Il mio lutto, la tua assenza

Tu sei morto.
Ed io vorrei fuggire via.

Vorrei andare via, lontano dal mondo — lontano da te. Perché il tuo ricordo priva me di ogni altra felicità. Forse è vero che: comprendiamo l’esclusività della vita solo quando veniamo messi davanti all’irripetibilità di essa. Tu sei irripetibile — noi non sorrideremo più insieme. E voglio dirlo adesso, subito: non ci ricongiungeremo. Non torneremo a stringerci la mano — perché non v’è alcuna possibilità per te di varcare quella soglia, sulla quale mi salutavi ogni mattino. Non resto che io, adesso non resto che io ad essere testimone di ciò che vedevamo: auto che corrono di primo mattino per andare a lavoro, ragazzini che svogliatamente si dirigono verso scuola, professoresse che si godono la loro sigaretta. Erano così vitali quei cinque minuti che passavamo a chiacchierare. Chiacchiere, certo, eppure solo ora mi rendo conto di quanto fossero importanti quei nostri discorsi. Adesso, io, sono ancora testimone di tutto ciò, ma anche di qualcosa di più: della tua assenza. E fa male — fai male. Perché se la tua presenza ha sempre fatto del bene a chiunque avesse bisogno di te quando c’eri, allora la tua assenza non può che far male a chiunque si era abituato al tuo sorriso.
Non ti dirò che mi mancherai — già manchi.

Addio, vecchio amico.
Continuerò a passare sul tuo marciapiede,
fingendo di salutarti ancora.


∃x(φ)

Parole non dette

Nella mia immaginazione, lei era bellissima. Nella realtà, lo era di più. 
Non bastava — non avrei dovuto dirle solo che le volevo bene. Avrei dovuto aggiungere: “e non potrebbe essere diversamente!”
Ci sarebbe voluto impegno, un po’ più impegno da entrambe le parti — per ridere insieme di ciò per cui adesso tanto piangiamo ed io, io rimpiango.

Ho sbagliato tutto con te. Ti dico ora quello che avrei dovuto dirti tempo fa e, probabilmente, sto sbagliando anche adesso a dirti quello che non dovrei più dirti.


Tue parole, miei silenzi — 2014
∃x(φx)

Riappropriamento di me

Percepisco un riappropriamento di me. Quando voi non ci siete, io percepisco qualcuno che è sempre stato qui, ma che da troppo tempo non veniva alla luce. Questo sono io — quello brutale, solitario, egoista, impassibile, quello al contempo fragile, triste, struggentesi, che si lamenta. Quando tu non ci sei, io sono veramente completo e sento che la mia vita torna ad essere la mia vita — sfilacciata da ciò che la appesantisce, ristorata nel suo originario punto di partenza, dove l’avevo lasciata, e pronta a ricominciare così come deve, così come può, così come il vento voleva. Perché la mia vita era una nuvola di probabilità e le sue incertezze mi rendevano libero. Ma ancor di più le sue certezze mi rendevano forte — questo devo essere: forte! Forte contro chiunque, forte contro la vita! E questo deve bastarmi, perché tutto il resto non è altro che un elettrone che compare e scompare a piacimento intorno al suo protone. Ma sono stanco di essere io quel protone, ora voglio sparire anch’io. Sparire dove dico io, come dico io. Non nel modo peggiore — la morte non mi merita ancora, perché alla vita non ho ancora restituito indietro tutto il male che mi ha fatto! —, bensì nel modo più crudele: nel privarvi di tutto ciò che eravate abituati ad avere di me — non “da me”, ma “di me”! Perché tutto il mio meglio, è diventato il vostro peggio. Perché tutto il bene che ho potuto farvi — per voi — non è altro che un’onta a ciò che non solo sono stato, ma soprattutto a ciò che sarei potuto essere.

Vi nascondete dietro una maschera di bambina bontà, ma il vostro male, seppur fatto per ignoranza, è stato più cattivo del mio bene fatto per ingenuità e del mio male fatto con volontà.


∃x(φx)
2017, luglio 11

Un’onesta bugia

Ci baciammo, ci abbracciamo, ci dicemmo che ci volevamo bene. Eravamo un punto. Un punto fermo — e poi siamo diventati un punto esclamativo. Urlando la nostra fermezza. Perché la bellezza non dura e la felicità muore nel momento in cui il punto interrogativo viene messo vicino a quello esclamativo.
Ci siamo domandati se valesse la pena sopportare — sopportarci. È andata a finire come ogni buon libro: si chiude l’ultima pagina con la voglia di tornare indietro e ricominciare da capo la conversazione. Magari, evitando quei bruschi errori di battitura che ci hanno trasformati in due estranei. Pagine ingiallite col tempo. Questo siamo ora.
Ed io ho perso la primavera, mentre tu mi dicevi di ricordarla. — Cosa mi resta da ricordare ora?

Ecco cosa siamo stati. Un modo onesto di essere bugiardi. 


∃x(φ)

Vuoto.

Devo farmi qualcosa di buono, devo darmi qualcosa così. Perché sono stanco. Ma non è stanchezza quella che pervade il mio corpo o la mia mente, è un senso di vuoto. Di asfissia. Di allergia — allergico a me stesso fino al massimo grado, fino al punto da soffocare della mia presenza e della sua assenza.
Sono vuoto. Sento il peso di questo vuoto gravare —su cosa?, mi chiedesti— sulla mia felicità, ti risponderei. Ti risponderei ancora.

