Vuoto.

Devo farmi qualcosa di buono, devo darmi qualcosa così. Perché sono stanco. Ma non è stanchezza quella che pervade il mio corpo o la mia mente, è un senso di vuoto. Di asfissia. Di allergia — allergico a me stesso fino al massimo grado, fino al punto da soffocare della mia presenza e della sua assenza.
Sono vuoto. Sento il peso di questo vuoto gravare —su cosa?, mi chiedesti— sulla mia felicità, ti risponderei. Ti risponderei ancora.

Vuoto. Solo. Schiacciato. — Tutto questo, una volta e ancora una volta ancora.
∃x(φ)

Continuo a non essere vero

Tutte le volte che litigavamo, poi mi nascondevo qui — in queste pagine che perdono il filo del discorso, un discorso agganciato solo dalla ferita che mi sono procurato. Adesso, come allora, sono qui. Ma con l’impressione di non doverti dedicare più alcuna parola.
Sì, scrivo esattamente per dire che voglio stare solo e lontano, che voglio il silenzio, che non voglio neanche più tentare infruttuosamente di salvarmi da solo, che voglio soltanto sprofondare dove nessuno possa vedermi così — ferito.
Nessuno dovrebbe vedermi quando piango. Faccio paura — no, non agli altri né a te; al massimo potrei suscitare pietà e dare ancora adito alle parole che mi tolgono il respiro. No. Faccio paura a me stesso. Mi fa paura dare conferma a tutto ciò che si dice contro di me. E così continuo a rintanarmi. Continuo a non essere vero.

– Continuo a non essere vero.
– Cioè?
– Continuo a non essere veramente felice. 


∃x(φx)

Al prezzo della solitudine

Ne sentivo l’esigenza, sentivo l’esigenza di essere diverso. Ma la diversità non sarebbe caduta tra le mie braccia, tra le mie arterie, tra le mie ossa come un dono — sarebbe stata sofferta, dolorosa, patita, pentita. Sì, me ne sono pentito — la diversità sarebbe stata conquistata pagando un amaro prezzo: al prezzo della solitudine. Ma fu una trappola, perché la solitudine portava con sé verità e verità fu che quel giorno la vita scorse più lentamente, più opaca, più autoreferenziale — che cos’è, ognuno di noi, se non la vita che glorifica se stessa?
Ma qui stava la trappola di una solitudine che non esitava a diventare sola sempre più sola: io, solitario, ero un’offesa alla vita stessa — perché non aprivo nuove possibilità, perché ero un atto finito; chiusura esistenziale — ero chiuso esistenzialmente, fuori da ogni posto, fuori di me. Raggiunto da pochi, da quei pochi che sanno essere nessuno come me. 

Fuori e basta, fuori di testa.


∃x(φ)

Crollo

Guarirò, sì, mi sono ripromesso che guarirò. Ma se devo promettermelo allora sono ancora malato. Non si esce, non va fuori da me, fuori di me. Sono questo e non posso cambiare. Sono tragedia pura, sono un disastro come uomo perché — sono inadeguato, sono sbagliato, sono fuori posto. Fuori posto perché il mio posto non è con te, non è con me, non è con loro — non sono con nessuno e preferirei non essere affatto. Ho così tanto desiderato la mia vita che ormai non la riconosco più: sono carne morta, scheletro senza ossa. Mi trascino. Ho le gambe corte perché non le ho mai usate — non ho mai saputo essere uomo e mai lo sarò. Perché crollo, frantumo in pezzi. Ma i veri uomini restano in piedi senza versare neanche una lacrima, sono corretti con tutti ed esercitano il loro autocontrollo sempre.
Come te papà.

Allora non lo sono, non sono un uomo! Non sarei un uomo, non sarei un buon padre, non sarei ciò che conta! Io non conto, allora tu lasciami stare — lasciami da solo perché: se dovessi crollare almeno non crollerei su di te.


Crollo, totale. Continuo a piangere per ciò che non so essere. Ecco cosa faccio, ecco cosa sono quando nessuno mi vede.

∃x(φ)

Chiuso, dentro di me

È che alla solitudine ci si fa l’abitudine. Non è vero che è bella, non è vero che è comoda. Semplicemente si ricomincia a stare bene — non felici però. Esser felice poi, io non lo sono e non mi interessa più esserlo. Perché ho rinunciato a tutto, ho rinunciato a me. Ho rinunciato alla parte migliore di me — ora voglio soltanto sopravvivere, cacciare fuori tutto il mio egoismo e dire ancora una volta al mondo: «andate via, voglio restare con me!». Forse ad andare via non dovrebbe essere il mondo, dovrei essere io.

Vado via. Non cercatemi, sarò dove piovono i pensieri — dentro di me.


Non fa male il dolore, ma la realtà del dolore. 
∃x(φ)

Risorgere

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Io non grido. Il rumore della morte è il silenzio.
Ed io sono morto — non mi vedi, non lo vedi ma è già così, perché mi trascino, mi costringo ad andare avanti ma sono rimasto indietro. Proprio come un morto, io sono rigido e tutto ciò che è rigido è freddo — senza te, sento il freddo addosso.
Io, io sono un corpo in consunzione — consumo me stesso, tra melanconie e paranoie, divoro la mia razionalità nel ciclo dei pensieri che ogni notte mi tengono sveglio. I miei pensieri mi divorano.
Che cosa sto facendo? Quanta vita ho perso perché non riesco a risorgere? — 8 mesi, sono nel sepolcro da otto mesi ma, in fondo, chi ha mai detto che si debba risorgere necessariamente entro i primi tre giorni?

Risorgere — questa è, e deve essere, la mia parola. — Lo sarà?


12 ottobre 2016, Università di Salerno.
∃x(φ)