Importa o no?

“Non mi importa!” — falso.
“Non mi importa” — vero.



∃x(φ)

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Il mio errore

Il mio problema è sempre stato questo: tratto le persone con più rispetto di quanto ne meritino. Non imparo mai, continuo a dirmi sempre che tutti meritano una seconda possibilità anche dopo avermi deluso, ma, inevitabilmente, tutti continuano a deludermi. Li giustifico, dico a me stesso che l’animo umano è volubile ed è una conseguenza di ciò il fatto che una volta commesso un errore, questo si può perdonare. E questo è puntualmente un errore al quale non so porre rimedio. — Ma come io perdono gli altri, non dovrei forse perdonare me stesso per dare comunque e sempre a costoro il meglio di me?
C’è qualcosa di paradossale nel mio errore: se dessi sempre a tutti una seconda opportunità, allora continuerei a commettere il mio errore più di una seconda volta e quindi non dovrei perdonarmi, se decidessi di non commettere più il mio errore allora non dovrei più dare a tutti la seconda possibilità che avevo assunto meritassero.

Qui la logica non mi aiuta, la morale sì: meglio veder soffrire me e solo me piuttosto che voi — piuttosto che te.


∃x(φx)

Esiste il bene vero?

Molti pensano che il bene vero sia quello disinteressato. Assumiamo che sia così. Supponiamo poi che esista almeno un individuo, diciamo P, che agisce entro il dominio del bene.
Se il bene vero è disinteressato allora un agente P avrà interesse a fare il bene in maniera disinteressata. Se P è interessato a fare del bene disinteressato nei confronti di qualcun altro, allora P fa del bene sotto la spinta di un interesse. Quindi il bene non è disinteressato.

Allora il bene vero non esiste?
O forse esiste solo in quanto surrogato di un’idea pura?


∃x(φ)
2017, giugno 15

La necessità di essere forti

La necessità di essere forti, coincide spesso con quella di essere soli. Perché è solo nella solitudine che possiamo sperimentare la nostra vera forza. — Senza appoggiarsi a nessuno, senza chiedere aiuto, senza avere bisogno di qualcun altro oltre se stessi. La necessità di essere forti? Perché non la possibilità di essere forti? Forse perché chi è forte in questo momento, deve poi esserlo in qualunque altro momento. — Chi cade una volta, viene considerato un debole per tutta la vita. 

Ciò che vale sempre è necessario, ciò che vale solo qualche volta è solo possibile. Quanti di noi, allora, possono dirsi forti e quanti deboli?


∃x(φ)

Il paradosso del bene

Che cosa si fa quando si fa del bene? Non si sta anche affermando la propria superiorità sull’altro e, dunque, non gli si sta facendo soltanto un bene ma anche un piccolo male affermando il nostro possibile facile predominio su di lui?
Se infatti X facesse del bene a Y, allora Y sarebbe in una naturale condizione di svantaggio rispetto a X, indi per cui avrebbe bisogno dell’aiuto di X. X facendo del bene a Y starebbe non solo facendogli del bene, come è logico, ma anche facendogli un piccolo male: Y sarebbe poi consapevole della sua condizione di debolezza rispetto a X, dato che X può compiere una data azione senza l’aiuto di nessuno, ma Y ha bisogno dell’aiuto di X per compiere questa data azione. Dunque X fa anche del male a Y.
Se supponiamo, invece, che X non faccia del bene a Y, allora lascerebbe Y nella sua condizione di debolezza. Ma se X non ha voluto aiutare Y, ciò vuol dire che X ricava del bene dal male che Y sta vivendo. Dunque se Z aiutasse Y al posto di X, ne consegue che facendo del bene a qualcuno se ne ricavi comunque il male per qualcun altro, cioè X. Dunque anche Z aiutando Y fa del male a X.

Ergo, il bene è causa di qualcosa di malvagio attraverso il suo doppio effetto.
Ma il fatto che il bene possa fare male non è un assurdo?


Il paradosso del bene
∃x(φx)

L’influenza delle scelte sbagliate

TESI:
Tutte le nostre scelte non contano. Possiamo essere anche le persone che hanno fatto più bene agli altri piuttosto che dagli altri averne ricevuto altrettanto. Possiamo anche essere quelli che hanno sempre cercato di fare la cosa giusta. Ma c’è un’unica costante nella valutazione dei rapporti umani:

  1. Se in un qualunque momento della tua vita farai qualcosa di sbagliato, quella scelta avrà le più importanti, dolorose e cospicue conseguenze sulla tua vita, non solo successiva ma anche precedente.

