Distruggere statue è rivoluzionario

Fa fatica credere che distruggere le statue possa essere un’azione politica. Benché politico sia l’effetto che si vuole raggiungere. L’onda di proteste che sta scuotendo gli Stati Uniti d’America precipuamente e l’Europa secondariamente non è forse volta ad una parità sociale fra popolazioni di origine africana e popolazioni di origine caucasica? Nel dominio della società dei diritti universalmente riconosciuti l’obiettivo dei manifestanti è chiaramente accettabile, ma poiché esso è perseguito tramite canali non politici (ma, anzi, con fare tipicamente rivoluzionario) allora si può pensare che l’azione non ricada sotto l’estensione della definizione di azioni politiche. (Supponendo che per azione politica si intendano quelle azioni che hanno luogo secondo i tempi e le modalità previste da una Costituzione o da una qualsivoglia carta nazionale e/o internazionale).

Lasciando questo punto da parte, io mi chiederei piuttosto: è giusto o ingiusto distruggere le statue?

Una prima risposta è: non è né giusto né ingiusto, è paradigmatico.
Il messaggio rivoluzionario è da sempre veicolato da azioni forti, azioni che non hanno il dovere di essere diplomatiche né che hanno il dovere di essere violente. Ciò che è stato fatto in passato alle statue non giustifica però ciò che nel presente viene fatto (sarebbe un argomento induttivo e dunque fallace, perché ammette controesempi). La rivoluzione passa anche attraverso la distruzione delle statue di quei simboli che, seppur decontestualizzati, hanno nel paradigma rivoluzionario uno specifico significato che può essere (e dal punto di vista dei rivoluzionari deve essere) demonizzato. Lo storico dell’arte probabilmente si indignerà dinanzi alla distruzione del patrimonio storico-artistico e più generalmente culturale.
Si potrebbe obiettare che se i distruttori di statue fossero nel giusto, allora i barbari avrebbero dovuto distruggere a ragione le statue degli imperatori e degli dei romani. Così come i cristiani avrebbero dovuto distruggere il Colosseo, dove i fedeli venivano messi a morte a lottare contro le fiere, considerano l’Anfiteatro Flavio come l’esempio prototipale della tirannia pagana contro i cristiani.
Il paradigma cambia e cambia ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nel paradigma. Nel paradigma artistico, distruggere statue è ingiusto. Nel paradigma rivoluzionario, distruggere statue che rappresentano i soprusi subiti dai rivoluzionari è giusto.

Il punto è: al di sopra di due paradigmi contrari, è possibile applicare universalmente il predicato “giusto/ingiusto” sull’azione di distruzione delle statue a prescindere dal paradigma?
Questa è una questione filosofica e pertanto richiede un’analisi più rigorosa e serrata. Sarebbe richiesta una teoria etica entro la quale lavorare ed anche una argomentazione logica che ci assicuri di non stare a cercare una risposta inesistente. In altre parole dobbiamo occuparci di due questioni:
1) Fra due paradigmi diversi con opinioni contrastanti su che cosa sia giusto fare, esiste un’idea di giusto che possa egualmente applicarsi a entrambi; potremmo dire: che possa applicarsi meta-paradigmaticamente? (Questione logica).
2) Qual è il principio etico minimale che dovrebbe sottendere alla nostra analisi? (Questione etica).

Rispondere alla prima questione potrebbe però essere inutile, dato che per rispondere alla seconda dovremmo immancabilmente scendere al livello di un paradigma etico. E all’interno del paradigma etico scelto sarebbe impossibile (o quanto meno logicamente scorretto) giungere ad una proposizione vera di tipo meta-paradigmatico. La questione filosofica sembra essere, perciò, al di là della solubilità.

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