La consapevolezza più triste

La cosa più triste è che vivrò nella consapevolezza che: tu mi hai dato molto da ricordare, io ti ho dato troppo da dimenticare.

Questo è un fardello da cui non si torna indietro. Questa è una macchia che la mia memoria non può dimenticare. Scusami. Ora e sempre.


∃x(φ)

Parole non dette

Nella mia immaginazione, lei era bellissima. Nella realtà, lo era di più. 
Non bastava — non avrei dovuto dirle solo che le volevo bene. Avrei dovuto aggiungere: “e non potrebbe essere diversamente!”
Ci sarebbe voluto impegno, un po’ più impegno da entrambe le parti — per ridere insieme di ciò per cui adesso tanto piangiamo ed io, io rimpiango.

Ho sbagliato tutto con te. Ti dico ora quello che avrei dovuto dirti tempo fa e, probabilmente, sto sbagliando anche adesso a dirti quello che non dovrei più dirti.


Tue parole, miei silenzi — 2014
∃x(φx)

Tenere la corda

Lo sapevamo entrambi — stavamo stretti, ci stavamo troppo stretti. E allora hai preferito allentare la corda. Perché, si sa, tenere la corda mentre ti scivola per le mani fa male. A furia di tenere la corda, quelle piccole mani hanno iniziato a bruciare: rosso fuoco.
Ma la colpa è stata mia — perché avrei dovuto tenerti per mano e tenere la corda, tenere la corda per tutti e due. 


Luglio, 2016
∃x(φx)

Un’onesta bugia

Ci baciammo, ci abbracciamo, ci dicemmo che ci volevamo bene. Eravamo un punto. Un punto fermo — e poi siamo diventati un punto esclamativo. Urlando la nostra fermezza. Perché la bellezza non dura e la felicità muore nel momento in cui il punto interrogativo viene messo vicino a quello esclamativo.
Ci siamo domandati se valesse la pena sopportare — sopportarci. È andata a finire come ogni buon libro: si chiude l’ultima pagina con la voglia di tornare indietro e ricominciare da capo la conversazione. Magari, evitando quei bruschi errori di battitura che ci hanno trasformati in due estranei. Pagine ingiallite col tempo. Questo siamo ora.
Ed io ho perso la primavera, mentre tu mi dicevi di ricordarla. — Cosa mi resta da ricordare ora?

Ecco cosa siamo stati. Un modo onesto di essere bugiardi. 


∃x(φ)

Ti ho fatto l’amore

Ho fatto l’amore — no, non in quel senso. Ma in un senso nuovo. Ti ho fatto l’amore. — Si dice quando ami una persona e quando la sua felicità è metà-parte della tua, o addirittura tutta la tua felicità. Si dice che quando si ama una persona così, allora la si vuole far stare bene a qualsiasi costo e prezzo: anche a costo di un cuore spezzato. Così quando uno dei due ama l’altro, compie ogni giorno piccoli ed impercettibili gesti da cui traspare questo legame indistrutto e indissolubile. — È così che ti faccio l’amore, che ti faccio amore. È un amare in cui il mio corpo non ha voce in capitolo, è un amare senza me ma solo per te. Non è un fare l’amore con te, è qualcosa di preliminare. È un fare l’amore te, per te. Non c’è nessun altro: solo te ed il mio amore.
Allora restiamo così, pronti ad amare per l’altro. Ti faccio amore. Così facciamo l’amore come nessun altro mai.


∃x(φ)

Avrei fatto tutto, o niente

Era così con te — ed è così che è andata. Avrei fatto tutto, o non avrei fatto niente. Non c’è mai stata una via di mezzo. Perché nel mezzo potevano esserci tutti, tutti coloro la cui sostituzione per il mio ruolo non avrebbe creato alcuna discrepanza, alcuna lacuna nella tua vita. Ma io, io volevo essere unico per te come tu lo eri per me. Volevo guardassi verso di me e non vedessi solo uno dei tanti, ma il tanto di uno — il tanto che ho fatto, che faccio e che continuerei a fare. Era questo che dovevi vedere di me: non le parole, ma i gesti che raccontavano le mie parole.

Avrei fatto tutto, o niente. T’avrei detto che ti amavo, o sarei rimasto in silenzio. T’avrei abbracciata così stretta da rompere le mie braccia ma non il tuo corpicino, o sarei rimasto a braccia conserte. T’avrei baciata, o mi sarei morso le labbra. T’avrei vissuta, o mi sarei ucciso.


∃x(φ)

Il tuo cadavere

Ma c’era forse ancora bisogno di versare sangue? No. Però lo volevamo, lo volevamo con tutto il nostro istinto. Lo volevamo interamente. A partire dalle nostre mani che si attorcigliavano l’una all’altra. Noi — né io né tu, ma noi eravamo il nostro più intimo e recondito desiderio. Un desiderio di passione, di animale appagamento dei nostri impulsi, di fondamentale attaccamento affettivo che provavamo l’uno per l’altra. Un desiderio solo: di assoluta certezza di rovinarsi. E l’abbiamo fatto, sulle tue labbra l’abbiamo fatto. Ci roviniamo e abbiamo rovinato tutto, qualunque cosa fossimo. Ci siamo distrutti e abbiamo sanguinato, tanto. Forse io di più. Forse ho preferito sanguinare anche per te. O forse sei tu ad avermi inferto la ferita più seria? Sì, deve essere così. Perché tu eri pericolosa. Eri adrenalina. Eri ispirazione alla mia vita e tensione verso la mia morte.
Sanguino. Possono i morti sanguinare ancora? Certo, possono. Così come il mio cuore: è morto, senza di te è morto ma, fa’ attenzione, continua a sanguinare. — E questo sangue, questo denso liquido scuro sa di te: ferro. Perché ferrea era la tua volontà di non tornare a noi, di continuare a non amarmi.

Il tuo cadavere
∃x(φ)

Per chi soffrire

Soffrire, soffrite pure per le persone se queste sono tanto speciali da meritare il vostro dolore. Ma ricordate sempre a voi stessi che non ha alcun senso soffrire per la persona sbagliata. Anche la sofferenza, come una delle più intime possibilità del nostro essere, è un dono che meritano pochi. Quei pochi che saranno sempre disposti a tornare — no, non sui propri passi, ma sulle proprie emozioni e sulle verità ancora non espresse.
Perché dico ciò? Perché la questione del “per chi” soffrire è intrinsecamente collegata con quella del “perché” soffrire. — Perché soffrire per chi non farebbe lo stesso per noi? Una domanda, questa, che rimanda già alla risposta: soffrire per chi per noi farebbe lo stesso.


∃x(φ(x))