Perché ciò che rende la scelta sbagliata più rilevante di quella giusta, è che l’ultima non può modificare il giudizio sul — anche sul — passato, mentre la prima può farlo. E ciò non deve essere giusto per essere accettato, deve essere ingiusto — perché la scelta sbagliata chiama a sé qualunque altra conseguenza sbagliata!
Non è in questione la moralità, è in questione la sensibilità estetica davanti alle scelte — prima che di profondità, il giudizio è sempre giudizio di superficialità.


COROLLARIO:
La redenzione non esiste. Se esistesse, allora anche una scelta giusta avrebbe influenza sul giudizio che verte (o verteva) sulla vita precedente a quella sbagliata. Ma non è così.
La redenzione non esiste. — Non esisto io come ciò che ero nel passato, ormai.

COROLLARIO 1:
L’inferno è in terra, dato “COROLLARIO”.

COROLLARIO 2:
Diamo maggior peso alle scelte errate perché le percepiamo come pericolose. Ciò che è pericoloso attira più attenzioni di ciò che è generoso (quindi, di ciò che è la scelta giusta).

COROLLARIO 3:
Sì, la scelta sbagliata è anche un’influenza. Perché è contagiosa proprio come l’influenza: presa una volta la scelta che distrugge, si tenderà sempre a distruggere. E distruggendo gli altri, gli altri distruggeranno a loro volta.
C’è speranza in questa vita che qualcosa di buono ne esca?

Logica dell’Etica

Logica deontica

Molte persone (e molti filosofi) si approcciano all’etica soltanto sulla base della propria moralità. Questo dovrebbe essere un errore, non soltanto teorico ma anche pratico, poiché il più delle volte non riusciamo, poi, a demarcare la differenza fra scelta giusta e scelta ingiusta, fra azione morale e azione immorale. Il seguente articolo vuole solo fare un po’ di chiarezza sull’etica che tutti adottiamo (o adotteremmo) e sulla sua natura formale.
L’etica segue una sua logica. E questa è un sistema deontico (un sistema che dice all’agente che cosa deve fare), ossia una logica delle norme e degli imperativi morali. Un sistema deontico è quindi un sistema etico che dice: a) che cosa è obbligatorio fare, b) che cosa è permesso fare. “Obbligatorio” e “Permesso” (da qui in avanti, “O” sta per obbligatorio, “P” per permesso) sono quindi due operatori che formalizzano “Giusto” o “Ingiusto”. Il seguente grafico rappresenta i rapporti fra gli operatori O e P:

deontic-square2
Quadrato deontico: Obbligatorio implica direttamente il permesso, indirettamente ciò che è vietato e ciò che è omissibile.

Fatta un po’ di luce sui rapporti fra operatori, possiamo già ora proporre il primo assioma valido per ogni sistema etico:

(Ax) Giusto è ciò che è obbligatorio fare. (Ingiusto è ciò che è obbligatorio non fare).

La scelta giusta equivale quindi alla scelta necessaria. Questo, però, non implica che, nei fatti, ogni qual volta dobbiamo scegliere fra la scelta giusta e quella ingiusta, scegliamo necessariamente quella giusta. Non viviamo in un mondo di santi. Inoltre, il sistema logico dell’etica è prescrittivo e non descrittivo (dice, cioè, come il nostro agire dovrebbe essere e non come effettivamente è). Nel nostro mondo etico, la seguente (D)-implicazione — userò “O” per dire che una certa azione “p” è obbligatoria — non è valida:

(D) Op → p

Non è cioè vero che “Se è obbligatorio scegliere p, allora scegliamo p”, poiché il nostro è un mondo fatto, appunto, di scelte sbagliate che sembrano giuste e di scelte giuste che sembrano sbagliate, di scelte consapevolmente giuste o ingiuste che vengono attuate e così via. Ciò non rappresenta un problema per il sistema etico, poiché suddetto sistema aspira a dirci soltanto come agire, non come agiamo nei fatti — d’altronde, il nostro è un mondo etico imperfetto. Possiamo, tuttavia, già sulla base del solo (Ax) (cioè dell’assioma che dice che giusto è ciò che è necessario) delineare la logica deontica minimale che sta alla base di ogni etica.


