Esiste il bene vero?

Molti pensano che il bene vero sia quello disinteressato. Assumiamo che sia così. Supponiamo poi che esista almeno un individuo, diciamo P, che agisce entro il dominio del bene.
Se il bene vero è disinteressato allora un agente P avrà interesse a fare il bene in maniera disinteressata. Se P è interessato a fare del bene disinteressato nei confronti di qualcun altro, allora P fa del bene sotto la spinta di un interesse. Quindi il bene non è disinteressato.

Allora il bene vero non esiste?
O forse esiste solo in quanto surrogato di un’idea pura?


∃x(φ)
2017, giugno 15

La necessità di essere forti

La necessità di essere forti, coincide spesso con quella di essere soli. Perché è solo nella solitudine che possiamo sperimentare la nostra vera forza. — Senza appoggiarsi a nessuno, senza chiedere aiuto, senza avere bisogno di qualcun altro oltre se stessi. La necessità di essere forti? Perché non la possibilità di essere forti? Forse perché chi è forte in questo momento, deve poi esserlo in qualunque altro momento. — Chi cade una volta, viene considerato un debole per tutta la vita. 

Ciò che vale sempre è necessario, ciò che vale solo qualche volta è solo possibile. Quanti di noi, allora, possono dirsi forti e quanti deboli?


∃x(φ)

Il paradosso del bene

Che cosa si fa quando si fa del bene? Non si sta anche affermando la propria superiorità sull’altro e, dunque, non gli si sta facendo soltanto un bene ma anche un piccolo male affermando il nostro possibile facile predominio su di lui?
Se infatti X facesse del bene a Y, allora Y sarebbe in una naturale condizione di svantaggio rispetto a X, indi per cui avrebbe bisogno dell’aiuto di X. X facendo del bene a Y starebbe non solo facendogli del bene, come è logico, ma anche facendogli un piccolo male: Y sarebbe poi consapevole della sua condizione di debolezza rispetto a X, dato che X può compiere una data azione senza l’aiuto di nessuno, ma Y ha bisogno dell’aiuto di X per compiere questa data azione. Dunque X fa anche del male a Y.
Se supponiamo, invece, che X non faccia del bene a Y, allora lascerebbe Y nella sua condizione di debolezza. Ma se X non ha voluto aiutare Y, ciò vuol dire che X ricava del bene dal male che Y sta vivendo. Dunque se Z aiutasse Y al posto di X, ne consegue che facendo del bene a qualcuno se ne ricavi comunque il male per qualcun altro, cioè X. Dunque anche Z aiutando Y fa del male a X.

Ergo, il bene è causa di qualcosa di malvagio attraverso il suo doppio effetto.
Ma il fatto che il bene possa fare male non è un assurdo?


Il paradosso del bene
∃x(φx)

Hume e l’identità personale

C’era una volta un signore che era tutt’altro che un credulone, uno che dubitava pressoché di ogni cosa e che avrebbe dubitato persino della sua medesima identità. Questo signore fu il filosofo David Hume — famoso fra l’altro per aver sostenuto che ogni nostra conoscenza non è altro che una conoscenza che si ottiene esclusivamente tramite i sensi. Nel suo monumentale saggio, A Treatise of Human Nature, egli decise di occuparsi [Libro I, parte IV] del problema dell’identità in generale e di quella personale in particolare.
Egli sostiene, senza mezzi termini, che: l’io, o la persona, è una supposizione. In altre parole, l’io è soltanto l’insieme delle impressioni e delle percezioni che pur separate l’una dall’altra, per mezzo della facoltà dell’immaginazione vengono unite insieme, formando una sostanza. Le percezioni sono ovviamente l’una separata e distinta dall’altra, non possono esservi due percezioni (o impressioni) identiche; fra queste percezioni non v’è continuità ma solo interruzione fra una percezione e l’altra. La nostra immaginazione riempie questi “vuoti” percettivi di cui non siamo, in ultima istanza, coscienti. Quindi: noi non siamo altro che fasci e collezioni di differenti percezioni che si susseguono con una certa contiguità e rapidità. 
C’è dunque fra gli uomini questa idea che in un dato oggetto P vi sia un’invariabile e ininterrotta serie di attimi e dall’unione di questi attimi (conosciuti tramite la percezione sensibile) per mezzo dell’immaginazione, noi deriviamo il concetto di identità. In parole più tecniche:

(i) Successione di oggetti in relazione → Identità degli oggetti

L’enunciato (i) dice che, dato un oggetto qualunque P, esso è formato di vari “momenti temporali”, quali per esempio: <P1, P2, P3, …, Pn>. Noi, tramite la facoltà dell’immaginazione, colleghiamo questi stati di P l’uno all’altro deducendone l’identità. Tuttavia non abbiamo mai esperienza piena, pura e cruda, dell’identità. L’identità è piuttosto qualcosa che il nostro intelletto ipotizza e si rappresenta, ma non è una genuina condizione del mondo, non è una relazione reale degli oggetti che popolano il nostro mondo — almeno secondo Hume. Hume dice, piuttosto, che noi confondiamo la successione di oggetti con quella d’identità. La somiglianza fra questi due concetti è fonte di confusione ed errore — come potrebbero infatti questi vari P1, P2, …, Pn essere gli stessi oggetti se mutano nel tempo? La verità è piuttosto che questi sono oggetti diversi l’uno dall’altro, ma che per semplicità noi tendiamo per natura a unificare sotto l’etichetta di un unico e solo oggetto generale P. Possiamo dunque dire che:

(ii) Ogni oggetto è un’interruzione di stati che la nostra immaginazione mantiene uniti.

Ma allora ogni oggetto, percettivamente, è un’interruzione di stati e solo la nostra facoltà mentale tiene unito questo oggetto come un unicum. Dunque quali sono le condizioni di verità per dire che P è identico a P? In altre parole, quando è valida la formula “(P = P)”?

  • P = P se e solo se c’è una relazione di parti di P unite da (a) una relazione di somiglianza, (b) da contiguità spaziotemporale, (c) da una relazione causale.

Hume ci avverte tuttavia che queste condizioni di verità non fanno parte dell’oggetto P, ma del nostro modo di pensarlo. Ossia: poiché un oggetto P ha interruzioni temporali ed è un insieme di attimi, deve essere necessariamente il corso ininterrotto del pensiero quello che costruisce l’identità del dato oggetto P. Siamo noi a ritenerlo identico a sé stesso, ma non v’è nessuna legge naturale o evidenza sensibile che esso sia identico. Non c’è, in altre parole, una connessione reale e necessaria fra i vari P1, P2, …, Pn — se non posta da noi.
Ci viene poi detto che l’identità che la nostra mente postula viene mantenuta solo davanti a mutamenti graduali e quasi insensibili. Perché? Perché la nostra mente può subire più facilmente l’evolversi graduale di un oggetto P nel tempo e non quello improvviso. Per esempio: se Roberta nel tempo perde gradualmente peso, noi saremmo disposti a ritenere che quella sia sempre stata la stessa Roberta. Ma se Roberta, da un momento ad un altro, passasse da 70 kg a 50 kg tra tempo t ed un tempo t’, allora saremmo portati a credere che quella non sia proprio la stessa Roberta. Nel primo caso, noi non percepiamo le interruzioni all’interno dell’oggetto, nel secondo caso, invece, tale interruzione è coscientemente percepita e minaccia la continuità che credevamo sussistesse per quel dato oggetto. Fra i vari stati di un oggetto che sono in relazione fra loro, quindi, il cambiamento non deve essere brusco.

