Tenere la corda

Lo sapevamo entrambi — stavamo stretti, ci stavamo troppo stretti. E allora hai preferito allentare la corda. Perché, si sa, tenere la corda mentre ti scivola per le mani fa male. A furia di tenere la corda, quelle piccole mani hanno iniziato a bruciare: rosso fuoco.
Ma la colpa è stata mia — perché avrei dovuto tenerti per mano e tenere la corda, tenere la corda per tutti e due. 


Luglio, 2016
∃x(φx)

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Il significato del mio tatuaggio

 

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Il mio intero tatuaggio è monumento al mio dolore.
Ogni simbolo che è in esso rappresenta una mancanza, o un’assenza. Qualunque cosa esso significhi, è stato un troppo lungo periodo di sofferenza a costringermi a farlo. Ogni simbolo non è solo una formalità, è parte della parte peggiore della mia vita. E con ciò non voglio dire che ogni simbolo è negativo, ma che ogni simbolo ha avuto senso solo nella totalità nella quale è nato. Il dolore conta molto per me. Si può dire che abbia tatuato il mio dolore su pelle. Se mai dovessi 20161208_183633cambiare in meglio, se mai dovessi superare tutta questa fragilità che covo dentro me stesso, farò coprire interamente il tatuaggio con una lunga fascia nera — e se quel giorno dovesse arrivare, neanche questo spazio dedicato ai miei pensieri e alle mie emozioni avrà più senso d’esistere. Io stesso, forse, non sarò più chi ora sono.
E non rivelerò il significato dei simboli. Non è riservatezza — è che ho finalmente imparato che se ne parlo, soffro di più.  


∃x(φ)

Il tuo cadavere

Ma c’era forse ancora bisogno di versare sangue? No. Però lo volevamo, lo volevamo con tutto il nostro istinto. Lo volevamo interamente. A partire dalle nostre mani che si attorcigliavano l’una all’altra. Noi — né io né tu, ma noi eravamo il nostro più intimo e recondito desiderio. Un desiderio di passione, di animale appagamento dei nostri impulsi, di fondamentale attaccamento affettivo che provavamo l’uno per l’altra. Un desiderio solo: di assoluta certezza di rovinarsi. E l’abbiamo fatto, sulle tue labbra l’abbiamo fatto. Ci roviniamo e abbiamo rovinato tutto, qualunque cosa fossimo. Ci siamo distrutti e abbiamo sanguinato, tanto. Forse io di più. Forse ho preferito sanguinare anche per te. O forse sei tu ad avermi inferto la ferita più seria? Sì, deve essere così. Perché tu eri pericolosa. Eri adrenalina. Eri ispirazione alla mia vita e tensione verso la mia morte.
Sanguino. Possono i morti sanguinare ancora? Certo, possono. Così come il mio cuore: è morto, senza di te è morto ma, fa’ attenzione, continua a sanguinare. — E questo sangue, questo denso liquido scuro sa di te: ferro. Perché ferrea era la tua volontà di non tornare a noi, di continuare a non amarmi.

Il tuo cadavere
∃x(φ)

12 marzo 2016

Parte I, 12 marzo, ore 3-4

Eccomi, di nuovo qui — ancora qui. Non riesco più a sopportare la tua mancanza. Non riesco più a pensare neanche per un attimo che sia successo davvero, che ciò che più temevo mi abbia avvelenato la vita davvero. Non riesco più nemmeno a bere e, credimi, ho bevuto così tanto e così a lungo che, ormai, in tutte quelle birre pareva quasi di vedermi affogare — affogare nella tua saliva; era solo questo che volevo questa notte, volevo che ci fossi tu vicino a me e non la mia amica, non il mio amico, non i miei “fratelli” o le mie sorelle, non volevo nessuno, credimi — volevo solo te. Ti voglio, ti voglio ancora, ti voglio sempre. Perché al mio fianco, a fare la foto, pensavo a quanto avrei voluto ci fossi stata tu. Tu ed io, felici insieme. Perché questa sera avrei voluto regalarti il tuo diario, l’originale che avevo scritto a penna. Perché questa sera avrei voluto stringerti così forte e dormire con te, dormire e tenerti fra le mie braccia tutta la notte.
Eppure tutti dobbiamo tornare a casa, io sto tornando ora. Mi hanno lasciato qui, sotto il portone. Ma non sono tornato a casa, sono entrato e mi sono seduto sulle scale. Ora ti penso, ti sto pensando — perfino nelle scale del palazzo riesci a entrare di prepotenza nei miei pensieri più intimi; che dico? — tu sei il mio pensiero più intimo.


Parte II, 12 marzo, ore 23

Però oggi l’ho sentita di più, oggi ti ho sentita di più, oggi ho sentito di più il bisogno di averti vicina, perché è stato il mio compleanno. Ho aspettato fino alle quattro di notte che arrivassero i tuoi auguri, seduto sulle scale, ma ho aspettato inutilmente perché sono arrivati dopo, molto dopo. Il mio dopo era il tuo prima?
Quanto avrei voluto che mi regalassi la tua presenza, quanto avrei voluto che arrivasse un messaggio con scritto “Sto a Salerno”, quanto avrei voluto che mi cogliessi di sorpresa e venissi da me. Ho aspettato fino a tardi ma non è successo nulla. Nulla di quello che avevo immaginato e atteso per tutta la giornata. E così fu: il silenzio, io, il mio pianto nascosto. Forse avrei dovuto prendere il primo treno e venire a prenderti. Perché non l’ho fatto!? — Voglio venire a prenderti! Voglio venire da te! Non ce la faccio più a sopportare tutta questa mancanza, tutta questa lontananza!
Sono divenuto qualcosa di nuovo, qualcosa di tuo — il tuo ultimo ghigliottinato.


