Il mio errore

Il mio problema è sempre stato questo: tratto le persone con più rispetto di quanto ne meritino. Non imparo mai, continuo a dirmi sempre che tutti meritano una seconda possibilità anche dopo avermi deluso, ma, inevitabilmente, tutti continuano a deludermi. Li giustifico, dico a me stesso che l’animo umano è volubile ed è una conseguenza di ciò il fatto che una volta commesso un errore, questo si può perdonare. E questo è puntualmente un errore al quale non so porre rimedio. — Ma come io perdono gli altri, non dovrei forse perdonare me stesso per dare comunque e sempre a costoro il meglio di me?
C’è qualcosa di paradossale nel mio errore: se dessi sempre a tutti una seconda opportunità, allora continuerei a commettere il mio errore più di una seconda volta e quindi non dovrei perdonarmi, se decidessi di non commettere più il mio errore allora non dovrei più dare a tutti la seconda possibilità che avevo assunto meritassero.

Qui la logica non mi aiuta, la morale sì: meglio veder soffrire me e solo me piuttosto che voi — piuttosto che te.


∃x(φx)

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Vita indecente

Non ci voleva nulla, nulla di impegnativo e nulla di diverso. Bastava poco per ottenere ciò che volevamo — o forse, solo ciò che volevo io. Non si vince e non si perde nulla; non si guadagna né si trova sé stessi. Sono bugie. Piccole illusioni di una vita indecente. Come la mia: la più indecente delle vite — perché non solo ho accettato la fine di ogni speranza, ma ho anche scelto e continuato a piangere e lamentarmi per questa mancanza.

Per le tue assenze, sempre. Sempre piangerò.


∃x(φx)

Parole non dette

Nella mia immaginazione, lei era bellissima. Nella realtà, lo era di più. 
Non bastava — non avrei dovuto dirle solo che le volevo bene. Avrei dovuto aggiungere: “e non potrebbe essere diversamente!”
Ci sarebbe voluto impegno, un po’ più impegno da entrambe le parti — per ridere insieme di ciò per cui adesso tanto piangiamo ed io, io rimpiango.

Ho sbagliato tutto con te. Ti dico ora quello che avrei dovuto dirti tempo fa e, probabilmente, sto sbagliando anche adesso a dirti quello che non dovrei più dirti.


Tue parole, miei silenzi — 2014
∃x(φx)

Riappropriamento di me

Percepisco un riappropriamento di me. Quando voi non ci siete, io percepisco qualcuno che è sempre stato qui, ma che da troppo tempo non veniva alla luce. Questo sono io — quello brutale, solitario, egoista, impassibile, quello al contempo fragile, triste, struggentesi, che si lamenta. Quando tu non ci sei, io sono veramente completo e sento che la mia vita torna ad essere la mia vita — sfilacciata da ciò che la appesantisce, ristorata nel suo originario punto di partenza, dove l’avevo lasciata, e pronta a ricominciare così come deve, così come può, così come il vento voleva. Perché la mia vita era una nuvola di probabilità e le sue incertezze mi rendevano libero. Ma ancor di più le sue certezze mi rendevano forte — questo devo essere: forte! Forte contro chiunque, forte contro la vita! E questo deve bastarmi, perché tutto il resto non è altro che un elettrone che compare e scompare a piacimento intorno al suo protone. Ma sono stanco di essere io quel protone, ora voglio sparire anch’io. Sparire dove dico io, come dico io. Non nel modo peggiore — la morte non mi merita ancora, perché alla vita non ho ancora restituito indietro tutto il male che mi ha fatto! —, bensì nel modo più crudele: nel privarvi di tutto ciò che eravate abituati ad avere di me — non “da me”, ma “di me”! Perché tutto il mio meglio, è diventato il vostro peggio. Perché tutto il bene che ho potuto farvi — per voi — non è altro che un’onta a ciò che non solo sono stato, ma soprattutto a ciò che sarei potuto essere.

Vi nascondete dietro una maschera di bambina bontà, ma il vostro male, seppur fatto per ignoranza, è stato più cattivo del mio bene fatto per ingenuità e del mio male fatto con volontà.


∃x(φx)
2017, luglio 11

Vuoto.

Devo farmi qualcosa di buono, devo darmi qualcosa così. Perché sono stanco. Ma non è stanchezza quella che pervade il mio corpo o la mia mente, è un senso di vuoto. Di asfissia. Di allergia — allergico a me stesso fino al massimo grado, fino al punto da soffocare della mia presenza e della sua assenza.
Sono vuoto. Sento il peso di questo vuoto gravare —su cosa?, mi chiedesti— sulla mia felicità, ti risponderei. Ti risponderei ancora.

