Cosa si può dire intorno a qualcosa?


Ogni proposizione contiene almeno un soggetto ed almeno un predicato. La relazione di attribuzione del predicato al soggetto può essere vera o falsa, se la proposizione è ben formata. Quindi ogni proposizione implica una predicazione. Al di là della verità o falsità dell’attribuzione, è necessario innanzitutto chiedersi: che cosa si può dire? E poiché un enunciato, per essere veritiero, ha bisogno di un riferimento (ossia un oggetto di cui si parla), allora la questione che più dovrebbe interessare è la seguente: che cosa si può dire intorno a qualcosa? Ci si interroga, cioè, sulla forma logica delle predicazioni.
La risposta più antica e ancora oggi più completa alla questione risale alla speculazione aristotelica. Aristotele era un filosofo particolarmente attento al linguaggio e da esso egli era solito far cominciare le sue analisi. Non solo egli fornirà alla filosofia un linguaggio tecnico più rigoroso, ma proporrà anche delle riflessioni di filosofia del linguaggio determinando le modalità in cui il linguaggio riesce ad agganciare il mondo.
Al di là di tali questioni teoretiche, Aristotele nei Topici, Libro I, 2-3 (una delle opere poi confluite nell’Organon, gli scritti di logica e filosofia del linguaggio) individua ben quattro modi possibili ed esaustivi coi quali si può dire qualcosa di qualcos’altro. Nell’esaminare queste quattro modalità, egli individua dunque anche le possibilità, ovvero le forme logiche, che ci permettono di parlare intorno a qualcosa.
I modi per mezzo di cui si dice qualcosa intorno a qualcos’altro sono i seguenti: definizione, genere, predicazione propria, predicazione accidentale. Cominciamo dalle più semplici, procedendo quindi in senso contrario rispetto alla presentazione.

1) La predicazione accidentale è un modo di predicare qualcosa di qualcos’altro. Nella predicazione possiamo distinguere un soggetto ed un predicato. Se soggetto = S e predicato = P, allora P si predica di S (cioè P è predicato di S), mentre S partecipa di P. Se P è predicato accidentalmente di S, allora P poteva o poteva non appartenere ad S. Esempio: Socrate è ateniese. Socrate è il soggetto, il predicato è “essere ateniese”. Chiaramente a Socrate è capitato di essere ateniese, poteva anche nascere a Sparta se sua madre si fosse trovata lì il giorno in cui Socrate è venuto al mondo. Un altro esempio: Socrate parla magnificamente. Anche questa è una predicazione accidentale. Socrate poteva parlare usando termini volgari oppure avere una cattiva dialettica. In breve: un predicato appartiene accidentalmente ad un soggetto se e solo se non vi appartiene necessariamente. Un predicato appartiene necessariamente ad un soggetto se e solo se quando questo soggetto viene privato di quel predicato, allora il soggetto cessa di essere tale o diventa qualcos’altro.

2) La predicazione propria è un altro modo di dire qualcosa di qualcos’altro. Intuitivamente, quando diciamo “l’uomo è grammatico” stiamo affermando l’appartenenza di un predicato ad un unico soggetto in grado di partecipare a quel predicato: non è possibile che una pianta sia grammatica, né che un animale diverso dall’uomo sia grammatico. L’essere grammatico, tuttavia, non appartiene all’uomo in modo definitorio: possono esserci uomini che non sono grammatici. Fra l’insieme dei predicati accidentali e quello dei predicati propri possono esserci delle intersezioni: dire di Socrate che è seduto mentre tutti gli altri partecipanti ad un convivio sono alzati significa predicare in modo proprio un attributo appartenente a Socrate. Ciò non sarà ovviamente sempre vero, qualora gli altri conviviali si sedessero, allora il predicato “essere seduto” apparterrebbe di nuovo solo come accidente a Socrate.

3) La predicazione secondo il genere si ottiene, per esempio, quando si dice che l’uomo è un animale. In tal caso si sta predicando il genere, cioè l’animalità, di un soggetto, cioè l’uomo. Se l’essere animale appartiene come genere all’uomo, allora la negazione dell’animale non è possibile senza negare anche l’uomo; non è possibile che qualcosa sia un uomo e non sia animale e se qualcosa non è un animale allora sicuramente non sarà un uomo. Il genere appartiene necessariamente al soggetto. Il genere non appartiene, però, in senso proprio al suo soggetto. Infatti, l’essere animale non appartiene esclusivamente all’uomo, ma anche a un rettile, ad un anfibio, ad un pesce e così via. Se sappiamo che S è un animale, da ciò non possiamo inferire che sia un uomo.

4) La predicazione definitoria è, infine, quella che racchiude entro di sé la predicazione secondo il genere e quella dell’attributo proprio. Una definizione individua quelle caratteristiche che appartengono necessariamente alla specie e sono sufficienti per distinguerla da ogni altra specie. Esempio: definizione dell’uomo è animale razionale. Dell’uomo si predica secondo il genere il primo predicato, ossia l’essere animale, e si predica come predicato proprio (ossia come differenza da ogni altra predicazione all’interno del genere) l’essere razionale. Un altro esempio: la sedia è un mobile (genere) con schienale (differenza propria). Se infatti qualcosa non è un mobile, allora non è una sedia. Se qualcosa è un mobile ma è privo di schienale, allora sarà uno sgabello o un comodino.

Questi sono i quattro predicabili, ossia i modi in cui è possibile dire qualcosa di qualcos’altro. Ognuno di questi predicabili ricade sotto una o più delle dieci categorie aristoteliche: sostanza, quantità, qualità, relazione, spazio, tempo, stare, avere, agire, patire. Se, infatti, si dicesse “Socrate è noioso, domani ci parlerà delle virtù” allora staremmo predicando in modo accidentale di una sostanza (Socrate) una qualità (l’essere noioso) e al contempo la predicazione rientrerà nella categoria del tempo (Socrate parlerà domani) e dell’agire (il parlare da parte di Socrate è un agire di Socrate) e del patire (la virtù è detta da Socrate, subisce un’azione).
Sebbene la maggior parte delle persone ritenga la filosofia una disciplina speculativa del tutto inconcludente, è indubbiamente un traguardo filosofico il poter ammettere che almeno una conclusione filosofica è nota: la teoria aristotelica dei predicabili. Chi la negasse, infatti, incorrerebbe o in contraddizione o nella condizione di non poter più predicare nulla, dunque di non poter proferir parola. Ciò rende vera la teoria dei predicabili. La dimostrazione di quest’ultimo enunciato la si lascia volentieri al lettore, con l’augurio di buon ragionamento!