Ti ho lasciata a metà

È sempre stato un mio difetto. Lascio le cose a metà, così come ho fatto con te: sei rimasta la mia metà. La mia metà non vissuta fino in fondo. Dalla durata breve quanto il mio entusiasmo è stata la nostra vita insieme. L’entusiasmo, cosa c’era di più dolce? Eri tu l’incarnazione di ogni mia gioia. Tu eri il mio entusiasmo. Ma vedi io sono fatto così: inizio a leggere senza sosta le prime cinquanta pagine di un buon libro e poi lo lascio riposare in libreria — ti ho baciata finché non fossimo sazi ed ho, infine, lasciato riposare anche te; solo che tu, tu riposi sul mio cuore.
E ti ho lasciata. Ti ho lasciata a metà.
Eri tu la mia metà però, ora lo so — ora me ne rendo conto.
Scusami.


∃x(φx)

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Il tuo cadavere

Ma c’era forse ancora bisogno di versare sangue? No. Però lo volevamo, lo volevamo con tutto il nostro istinto. Lo volevamo interamente. A partire dalle nostre mani che si attorcigliavano l’una all’altra. Noi — né io né tu, ma noi eravamo il nostro più intimo e recondito desiderio. Un desiderio di passione, di animale appagamento dei nostri impulsi, di fondamentale attaccamento affettivo che provavamo l’uno per l’altra. Un desiderio solo: di assoluta certezza di rovinarsi. E l’abbiamo fatto, sulle tue labbra l’abbiamo fatto. Ci roviniamo e abbiamo rovinato tutto, qualunque cosa fossimo. Ci siamo distrutti e abbiamo sanguinato, tanto. Forse io di più. Forse ho preferito sanguinare anche per te. O forse sei tu ad avermi inferto la ferita più seria? Sì, deve essere così. Perché tu eri pericolosa. Eri adrenalina. Eri ispirazione alla mia vita e tensione verso la mia morte.
Sanguino. Possono i morti sanguinare ancora? Certo, possono. Così come il mio cuore: è morto, senza di te è morto ma, fa’ attenzione, continua a sanguinare. — E questo sangue, questo denso liquido scuro sa di te: ferro. Perché ferrea era la tua volontà di non tornare a noi, di continuare a non amarmi.

Il tuo cadavere
∃x(φ)

Butta via!

Amate il silenzio prima delle parole, perché è fra i sospiri del silenzio che sorge il respiro dell’amore” – questo si era sempre detto. Poi d’un tratto: il nulla, il rovescio, il cambio di direzione. Era svanito tutto e lui stesso svanito col tutto (non è forse questa l’essenza del nichilismo?). La verità è che se non c’è qualcuno che ti salva, sei destinato a sprofondare sempre più giù, sempre più. Ma è un “più” che non appaga, che non aggiunge nulla, è un’addizione che non aggiunge ma sottrae – questa è la matematica della vita. E così, ridotto allo zero, si rintanava nei fogli di carta, nelle penne, nei libri, fingendo di trovare un senso alla sua ultima gioia: la fantasia. Amava fantasticare e, potremmo ben dire quindi, era un uomo fantastico. Ma il fantastico resta sempre lontano dal vero. A rigore, non era un vero uomo, era appunto un uomo fantastico che aveva buttato via la realtà ed aveva preferito la finzione.

Butta via, butta via queste catene, vattene docile e taciturno, capta le onde che ti condurranno all’isola che vuoi per te. Butta via, butta via anche l’ennesima catena: l’isola che tu sei diventato, l’isola che tu sei.