Il mio triste compleanno, 9 d.P.
∃x(φ)

Debolezze quotidiane

Ma io, io semplicemente ricerco qualcosa che non esiste più. Mi trascino in un oceano di superficiali millanterie per nascondere la piatta profondità del mio cuore. Mi trascino in questa tempesta di ricordi. Già, perché ad un uomo occorre molto per essere felice, ma basta poco, davvero poco per essere infelice. Basta una mancanza alla quale pare non abituarcisi mai per rendere ogni giorno una piccola punizione quotidiana. Basta il non esserci di chi è già pronto a dirti “ci vediamo dall’altra parte del dolore” e rincarare involontariamente la dose della tua disillusione davanti ad una realtà che non è all’altezza dei tuoi sogni. 

E soffriamo peggio. Soffriamo di più, con la speranza che un giorno le cose vadano meglio. Ma qui ad andare meglio è solo l’infelicità che ogni giorno diventa più solida, più costante, più stabile, più forte – più forte di me. E tu? No, tu sei più forte di me.

In ricordo della mia felicità

Tutti consideriamo il passato determinato semplicemente dal fatto che è avvenuto; se non fosse per l’inconveniente che la memoria funziona all’indietro e non in avanti.

Bertrand Russell

Ci sono persone che ti rendono felice, da queste persone non puoi tornare indietro. Ti marchiano senza volerlo, perché sono persone così rare che non puoi non innamorartene, ci cadi dentro completamente ed ogni loro aspetto, negativo o positivo, non lo ritrovi in nessun altro. — Nessun’altra è pura chimica, nessun’altra è fusione, perché con lei percepivi la tua esistenza più bella.
Possono passare mesi, forse anche anni, ma quel tipo di persona la porti dentro di te. Può passare tanto tempo ma, ogni volta che la rivedi, ti sembra sia appena passato un giorno — perché, per te, tutto è lo stesso: le emozioni, i pensieri, le condizioni, i sorrisi, quella felicità che dura appena il tempo in cui c’è lei e poi…poi muore di nuovo.
Si dovrebbe accettare la fine quando fa più male, ma è proprio quando fa più male che senti il bisogno che quella persona resti, resti molto vicino. Perché, nonostante tutto, è proprio lei e soltanto lei l’unica in grado di poter lenire il tuo dolore, la sua mancanza, la vostra distanza, la mia vita che non si vive, la nostra tristezza.

8 agosto, Panchina al Castello Arechi, ore 18:34
∃x(φ)

Maledetto e consumato

La verità è che non ce la fai più. Non ce la fai più e ti basta anche una foto, una vecchia foto, una canzone o un diario nascosto in un luogo che conosci soltanto tu a far riaffiorare la stessa disperazione, la nostalgia, il pianto ed il rimpianto – perché, guardandoti indietro, riconosci a te stesso che qualcosa di più poteva accadere, qualcosa di semplicemente diverso, perché, si sa, non c’è niente di male nel combattere per ciò che si ama.
Così, resti trafitto dal passato: maledetto e consumato, logorato.
E non ce la fai, continui a non farcela. Speri sempre di rialzarti, ma non basta, non basta niente. Una partita a calcetto, gli studi, le serate fra amici, giocare col cane, tutto questo è appena sufficiente a fungere da anestetico contro il dolore – ma gli effetti analgesici hanno durata breve, troppo breve ed io non sono un drogato; la mia droga era altra e quella droga mi ha maledetto e consumato.
Maledetto, consumato.

Il malato

Non c’è niente di peggio della malattia. Quando senti il tuo corpo come un nemico, come se si rivoltasse contro di te ed ecco comparire: febbre che ti porta in una fornace rovente, che ti trasforma nella fornace stessa, brividi di freddo e sudore gelato che bagna la fronte, la schiena e il petto, il naso arrossato, bruciato eppur costantemente bagnato, secernente muco senza alcuna pausa, come se volesse affogarti e farti annegare dall’interno dei seni nasali, e senti il bisogno di rigettare un polmone ad ogni starnuto, ad ogni colpo di tosse più violento, la gola che ruggisce e graffia se stessa ad ogni deglutire. Il senso di morte che si avvicina lento ma inesorabile. E aspetti. Aspetti tre giorni perché anche tu un po’ convinto che il terzo giorno risorgerai lo sei – ma non funziona così per noi. E ti lasci andare, smetti di curarti, perché adesso si è aggiunta anche la cefalea, che ti blocca, che ti priva dell’equilibrio, che ti priva di ogni lucidità e ti butta giù, giù ancora e sempre più giù, impedendoti di compiere anche le azioni più semplici. Finché non ti addormenti, convinto che domani migliorerai, ma il domani è sempre uguale all’oggi appena passato: ti sveglierai con la gola che brucia perché il muco si è riversato nella trachea durante la notte, non potendo essere espulso, sudato e come se ogni parte del tuo corpo fosse in fiamme.