Come si sceglie il male?

La vita mette davanti a situazioni spiacevoli. Spesso la scelta non è fra due opzioni di cui una è buona e l’altra cattiva. Spesso la scelta è fra due situazioni entrambe spiacevoli. Ed allora, se sei fortunato, puoi scegliere il male minore. Ma se sei sfortunato, entrambe le scelte ti procureranno lo stesso grado di dolore e tristezza. E tu sarai obbligato a scegliere. — Dovrai scegliere il tuo stesso male, un male che hai creato tu a causa del tuo orgoglio o a causa di una generica questione di principio, o magari perché starai cercando di fare la cosa giusta.
Sarai abbastanza coraggioso per farlo?

Se il male minore non c’è, come fai a scegliere fra l’uno e l’altro male?
Forse per scegliere il male, è necessario diventare maligni?

∃x(φx)

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Ti ho lasciata a metà

È sempre stato un mio difetto. Lascio le cose a metà, così come ho fatto con te: sei rimasta la mia metà. La mia metà non vissuta fino in fondo. Dalla durata breve quanto il mio entusiasmo è stata la nostra vita insieme. L’entusiasmo, cosa c’era di più dolce? Eri tu l’incarnazione di ogni mia gioia. Tu eri il mio entusiasmo. Ma vedi io sono fatto così: inizio a leggere senza sosta le prime cinquanta pagine di un buon libro e poi lo lascio riposare in libreria — ti ho baciata finché non fossimo sazi ed ho, infine, lasciato riposare anche te; solo che tu, tu riposi sul mio cuore.
E ti ho lasciata. Ti ho lasciata a metà.
Eri tu la mia metà però, ora lo so — ora me ne rendo conto.
Scusami.


∃x(φx)

Com’è stato possibile?

Com’è stato possibile? Quand’è che sono giunto a questo? Quand’è che mi sono perso così? — Quando ho perso te, mi dirai. È stato tutto sprecato, la mia stessa memoria ormai ripudia il ricordo consapevole di ciò che sono stato. Non è stato altro che un susseguirsi involontario di fotogrammi a tenermi aggrappato alla vita. Ad una vita che già non mi apparteneva quando ti conobbi.
Ognuno dovrebbe imparare a riconoscere che nel migliore dei casi, non abbiamo accesso se non a brevi attimi di gioia. Facile farsi illusioni, credendo che questi fatti siano il coronamento della propria persona. — Farabutti! Farabutti tutti coloro che si lasciano ingannare; ed io stesso non sono forse il primo dei farabutti!? Non dovrei forse cercare in me stesso la giusta punizione sì da punire universalmente tutti gli altri!? D’altronde, non dovrebbe ogni uomo, per considerarsi buono, ritenersi il campione morale della sua specie?
Ebbene, iniziamo a cercare una soluzione! — Da oggi, guardare prima di tutto alle conseguenze delle proprie azio-, no, delle proprie illusioni!


Ottobre 14, 2017;
∃x(φ) ⇒ ◊
∃x(φ)

Aforisma 23/02/2017

“Vengo sempre trattato come un problema e mai come un’opportunità”.


Era questo che sentivo. Era questo che avevo sentito e non smettevo di provare. Quanto sarebbe stato bello smettere di pensarci; di pensarti! Ed invece: per tutte le volte che io soffrivo, tu sorridevi. Ed io soffrivo di più — perché quel sorriso non era per me. E, oggi ne ho la conferma, non sarebbe stato per me.

La lontananza continua a ferire, ma ad ogni ferita che si riapriva ormai ho fatto il callo.

∃x(φx)

Nei tuoi occhi, tutti i miei desideri

Ero solo davanti alla finestra. Non mi accorsi nemmeno di quello che stava accadendo. Non vedevo altro che un cielo blu, blu come non lo avevo mai visto. O forse sì, forse lo avevo già visto da qualche parte: era blu come i tuoi occhi celesti. Ma io cosa avrei potuto fare? Confessai. Confessai a te, che vivevi dentro di me, che amavo quel blu, perché profumava di te. Erano le orme che tu lasciavi nel mondo per dirmi che mi volevi. Che volevi me al tuo fianco. Erano le orme che io, da cattivo cacciatore, non riuscivo più a seguire. Avevo dimenticato. Ma avevo dimenticato non come si seguivano le tue orme, bensì come potessi ucciderti. — A cosa sarebbe mai servito trovarti se non avessi saputo farti mia?! A cosa sarebbe servito percorrere infinite distanze per rendere finito lo spazio che ci separava?! E così, smisi di inseguire quelle orme. Mi limitai a guardarle. Mi limitai a restare solo. Mi limitai.
Resta vero, però, che io non avevo mai visto quel blu. Perché i tuoi occhi erano quel cielo. Perché nei tuoi occhi vedevo tutte le stelle — nei tuoi, tutti i miei desideri.