Vuoto. Solo. Schiacciato. — Tutto questo, una volta e ancora una volta ancora.
∃x(φ)

La vita, la rabbia

Io tremo, vibro, mi scuoto — sento ogni muscolo delle mie braccia fremere quando litighiamo. Il mio respiro diventa così profondo e pesante che mi sembra di sentire il ruggito di una belva dentro i miei polmoni. È la vita, è la rabbia. Mi ripeto che di questo non ne ho bisogno, che di questo tipo di vivere non ho bisogno, che di te non ne ho bisogno. Eppure resto un bugiardo: perché di te ho bisogno almeno per questo — per sentirmi forte, avido, cattivo. Sono queste le cose, le ultime cose che mi fanno sentire speciale, unico, vitale!
La vitalità, sai cos’è? Un pullulare di emozioni — quindi se l’ultima emozione che mi è rimasta è la rabbia, allora questa mi rende vivo ed è l’essenza del mio trascinarmi avanti. Ne è l’essenza. La vita, la rabbia. 


∃x(φx)

Il significato del mio tatuaggio

 

20170408_110020

Il mio intero tatuaggio è monumento al mio dolore.
Ogni simbolo che è in esso rappresenta una mancanza, o un’assenza. Qualunque cosa esso significhi, è stato un troppo lungo periodo di sofferenza a costringermi a farlo. Ogni simbolo non è solo una formalità, è parte della parte peggiore della mia vita. E con ciò non voglio dire che ogni simbolo è negativo, ma che ogni simbolo ha avuto senso solo nella totalità nella quale è nato. Il dolore conta molto per me. Si può dire che abbia tatuato il mio dolore su pelle. Se mai dovessi 20161208_183633cambiare in meglio, se mai dovessi superare tutta questa fragilità che covo dentro me stesso, farò coprire interamente il tatuaggio con una lunga fascia nera — e se quel giorno dovesse arrivare, neanche questo spazio dedicato ai miei pensieri e alle mie emozioni avrà più senso d’esistere. Io stesso, forse, non sarò più chi ora sono.
E non rivelerò il significato dei simboli. Non è riservatezza — è che ho finalmente imparato che se ne parlo, soffro di più.  


∃x(φ)

Non c’è bacio al di fuori dello spazio

Fu appena un attimo — io le carezzavo il volto e lei pose la sua mano dietro la mia nuca, facendola passare fra i capelli miei. Sapevamo già ciò che volevamo, ma non avevamo ancora il coraggio di dimostrarlo. Restammo qualche secondo fermi così, chiusi nel nostro mondo fatto di incertezze, paure, tensioni e pensieri. Lo sapevamo — eravamo l’uno l’intimo desiderio dell’altra. E io avevo voglia, avevo tanta voglia di lei. Del suo corpo che stringevo fra le mie braccia. E la baciai. La baciai come se quel bacio dovesse suggellare quella poco pudica voglia di fare l’amore — e lo facemmo, quel bacio fu quasi come fare l’amore. Fu quasi come morire — aritmia al ventricolo sinistro! Il cuore batteva quasi come se si stesse preparando a dare gli ultimi segnali di vita prima di godere di ogni singolo attimo, minuto e secondo di vera vita.
Qualcuno dirà che è stato solo un bacio. Ma per noi fu molto di più. Perché lei mi dava più tempo, con lei io assaporavo e godevo di ogni secondo che passavamo stringendo l’uno l’anima dell’altra. Ci sono regali che valgono più di altri — ci siamo regalati l’intensità. L’intensità del tempo. 
E mentre il nostro bacio riavvolgeva il tempo in sé stesso, noi diventavamo il nostro spazio — l’uno era lo spazio dell’altra. E se fuori dallo spazio non è possibile concepire nulla, così anche noi non eravamo concepibili e non avevamo esistenza al di fuori delle braccia dell’altro.

Non c’è bacio al di fuori dello spazio.
Non c’è bacio lontano da te.
Non c’è bacio senza di te.

∃x(φ)

Su questa panchina

Io resto qui. Resto una notte intera. Ad aspettare qualcuno che so non arriverà. Ad attendere te che sei nei miei pensieri e nel mio corpo – sì anche nel mio corpo, perché nel mio naso c’è il tuo odore di miele, nelle mie mani le tue guance rosse come lava, nella mia bocca quel tuo sapore agrodolce. Agrodolce come te, che mi concedi e mi togli il respiro, proprio quando in debito di ossigeno ho bisogno di fare respiri profondi. – Ma non voglio un ossigeno qualsiasi, voglio quello che hai già respirato tu.
Resto su questa panchina. A vivere una vita che mi ha dato meno di quello che meritavo, meno di ciò che vorrei.

Buonanotte mondo; buonanotte a te – mi ritiro in un mondo possibile dove sei tu, io e noi.


È così quando non ci si sente liberi.

∃x(φ(x))