Per chi soffrire

Soffrire, soffrite pure per le persone se queste sono tanto speciali da meritare il vostro dolore. Ma ricordate sempre a voi stessi che non ha alcun senso soffrire per la persona sbagliata. Anche la sofferenza, come una delle più intime possibilità del nostro essere, è un dono che meritano pochi. Quei pochi che saranno sempre disposti a tornare — no, non sui propri passi, ma sulle proprie emozioni e sulle verità ancora non espresse.
Perché dico ciò? Perché la questione del “per chi” soffrire è intrinsecamente collegata con quella del “perché” soffrire. — Perché soffrire per chi non farebbe lo stesso per noi? Una domanda, questa, che rimanda già alla risposta: soffrire per chi per noi farebbe lo stesso.


∃x(φ(x))

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Il morto mi disapprova, ancora

Non ricordo neanche più quale fu la mia domanda, l’ultima domanda che gli fece ribollire il sangue. 
E questa è la parte peggiore, perché non ricordo neanche quale fu l’ultimo addio, l’ultimo nostro grande litigio.
So che fu la mia domanda, ma per quanto mi sforzi, io non riesco a ricordarne il contenuto. Lo so, so bene che cosa pensò: che ero un egoista irrispettoso, che non meritavo la sua compassione e nemmeno la sua bontà – perché se fino a quel momento io ero ancora qualcosa per lui, lo ero soltanto sulla base della sua bontà e della nostra parentela.
Poi mi guardò negli occhi, come un cacciatore minaccia la sua preda e mi disse: “Tu devi allontanarti, va’ via, allontanati da me – tu mi fai del male con la tua sola presenza da cane bastonato!”. Ed io, io ero totalmente distrutto. Il mondo intero mi cadde addosso. Sentivo il peso di una vita gravare sulle mie spalle. Non potevo fare nulla, potevo solo subire – era cocciuto, lo era sempre stato e non sarebbe cambiato per me. 
Mi guardò un’ultima volta, prima di chiudere gli occhi, e mi disse: “Tu sei la mia più grande delusione”. 
Bene. Ero la sua delusione. Ma per un attimo, per solo un singolo attimo, poteva almeno stare zitto!? Poteva almeno soltanto guardarmi dall’alto in basso senza impormi la vergogna come mia veste naturale!? Poteva almeno trapassare senza che il ricordo che avevo di lui fosse questo!? Senza che il suo ricordo indicasse il sublivello della mia esistenza!? No, non poteva, perché lui era il massimo, invece io, io ero solo lo sguattero di casa, il malriuscito di turno che tocca ad ogni specie. Io ero la delusione, appunto. Ed oggi? Che cosa mi ha lasciato quell’uomo? La delusione. Ha prosciugato la cassa segreta dei miei sogni, dissipandone i contenuti con la sua costante disapprovazione. Disapprovazione, sì, sapete cosa vuol dire? Significa essere di meno, essere di troppo, essere errati, essere possibilità irrealizzate, essere manchevole di spina dorsale. 
Perché? Perché gli anatemi che mi ha lanciato sono così evidenti sulla mia pelle? A volte vorrei solo scappare via, lontano e nella più completa solitudine. Scappare via, perché è questo che ho imparato a fare – d’altronde, la sua disapprovazione stava esattamente anche in ciò, nella mia mancanza di durezza, contro la mia fragile sensibilità. Non avrebbe mai compreso me, le mie ragioni, le ragioni del mio scrivere, le ragioni di questo blog – perché non poteva sopportarle, non poteva sopportarmi. E non avrebbe neanche compreso la mia fuga. La fuga da quei luoghi del ricordo, quei luoghi del passato in cui abitano le figure che ancora mi tormentano. 
Anche da morto, riesci a tormentarmi.