Identità personale

Per quanto concerne l’identità personale, ossia quella che attribuiamo alla mente umana, Hume dice palesemente che essa è un’identità fittizia. L’identità dell’io non è altro che l’unione delle percezioni. Ma ogni percezione è differente dall’altra e non v’è mai una reale percezione di un io che percepisce, ma solo delle percezioni percepite. L’argomento humeano dovrebbe essere il seguente:

(1) Tutto ciò che conosciamo, conosciamo tramite la percezione.
(2) Le percezioni sono plurali e l’insieme di tali percezioni forma l’Io.
(3) Se l’Io è formato dall’insieme delle percezioni, allora non c’è una singola percezione di un Io.
(4) L’Io è allora una supposizione dell’immaginazione e non un oggetto concreto del mondo.

I modi con cui queste percezioni si unificano e permettono il sopraggiungere dell’identità sono quelle che abbiamo menzionato sopra: somiglianza, contiguità, causalità. Queste sono le tre condizioni sufficienti e necessarie per presupporre l’identità degli oggetti all’interno della nostra mente e solo all’interno di essa. Queste tre condizioni producono il cammino ininterrotto del pensiero sulla via degli oggetti interrotti. In particolare la somiglianza è condizione necessaria per avere memoria (ossia una somiglianza fra impressioni), invece la causalità è necessaria perché lega insieme in un rapporto non simmetrico le nostre impressioni. La memoria, inoltre, ci permette di conoscere la continuità e l’estensione della successione delle nostre percezioni e perciò deve essere considerata l’origine dell’identità personale.
Quindi: (A) l’identità dipende dalla relazione fra idee, (B) se l’identità dipende fra idee e associazioni mentali di successioni di oggetti, allora essa non è una connessione reale fra oggetti del mondo, (C) se le relazioni fra idee possono scomparire o diminuire, allora non esiste un criterio metafisico-razionale — ossia non disponiamo di un criterio indipendente da noi — ma solo un criterio fenomenico-percettivo per decidere in quale momento precisamente gli oggetti acquistano o perdono l’identità con sé stessi.


Quindi è proprio così?
L’identità è solo un’idea che postuliamo noi e non una
proprietà intrinseca ed oggettiva delle cose esistenti?

∃x(φ)

L’influenza delle scelte sbagliate

TESI:
Tutte le nostre scelte non contano. Possiamo essere anche le persone che hanno fatto più bene agli altri piuttosto che dagli altri averne ricevuto altrettanto. Possiamo anche essere quelli che hanno sempre cercato di fare la cosa giusta. Ma c’è un’unica costante nella valutazione dei rapporti umani:

  1. Se in un qualunque momento della tua vita farai qualcosa di sbagliato, quella scelta avrà le più importanti, dolorose e cospicue conseguenze sulla tua vita, non solo successiva ma anche precedente.

Perché ciò che rende la scelta sbagliata più rilevante di quella giusta, è che l’ultima non può modificare il giudizio sul — anche sul — passato, mentre la prima può farlo. E ciò non deve essere giusto per essere accettato, deve essere ingiusto — perché la scelta sbagliata chiama a sé qualunque altra conseguenza sbagliata!
Non è in questione la moralità, è in questione la sensibilità estetica davanti alle scelte — prima che di profondità, il giudizio è sempre giudizio di superficialità.


COROLLARIO:
La redenzione non esiste. Se esistesse, allora anche una scelta giusta avrebbe influenza sul giudizio che verte (o verteva) sulla vita precedente a quella sbagliata. Ma non è così.
La redenzione non esiste. — Non esisto io come ciò che ero nel passato, ormai.

COROLLARIO 1:
L’inferno è in terra, dato “COROLLARIO”.

COROLLARIO 2:
Diamo maggior peso alle scelte errate perché le percepiamo come pericolose. Ciò che è pericoloso attira più attenzioni di ciò che è generoso (quindi, di ciò che è la scelta giusta).

