela, sulla tela che era la mia vita. Perché la mia vita era la tua opera d’arte. 


Ne avevamo bisogno, avevamo bisogno l’uno dell’altro
— con tutte le nostre differenze.
∃x(φ)

[08.2016]

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Sguardi dal passato

Io ero lì, già a qualche metro da terra. Lei era lontana, ma alla portata della mia vista. Fu la potenza di un attimo ad unirci: un incrocio di due sguardi. Lo sapevamo entrambi, quegli sguardi si erano cercati, voluti dal caso e si soffocarono l’uno nell’altro così come erano nati l’uno nell’altro. Si guardarono per qualche secondo — ma quei secondi sembrarono un’eternità per noi che li abbiamo vissuti, e tanto e non di meno ci sarebbe bastato: l’eternità che abbiamo intravisto fra noi.
Ci guardavamo e capimmo subito tutto delle nostre intenzioni.
Io vorrei qualcosa che so non otterrei. Vorrei solo che quegli occhi mi guardassero così un po’ più spesso. Quello era davvero uno sguardo venuto dal passato — mi ha riattivato la circolazione, mi hai fatto risentire mangiato, divorato, tuo.
Mi hai bombardato con i tuoi occhi. Nessuno mi ha più guardato come te, neanche tu stessa se non quel giorno, quel giorno da nulla che per me, adesso, è diventato un altro dei nostri tanti giorni da ricordare — forse, per te è più facile non pensarci, forse per te è più facile perché tu hai scelto. Tu hai scelto ed io ho subito. Forse è per questo che continuiamo a viaggiare a velocità diverse. Ma con quello sguardo eravamo allo stesso passo, lo stesso battito, le stesse palpitazioni.
Con quello sguardo abbiamo ritagliato uno spazio diretto fra noi e per noi, meglio di qualsiasi ingegnere avesse mai potuto fare.
E allora guardami, guardami e dimmi che non è ancora la mia fine.


Panchina al Terminal, 21 luglio 2016
∃x(φ)

Vita indecente

Non ci voleva nulla, nulla di impegnativo e nulla di diverso. Bastava poco per ottenere ciò che volevamo — o forse, solo ciò che volevo io. Non si vince e non si perde nulla; non si guadagna né si trova sé stessi. Sono bugie. Piccole illusioni di una vita indecente. Come la mia: la più indecente delle vite — perché non solo ho accettato la fine di ogni speranza, ma ho anche scelto e continuato a piangere e lamentarmi per questa mancanza.

Per le tue assenze, sempre. Sempre piangerò.


∃x(φx)

Promettere o mentire?

Era una promessa, solo una promessa. Una promessa sola, proprio come me. E mi incatenò. A restare incatenato fui solamente io: incatenato alla delusione di una promessa infranta — ossia di una bugia svelata. Perché ogni promessa non dura e non vale se non il tempo durante il quale sussiste la condizione stessa che ha dato sostanza alla promessa. E quindi? Quindi tutte quelle silenziose promesse che ci siamo fatti: baciami, abbracciami, resta vicino a me, stringimi, ci sarò, ci sarai, resterò, resterai — tutti questi taciturni giuramenti non sono mai stati reali.

La stabilità di una promessa è così fugace che nessuno se ne accorge che: promettere altro non è che dire una bugia, un’onesta bugia. 


Un altro dei tanti onesti bugiardi
∃x(φ)