Dove non c’erano persone

Era ricolmo di rabbia. Una rabbia non scritta, una rabbia non sentita da nessuno se non da lui stesso. In molti lo guardavano spesso — lo guardavano troppo — eppure nessuno era in grado di squarciare quel velo di insana invenzione che raccontava una spensieratezza ed un godersi la vita senza freno e senza afflizione. Un velo che celava, invece, tutta quell’ira.
Egli stesso a sé stesso nascondeva quell’orrore che gli gonfiava l’ego e gli sputava in faccia la sua esistenza come fosse la causa di tutto ciò che poteva fargli del male. “Rabbia, è da sempre il tormento di ogni mio attimo” si ripeteva.
Guardò oltre, andò un po’ più in là. Dove non lo raggiungevano le parole, dove non c’erano persone. Sapete cosa vide? Ancora una volta, una possibilità. Vide uno spiraglio per sopravvivere, per uscire fuori da quella gabbia toracica che gli stava stretta, una possibilità per urlare un po’ di più e un po’ dando meno nell’occhio. Chi l’avrebbe compreso? Nessuno. Perché nessuno l’avrebbe sentito urlare.

O forse restò così zitto da fare un rumore assordante soltanto per chi c’era quando sussurrava “quanto sei bella”.


∃x(φ)

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Al prezzo della solitudine

Ne sentivo l’esigenza, sentivo l’esigenza di essere diverso. Ma la diversità non sarebbe caduta tra le mie braccia, tra le mie arterie, tra le mie ossa come un dono — sarebbe stata sofferta, dolorosa, patita, pentita. Sì, me ne sono pentito — la diversità sarebbe stata conquistata pagando un amaro prezzo: al prezzo della solitudine. Ma fu una trappola, perché la solitudine portava con sé verità e verità fu che quel giorno la vita scorse più lentamente, più opaca, più autoreferenziale — che cos’è, ognuno di noi, se non la vita che glorifica se stessa?
Ma qui stava la trappola di una solitudine che non esitava a diventare sola sempre più sola: io, solitario, ero un’offesa alla vita stessa — perché non aprivo nuove possibilità, perché ero un atto finito; chiusura esistenziale — ero chiuso esistenzialmente, fuori da ogni posto, fuori di me. Raggiunto da pochi, da quei pochi che sanno essere nessuno come me. 

Fuori e basta, fuori di testa.


∃x(φ)

Viaggiare

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Dovremmo viaggiare un po’ più spesso, prendere l’orologio non per vedere che ore sono, ma per vedere quanto del nostro tempo abbiamo già sprecato vivendo ciò che ci mantiene tristi, ciò che non ci appaga, ciò che non ci rende felici. Dovremmo comprendere che l’orologio ci dice quanto del nostro tempo non abbiamo speso in felicità.
E dovremmo tenere un diario, un piccolo diario per piccole emozioni e piccoli pensieri — ripartire ogni tanto dallo spazio che abbiamo dedicato a quelle esperienze significative che abbiamo impresso su carta, su pelle, dentro. Dovremmo ripartire — allora io riparto da te, che sei stata la mia esperienza più bella.
Ma cos’è il viaggio se non la dimensione fisica di cui ogni uomo si serve per accedere ad una dimensione non fisica — per accedere a se stesso?

“Legga l’orologio, signorina, non per sapere in quale punto temporale si trova. Ma per sapere quanto le manca ancora per la felicità”.


Un lungo viaggio senza panchine.
Un lungo viaggio solo con me, per capire te.
∃x(φ)

Chiuso, dentro di me

È che alla solitudine ci si fa l’abitudine. Non è vero che è bella, non è vero che è comoda. Semplicemente si ricomincia a stare bene — non felici però. Esser felice poi, io non lo sono e non mi interessa più esserlo. Perché ho rinunciato a tutto, ho rinunciato a me. Ho rinunciato alla parte migliore di me — ora voglio soltanto sopravvivere, cacciare fuori tutto il mio egoismo e dire ancora una volta al mondo: «andate via, voglio restare con me!». Forse ad andare via non dovrebbe essere il mondo, dovrei essere io.

Vado via. Non cercatemi, sarò dove piovono i pensieri — dentro di me.


Non fa male il dolore, ma la realtà del dolore. 
∃x(φ)

Sotto la pioggia

Cade la pioggia su di me e la sento, la sento scivolare sul mio viso, tra i miei occhi chiusi rivolti verso il cielo, sento i miei piedi quasi galleggiare su un sottile strato d’acqua gelata. La sento bagnarmi e battezzarmi sotto l’egida del nuovo secolo della chimica e delle sue battaglie bio-ecologiche. Sento l’odore dei miei capelli bagnati, non posso non ansimare. Respiro, quasi come se quella pioggia fosse aria che mi riempie i polmoni. La sento troppo, la sento troppo vicina. Sento la pioggia sferzare il mio corpo e lavare via tutta la tristezza che mi porto dietro. È fresca, mi rinfresca — ma solo per poco, appena il tempo prima di iniziare a raggelarmi i muscoli, che irrigidisco, quasi come se dovessi resistere alla pressione che essa esercita su di me. E cade, cade e cade, facendosi sempre più forte. Non smette di colpirmi — questo foglio, strappato al diario sul quale scrivo, è ormai inzuppato d’acqua, pare quasi voglia dirmi di tornare al riparo sotto la tenda.
Stavo per spostarmi, ma ecco che il cielo inizia a minacciarmi — mi minaccia con lampi e tuoni, adirato contro di me, che lo sfido. Lo sfido; ho osato troppo! Ho sfidato la tempesta restando immobile sotto i suoi colpi.
È inusuale, sono inusuale.
Continua a bagnarmi e tuonarmi contro, ma non ho paura, per la prima volta non ho paura: ascolto il suono delle gocce schiantarsi sulla tenda, sul terrazzo, sul grande pino maestoso davanti casa e le foglie che piangono. Forse, forse dovrei piangere anch’io, ma ha già pensato la pioggia a colmare d’acqua le mie guance — questo cielo, questo tempo piange con me e per me.
Chino il capo e apro gli occhi, guardo sul foglio che stringevo fra le mani: rivedo me, me che sono diventato la stessa acqua che mi sta bagnando, me che sto facendo questo: piango su me stesso.
Perché l’ho fatto? Non so dirlo, forse, mi serviva soltanto qualcosa che spezzasse la monotonia della mia giornata — della mia vita; una tempesta.
Torno sotto la tenda, con quegli stessi piedi che ormai sono congelati. Mi siedo, realizzo la mia perfetta follia: scrivo, sto ancora scrivendo. So che cosa significa tutto ciò:

“Torno sotto la tenda” = “Torno alla mia monotonia”.

E poi? E poi una doccia calda, per lavare via la mia follia.