COROLLARIO 3:
Sì, la scelta sbagliata è anche un’influenza. Perché è contagiosa proprio come l’influenza: presa una volta la scelta che distrugge, si tenderà sempre a distruggere. E distruggendo gli altri, gli altri distruggeranno a loro volta.
C’è speranza in questa vita che qualcosa di buono ne esca?

Paura d’amore, amor di paura

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È così sottile lo strato tra amore e paura — la paura di perdersi, la paura di perderti. Eppure è proprio dalla loro unione che è possibile la cucitura fra le nostre metà. Perché tu hai impresso in me l’amore della paura ed io in te la paura dell’amore. O forse è stato esattamente l’inverso. Ed è davvero sottile ciò che unisce e ciò che separa — tutti ambiamo all’amore, ma tutti abbiamo paura di dimostrarlo. Tanto è intricata la questione dell’amore con quella della paura, che io stesso ho paura a scrivere articoli che parlano, che parlano di te — lo sai quanti problemi sorgono nella mia mente, eppure, ogni volta, tu riesci a risolverli. Tu sei la soluzione a tutti i miei problemi.


Un’imprecisata notte di ottobre

∃x(φ)

È raro sentir battere il cuore

Non è facile trovare chi possa farti battere forte il cuore. Forse ci sono milioni di metodi per dimenticare chi ti ha fatto innamorare, ma nessuno che possa farti tornare il cuore a battere fin quasi a scoppiare. Innamorarsi è molto più difficile che dimenticare. Perché? Perché per dimenticare basta invecchiare, per amare bisogna costruire.
Tutti possiamo facilmente strappare pagine di un libro, in pochi possono scrivere il libro — questo libro è la nostra vita, insieme. “E questo è un libro senza fine, è un libro con finale aperto. Perché tu sei la mia apertura al mondo”, le parole più belle da dedicare dovrebbero essere queste. È che per innamorarsi bisogna perdersi nell’altro, ma in quante persone puoi perderti senza perdere il senso dell’orientamento? Così è l’amore. Ti perdi nell’altro, ma sai benissimo qual è la direzione da percorrere: la via verso il suo cuore. Ed a guidarti è proprio il suono del suo battito. Più il suono sarà forte, più riconoscerai il sentiero sul quale cammini: il sentiero verso la felicità.
Ed il coronamento dell’amore è, forse, più che nelle parole “ti amo”, nelle più semplici “sei la mia felicità”. Più semplici, ma più pure, più vergini, più eterne, più saporite — parole che valgono l’anima.


Un imprecisato giorno di luglio del 2016
Aggiunta posteriore: ∃x(φ)

Convergenza

Che cos’è che ci riguarda?

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J. Pollock, Convergence, 1952

Che cos’è che ci riguarda? Una domanda semplice, ma tanto vaga da poter permettere di rispondere in mille e mille modi differenti. Forse la risposta davvero più semplice è: tu. Riguardare: se significasse invece “ri-guardare” e quindi un guardarsi nuovamente, un guardarsi di più, un guardarsi senza parlare? Proprio come un’opera d’arte. La guardi e la riguardi finché non è l’opera stessa a guardare te — a guardarti dentro! Ecco dove sta la convergenza: nel ri-guardarsi di oggetto e soggetto, nel ri-guardarsi di un cuore di tela e di uno di emozioni.

Sì, tu sei un pezzo d’arte. Mi guardi e mi riguardi, dove convergono le nostre intenzioni ed i nostri battiti. Hai il cuore negli occhi — il mio.
Ecco la mia risposta:

Tu.


∃x(φ)

 

Dietro l’angolo

Scappa, scappa. Scappa ovunque non ci sia sentimento. Perché ciò che fa più paura è ciò da cui non si può fuggire — e dai sentimenti si continuerà sempre a fuggire e mai a liberarsene.

Tu sei il mio sentimento più grande, perché sei proprio dove dovresti essere — sei dietro l’angolo.


∃x(φ)