Aforisma 23/02/2017

“Vengo sempre trattato come un problema e mai come un’opportunità”.


Era questo che sentivo. Era questo che avevo sentito e non smettevo di provare. Quanto sarebbe stato bello smettere di pensarci; di pensarti! Ed invece: per tutte le volte che io soffrivo, tu sorridevi. Ed io soffrivo di più — perché quel sorriso non era per me. E, oggi ne ho la conferma, non sarebbe stato per me.

La lontananza continua a ferire, ma ad ogni ferita che si riapriva ormai ho fatto il callo.

∃x(φx)

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Piedini

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Ma se ogni passo che fai lo farai al mio fianco, allora ti proteggerò. Ti proteggerò sempre — e se necessario, spezzerò il manto gelato dei nostri inverni per te, così che tu possa camminare dove ho già camminato io. Se necessario, ti aprirò una nuova strada — solo tua, solo tua e mia, che ti conduca proprio dove voglio che tu vada: alla felicità. Se necessario, il mio piede sarà quanto il passo del tuo piedino. E non cadremo più, non cadremo mai — perché su due gambe si può anche perdere l’equilibrio e battere a terra, ma non di certo su quattro; anzi: tre e mezzo, perché tu sei piccola. E se anche i nostri tre piedini e mezzo cadessero tutti in fallo, tu non ti preoccupare — tu reggiti, che cadi su di me.
– Perché?
– Perché preferirò sempre farmi male io per te; per tutti e due.

Tuo, M.


∃x(φ)

Il mio errore

Il mio problema è sempre stato questo: tratto le persone con più rispetto di quanto ne meritino. Non imparo mai, continuo a dirmi sempre che tutti meritano una seconda possibilità anche dopo avermi deluso, ma, inevitabilmente, tutti continuano a deludermi. Li giustifico, dico a me stesso che l’animo umano è volubile ed è una conseguenza di ciò il fatto che una volta commesso un errore, questo si può perdonare. E questo è puntualmente un errore al quale non so porre rimedio. — Ma come io perdono gli altri, non dovrei forse perdonare me stesso per dare comunque e sempre a costoro il meglio di me?
C’è qualcosa di paradossale nel mio errore: se dessi sempre a tutti una seconda opportunità, allora continuerei a commettere il mio errore più di una seconda volta e quindi non dovrei perdonarmi, se decidessi di non commettere più il mio errore allora non dovrei più dare a tutti la seconda possibilità che avevo assunto meritassero.

Qui la logica non mi aiuta, la morale sì: meglio veder soffrire me e solo me piuttosto che voi — piuttosto che te.


∃x(φx)

Vita indecente

Non ci voleva nulla, nulla di impegnativo e nulla di diverso. Bastava poco per ottenere ciò che volevamo — o forse, solo ciò che volevo io. Non si vince e non si perde nulla; non si guadagna né si trova sé stessi. Sono bugie. Piccole illusioni di una vita indecente. Come la mia: la più indecente delle vite — perché non solo ho accettato la fine di ogni speranza, ma ho anche scelto e continuato a piangere e lamentarmi per questa mancanza.

Per le tue assenze, sempre. Sempre piangerò.


∃x(φx)

Il mio lutto, la tua assenza

Tu sei morto.
Ed io vorrei fuggire via.

Vorrei andare via, lontano dal mondo — lontano da te. Perché il tuo ricordo priva me di ogni altra felicità. Forse è vero che: comprendiamo l’esclusività della vita solo quando veniamo messi davanti all’irripetibilità di essa. Tu sei irripetibile — noi non sorrideremo più insieme. E voglio dirlo adesso, subito: non ci ricongiungeremo. Non torneremo a stringerci la mano — perché non v’è alcuna possibilità per te di varcare quella soglia, sulla quale mi salutavi ogni mattino. Non resto che io, adesso non resto che io ad essere testimone di ciò che vedevamo: auto che corrono di primo mattino per andare a lavoro, ragazzini che svogliatamente si dirigono verso scuola, professoresse che si godono la loro sigaretta. Erano così vitali quei cinque minuti che passavamo a chiacchierare. Chiacchiere, certo, eppure solo ora mi rendo conto di quanto fossero importanti quei nostri discorsi. Adesso, io, sono ancora testimone di tutto ciò, ma anche di qualcosa di più: della tua assenza. E fa male — fai male. Perché se la tua presenza ha sempre fatto del bene a chiunque avesse bisogno di te quando c’eri, allora la tua assenza non può che far male a chiunque si era abituato al tuo sorriso.
Non ti dirò che mi mancherai — già manchi.

Addio, vecchio amico.
Continuerò a passare sul tuo marciapiede,
fingendo di salutarti ancora.