Logica deontica minimale

 La logica deontica minimale aggiunge un altro assioma, che “rassicura” il nostro agire. È il seguente:

(Ax1) Op → Pp

(Ax1) ci dice che: Se è obbligatorio scegliere p, allora è permesso scegliere p. È chiaro che se qualcosa è necessario fare, allora qualcosa sarà permesso fare. Ci sarebbe ancora molto da dire su questo assioma, ma non voglio annoiare ulteriormente portando l’attenzione sulla struttura logica che ne permette la validità e ne giustifica la verità. Questo assioma dovrebbe comunque rallegrarci del fatto che ogni qualvolta dobbiamo fare la scelta giusta, sappiamo automaticamente e logicamente che essa è anche permessa. Il sistema minimale, dunque, è il seguente:

(Ax) Giusto = Necessario (Obbligatorio fare).
(Ax1) Op → Pp (Se obbligatorio fare p, allora è permesso farlo).


Logica deontica massimale

A partire dalla logica minimale dell’etica possiamo costruire un sistema più potente (cioè in grado di dimostrare e rendere ragione di imperativi etici speciali) aggiungendo gli ultimi due assiomi:

(Ax2) Op → OOp (Se è obbligatorio fare p, allora è obbligatorio che sia obbligatorio).
(Ax3) Pp → OPp (Se è permesso fare p, allora è obbligatorio che sia permesso).

(Ax2) ci dice che la giustezza di un’azione etica è transitiva, ossia: se è obbligatorio che un soggetto X agisca su Y e se è obbligatorio che Y agisca su Z, allora sarà obbligatorio che X agisca su Z. (Ax2) ci permette quindi che l’azione morale si espanda, ossia implica che le azioni morali diventino l’esempio e la norma da seguire e che vengano accettate da tutti man mano che ogni soggetto agisce eticamente. (Ax3) ci dice invece che ogni azione etica tende al perfezionamento: se nel nostro mondo è sempre stato permesso fare p, allora si potrebbe renderlo giusto, ossia necessario, ossia ancora obbligatorio. Chiaramente (Ax3) tende anch’esso a rendere un’azione etica universale. Sia (Ax2) sia (Ax3) sono dunque assiomi speciali e non dicono altro che questo: sii l’esempio che gli altri dovranno seguire. Formalizzano, cioè, ciò che Gandhi già sosteneva: «Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo».


∃x(φ)

I presupposti anti-morali della moralità

Non è vero che l’azione morale tende al bene, è vero piuttosto che l’azione morale tende a pararsi il culo. Supponiamo che X non voglia parlare ad Y di un fatto che sa ferirebbe Y, ma Y, poiché l’istinto della conoscenza è un istinto di sicurezza e di salvaguardia personale, vuole comunque sapere di questo fatto, X sarà nel giusto o nell’ingiusto raccontando ad Y del fatto in questione e così ferendolo? Non sarebbe questo un emblematico caso del fatto che l’azione morale non tende tanto al bene dell’altro, quanto al poter poi dire “ho fatto la cosa giusta, anche se gli ho fatto male” e in quel ‘giusto’ sentirsi dalla parte della ragione? Sentirsi vittoriosi? Sentirsi moralmente accettabili? D’altronde anche se X non raccontasse ad Y di tal fatto, Y considererebbe X un immorale, perché gli avrebbe tenuto nascosta una verità, sebbene una maledetta verità – X potrebbe ancora proteggere la sua reputazione dicendo “ho fatto la cosa giusta, perché non ti ho voluto fare del male”. Ergo? Ergo: la moralità è un’assicurazione senza contratto. La moralità funziona solo finché chi subisce l’azione morale non è abbastanza fine da poter vedere i presupposti anti-morali che vi si nascondono dietro!

Essere uomo = Essere-per-la-donna

È ora che gli uomini imparino ad essere uomini. Essere uomo vuol dire: essere-per-la-propria-donna. Ci sono troppi maschi, ci sono troppe donne che meritano un uomo eppur si accontentano di un maschio.
Essere-per-la-propria-donna dovrebbe essere l’obiettivo dell’uomo, perché “è la mia fidanzata” non basta, bisogna con-vivere – vivere insieme -, comprendere, abbracciare, amare i silenzi più rumorosi di mille parole, avere rispetto, ferire adesso piuttosto che ferire dopo – perché il dopo fa più male -, allargare la propria visione da due a quattro occhi, avere una stessa anima.
È ora che gli uomini imparino a fare ciò che le donne fanno da sempre.