Vuoto. Solo. Schiacciato. — Tutto questo, una volta e ancora una volta ancora.
∃x(φ)

La vita, la rabbia

Io tremo, vibro, mi scuoto — sento ogni muscolo delle mie braccia fremere quando litighiamo. Il mio respiro diventa così profondo e pesante che mi sembra di sentire il ruggito di una belva dentro i miei polmoni. È la vita, è la rabbia. Mi ripeto che di questo non ne ho bisogno, che di questo tipo di vivere non ho bisogno, che di te non ne ho bisogno. Eppure resto un bugiardo: perché di te ho bisogno almeno per questo — per sentirmi forte, avido, cattivo. Sono queste le cose, le ultime cose che mi fanno sentire speciale, unico, vitale!
La vitalità, sai cos’è? Un pullulare di emozioni — quindi se l’ultima emozione che mi è rimasta è la rabbia, allora questa mi rende vivo ed è l’essenza del mio trascinarmi avanti. Ne è l’essenza. La vita, la rabbia. 


∃x(φx)

Avrei fatto tutto, o niente

Era così con te — ed è così che è andata. Avrei fatto tutto, o non avrei fatto niente. Non c’è mai stata una via di mezzo. Perché nel mezzo potevano esserci tutti, tutti coloro la cui sostituzione per il mio ruolo non avrebbe creato alcuna discrepanza, alcuna lacuna nella tua vita. Ma io, io volevo essere unico per te come tu lo eri per me. Volevo guardassi verso di me e non vedessi solo uno dei tanti, ma il tanto di uno — il tanto che ho fatto, che faccio e che continuerei a fare. Era questo che dovevi vedere di me: non le parole, ma i gesti che raccontavano le mie parole.

Avrei fatto tutto, o niente. T’avrei detto che ti amavo, o sarei rimasto in silenzio. T’avrei abbracciata così stretta da rompere le mie braccia ma non il tuo corpicino, o sarei rimasto a braccia conserte. T’avrei baciata, o mi sarei morso le labbra. T’avrei vissuta, o mi sarei ucciso.


∃x(φ)

Il significato del mio tatuaggio

 

20170408_110020

Il mio intero tatuaggio è monumento al mio dolore.
Ogni simbolo che è in esso rappresenta una mancanza, o un’assenza. Qualunque cosa esso significhi, è stato un troppo lungo periodo di sofferenza a costringermi a farlo. Ogni simbolo non è solo una formalità, è parte della parte peggiore della mia vita. E con ciò non voglio dire che ogni simbolo è negativo, ma che ogni simbolo ha avuto senso solo nella totalità nella quale è nato. Il dolore conta molto per me. Si può dire che abbia tatuato il mio dolore su pelle. Se mai dovessi 20161208_183633cambiare in meglio, se mai dovessi superare tutta questa fragilità che covo dentro me stesso, farò coprire interamente il tatuaggio con una lunga fascia nera — e se quel giorno dovesse arrivare, neanche questo spazio dedicato ai miei pensieri e alle mie emozioni avrà più senso d’esistere. Io stesso, forse, non sarò più chi ora sono.
E non rivelerò il significato dei simboli. Non è riservatezza — è che ho finalmente imparato che se ne parlo, soffro di più.  


∃x(φ)

Continuo a non essere vero

Tutte le volte che litigavamo, poi mi nascondevo qui — in queste pagine che perdono il filo del discorso, un discorso agganciato solo dalla ferita che mi sono procurato. Adesso, come allora, sono qui. Ma con l’impressione di non doverti dedicare più alcuna parola.
Sì, scrivo esattamente per dire che voglio stare solo e lontano, che voglio il silenzio, che non voglio neanche più tentare infruttuosamente di salvarmi da solo, che voglio soltanto sprofondare dove nessuno possa vedermi così — ferito.
Nessuno dovrebbe vedermi quando piango. Faccio paura — no, non agli altri né a te; al massimo potrei suscitare pietà e dare ancora adito alle parole che mi tolgono il respiro. No. Faccio paura a me stesso. Mi fa paura dare conferma a tutto ciò che si dice contro di me. E così continuo a rintanarmi. Continuo a non essere vero.

– Continuo a non essere vero.
– Cioè?
– Continuo a non essere veramente felice. 


∃x(φx)

Per chi soffrire

Soffrire, soffrite pure per le persone se queste sono tanto speciali da meritare il vostro dolore. Ma ricordate sempre a voi stessi che non ha alcun senso soffrire per la persona sbagliata. Anche la sofferenza, come una delle più intime possibilità del nostro essere, è un dono che meritano pochi. Quei pochi che saranno sempre disposti a tornare — no, non sui propri passi, ma sulle proprie emozioni e sulle verità ancora non espresse.
Perché dico ciò? Perché la questione del “per chi” soffrire è intrinsecamente collegata con quella del “perché” soffrire. — Perché soffrire per chi non farebbe lo stesso per noi? Una domanda, questa, che rimanda già alla risposta: soffrire per chi per noi farebbe lo stesso.


∃x(φ(x))