Cosa stava accadendo? Nulla, eccetto te.


9 ottobre 2017,
∃x(φ)

Piedini

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Ma se ogni passo che fai lo farai al mio fianco, allora ti proteggerò. Ti proteggerò sempre — e se necessario, spezzerò il manto gelato dei nostri inverni per te, così che tu possa camminare dove ho già camminato io. Se necessario, ti aprirò una nuova strada — solo tua, solo tua e mia, che ti conduca proprio dove voglio che tu vada: alla felicità. Se necessario, il mio piede sarà quanto il passo del tuo piedino. E non cadremo più, non cadremo mai — perché su due gambe si può anche perdere l’equilibrio e battere a terra, ma non di certo su quattro; anzi: tre e mezzo, perché tu sei piccola. E se anche i nostri tre piedini e mezzo cadessero tutti in fallo, tu non ti preoccupare — tu reggiti, che cadi su di me.
– Perché?
– Perché preferirò sempre farmi male io per te; per tutti e due.

Tuo, M.


∃x(φ)

Il mio errore

Il mio problema è sempre stato questo: tratto le persone con più rispetto di quanto ne meritino. Non imparo mai, continuo a dirmi sempre che tutti meritano una seconda possibilità anche dopo avermi deluso, ma, inevitabilmente, tutti continuano a deludermi. Li giustifico, dico a me stesso che l’animo umano è volubile ed è una conseguenza di ciò il fatto che una volta commesso un errore, questo si può perdonare. E questo è puntualmente un errore al quale non so porre rimedio. — Ma come io perdono gli altri, non dovrei forse perdonare me stesso per dare comunque e sempre a costoro il meglio di me?
C’è qualcosa di paradossale nel mio errore: se dessi sempre a tutti una seconda opportunità, allora continuerei a commettere il mio errore più di una seconda volta e quindi non dovrei perdonarmi, se decidessi di non commettere più il mio errore allora non dovrei più dare a tutti la seconda possibilità che avevo assunto meritassero.

Qui la logica non mi aiuta, la morale sì: meglio veder soffrire me e solo me piuttosto che voi — piuttosto che te.


∃x(φx)

Vita indecente

Non ci voleva nulla, nulla di impegnativo e nulla di diverso. Bastava poco per ottenere ciò che volevamo — o forse, solo ciò che volevo io. Non si vince e non si perde nulla; non si guadagna né si trova sé stessi. Sono bugie. Piccole illusioni di una vita indecente. Come la mia: la più indecente delle vite — perché non solo ho accettato la fine di ogni speranza, ma ho anche scelto e continuato a piangere e lamentarmi per questa mancanza.

Per le tue assenze, sempre. Sempre piangerò.


∃x(φx)

Il mio lutto, la tua assenza

Tu sei morto.
Ed io vorrei fuggire via.

Vorrei andare via, lontano dal mondo — lontano da te. Perché il tuo ricordo priva me di ogni altra felicità. Forse è vero che: comprendiamo l’esclusività della vita solo quando veniamo messi davanti all’irripetibilità di essa. Tu sei irripetibile — noi non sorrideremo più insieme. E voglio dirlo adesso, subito: non ci ricongiungeremo. Non torneremo a stringerci la mano — perché non v’è alcuna possibilità per te di varcare quella soglia, sulla quale mi salutavi ogni mattino. Non resto che io, adesso non resto che io ad essere testimone di ciò che vedevamo: auto che corrono di primo mattino per andare a lavoro, ragazzini che svogliatamente si dirigono verso scuola, professoresse che si godono la loro sigaretta. Erano così vitali quei cinque minuti che passavamo a chiacchierare. Chiacchiere, certo, eppure solo ora mi rendo conto di quanto fossero importanti quei nostri discorsi. Adesso, io, sono ancora testimone di tutto ciò, ma anche di qualcosa di più: della tua assenza. E fa male — fai male. Perché se la tua presenza ha sempre fatto del bene a chiunque avesse bisogno di te quando c’eri, allora la tua assenza non può che far male a chiunque si era abituato al tuo sorriso.
Non ti dirò che mi mancherai — già manchi.

Addio, vecchio amico.
Continuerò a passare sul tuo marciapiede,
fingendo di salutarti ancora.


∃x(φ)

Parole non dette

Nella mia immaginazione, lei era bellissima. Nella realtà, lo era di più. 
Non bastava — non avrei dovuto dirle solo che le volevo bene. Avrei dovuto aggiungere: “e non potrebbe essere diversamente!”
Ci sarebbe voluto impegno, un po’ più impegno da entrambe le parti — per ridere insieme di ciò per cui adesso tanto piangiamo ed io, io rimpiango.

Ho sbagliato tutto con te. Ti dico ora quello che avrei dovuto dirti tempo fa e, probabilmente, sto sbagliando anche adesso a dirti quello che non dovrei più dirti.


Tue parole, miei silenzi — 2014
∃x(φx)