∃x(φ)

Parole non dette

Nella mia immaginazione, lei era bellissima. Nella realtà, lo era di più. 
Non bastava — non avrei dovuto dirle solo che le volevo bene. Avrei dovuto aggiungere: “e non potrebbe essere diversamente!”
Ci sarebbe voluto impegno, un po’ più impegno da entrambe le parti — per ridere insieme di ciò per cui adesso tanto piangiamo ed io, io rimpiango.

Ho sbagliato tutto con te. Ti dico ora quello che avrei dovuto dirti tempo fa e, probabilmente, sto sbagliando anche adesso a dirti quello che non dovrei più dirti.


Tue parole, miei silenzi — 2014
∃x(φx)

Riappropriamento di me

Percepisco un riappropriamento di me. Quando voi non ci siete, io percepisco qualcuno che è sempre stato qui, ma che da troppo tempo non veniva alla luce. Questo sono io — quello brutale, solitario, egoista, impassibile, quello al contempo fragile, triste, struggentesi, che si lamenta. Quando tu non ci sei, io sono veramente completo e sento che la mia vita torna ad essere la mia vita — sfilacciata da ciò che la appesantisce, ristorata nel suo originario punto di partenza, dove l’avevo lasciata, e pronta a ricominciare così come deve, così come può, così come il vento voleva. Perché la mia vita era una nuvola di probabilità e le sue incertezze mi rendevano libero. Ma ancor di più le sue certezze mi rendevano forte — questo devo essere: forte! Forte contro chiunque, forte contro la vita! E questo deve bastarmi, perché tutto il resto non è altro che un elettrone che compare e scompare a piacimento intorno al suo protone. Ma sono stanco di essere io quel protone, ora voglio sparire anch’io. Sparire dove dico io, come dico io. Non nel modo peggiore — la morte non mi merita ancora, perché alla vita non ho ancora restituito indietro tutto il male che mi ha fatto! —, bensì nel modo più crudele: nel privarvi di tutto ciò che eravate abituati ad avere di me — non “da me”, ma “di me”! Perché tutto il mio meglio, è diventato il vostro peggio. Perché tutto il bene che ho potuto farvi — per voi — non è altro che un’onta a ciò che non solo sono stato, ma soprattutto a ciò che sarei potuto essere.

Vi nascondete dietro una maschera di bambina bontà, ma il vostro male, seppur fatto per ignoranza, è stato più cattivo del mio bene fatto per ingenuità e del mio male fatto con volontà.


∃x(φx)
2017, luglio 11

Un’onesta bugia

Ci baciammo, ci abbracciamo, ci dicemmo che ci volevamo bene. Eravamo un punto. Un punto fermo — e poi siamo diventati un punto esclamativo. Urlando la nostra fermezza. Perché la bellezza non dura e la felicità muore nel momento in cui il punto interrogativo viene messo vicino a quello esclamativo.
Ci siamo domandati se valesse la pena sopportare — sopportarci. È andata a finire come ogni buon libro: si chiude l’ultima pagina con la voglia di tornare indietro e ricominciare da capo la conversazione. Magari, evitando quei bruschi errori di battitura che ci hanno trasformati in due estranei. Pagine ingiallite col tempo. Questo siamo ora.
Ed io ho perso la primavera, mentre tu mi dicevi di ricordarla. — Cosa mi resta da ricordare ora?

Ecco cosa siamo stati. Un modo onesto di essere bugiardi. 


∃x(φ)

Vuoto.

Devo farmi qualcosa di buono, devo darmi qualcosa così. Perché sono stanco. Ma non è stanchezza quella che pervade il mio corpo o la mia mente, è un senso di vuoto. Di asfissia. Di allergia — allergico a me stesso fino al massimo grado, fino al punto da soffocare della mia presenza e della sua assenza.
Sono vuoto. Sento il peso di questo vuoto gravare —su cosa?, mi chiedesti— sulla mia felicità, ti risponderei. Ti risponderei ancora.

Vuoto. Solo. Schiacciato. — Tutto questo, una volta e ancora una volta ancora.
∃x(φ)

La vita, la rabbia

Io tremo, vibro, mi scuoto — sento ogni muscolo delle mie braccia fremere quando litighiamo. Il mio respiro diventa così profondo e pesante che mi sembra di sentire il ruggito di una belva dentro i miei polmoni. È la vita, è la rabbia. Mi ripeto che di questo non ne ho bisogno, che di questo tipo di vivere non ho bisogno, che di te non ne ho bisogno. Eppure resto un bugiardo: perché di te ho bisogno almeno per questo — per sentirmi forte, avido, cattivo. Sono queste le cose, le ultime cose che mi fanno sentire speciale, unico, vitale!
La vitalità, sai cos’è? Un pullulare di emozioni — quindi se l’ultima emozione che mi è rimasta è la rabbia, allora questa mi rende vivo ed è l’essenza del mio trascinarmi avanti. Ne è l’essenza. La vita, la rabbia. 


∃x(φx)