Riappropriamento di me

Percepisco un riappropriamento di me. Quando voi non ci siete, io percepisco qualcuno che è sempre stato qui, ma che da troppo tempo non veniva alla luce. Questo sono io — quello brutale, solitario, egoista, impassibile, quello al contempo fragile, triste, struggentesi, che si lamenta. Quando tu non ci sei, io sono veramente completo e sento che la mia vita torna ad essere la mia vita — sfilacciata da ciò che la appesantisce, ristorata nel suo originario punto di partenza, dove l’avevo lasciata, e pronta a ricominciare così come deve, così come può, così come il vento voleva. Perché la mia vita era una nuvola di probabilità e le sue incertezze mi rendevano libero. Ma ancor di più le sue certezze mi rendevano forte — questo devo essere: forte! Forte contro chiunque, forte contro la vita! E questo deve bastarmi, perché tutto il resto non è altro che un elettrone che compare e scompare a piacimento intorno al suo protone. Ma sono stanco di essere io quel protone, ora voglio sparire anch’io. Sparire dove dico io, come dico io. Non nel modo peggiore — la morte non mi merita ancora, perché alla vita non ho ancora restituito indietro tutto il male che mi ha fatto! —, bensì nel modo più crudele: nel privarvi di tutto ciò che eravate abituati ad avere di me — non “da me”, ma “di me”! Perché tutto il mio meglio, è diventato il vostro peggio. Perché tutto il bene che ho potuto farvi — per voi — non è altro che un’onta a ciò che non solo sono stato, ma soprattutto a ciò che sarei potuto essere.

Vi nascondete dietro una maschera di bambina bontà, ma il vostro male, seppur fatto per ignoranza, è stato più cattivo del mio bene fatto per ingenuità e del mio male fatto con volontà.


∃x(φx)
2017, luglio 11

Il paradosso del bene

Che cosa si fa quando si fa del bene? Non si sta anche affermando la propria superiorità sull’altro e, dunque, non gli si sta facendo soltanto un bene ma anche un piccolo male affermando il nostro possibile facile predominio su di lui?
Se infatti X facesse del bene a Y, allora Y sarebbe in una naturale condizione di svantaggio rispetto a X, indi per cui avrebbe bisogno dell’aiuto di X. X facendo del bene a Y starebbe non solo facendogli del bene, come è logico, ma anche facendogli un piccolo male: Y sarebbe poi consapevole della sua condizione di debolezza rispetto a X, dato che X può compiere una data azione senza l’aiuto di nessuno, ma Y ha bisogno dell’aiuto di X per compiere questa data azione. Dunque X fa anche del male a Y.
Se supponiamo, invece, che X non faccia del bene a Y, allora lascerebbe Y nella sua condizione di debolezza. Ma se X non ha voluto aiutare Y, ciò vuol dire che X ricava del bene dal male che Y sta vivendo. Dunque se Z aiutasse Y al posto di X, ne consegue che facendo del bene a qualcuno se ne ricavi comunque il male per qualcun altro, cioè X. Dunque anche Z aiutando Y fa del male a X.

Ergo, il bene è causa di qualcosa di malvagio attraverso il suo doppio effetto.
Ma il fatto che il bene possa fare male non è un assurdo?


Il paradosso del bene
∃x(φx)

In ricordo della mia felicità

Tutti consideriamo il passato determinato semplicemente dal fatto che è avvenuto; se non fosse per l’inconveniente che la memoria funziona all’indietro e non in avanti.

Bertrand Russell

Ci sono persone che ti rendono felice, da queste persone non puoi tornare indietro. Ti marchiano senza volerlo, perché sono persone così rare che non puoi non innamorartene, ci cadi dentro completamente ed ogni loro aspetto, negativo o positivo, non lo ritrovi in nessun altro. — Nessun’altra è pura chimica, nessun’altra è fusione, perché con lei percepivi la tua esistenza più bella.
Possono passare mesi, forse anche anni, ma quel tipo di persona la porti dentro di te. Può passare tanto tempo ma, ogni volta che la rivedi, ti sembra sia appena passato un giorno — perché, per te, tutto è lo stesso: le emozioni, i pensieri, le condizioni, i sorrisi, quella felicità che dura appena il tempo in cui c’è lei e poi…poi muore di nuovo.
Si dovrebbe accettare la fine quando fa più male, ma è proprio quando fa più male che senti il bisogno che quella persona resti, resti molto vicino. Perché, nonostante tutto, è proprio lei e soltanto lei l’unica in grado di poter lenire il tuo dolore, la sua mancanza, la vostra distanza, la mia vita che non si vive, la nostra tristezza.

8 agosto, Panchina al Castello Arechi, ore 18:34
∃x(φ)

Il morto mi disapprova, ancora

Non ricordo neanche più quale fu la mia domanda, l’ultima domanda che gli fece ribollire il sangue. 
E questa è la parte peggiore, perché non ricordo neanche quale fu l’ultimo addio, l’ultimo nostro grande litigio.
So che fu la mia domanda, ma per quanto mi sforzi, io non riesco a ricordarne il contenuto. Lo so, so bene che cosa pensò: che ero un egoista irrispettoso, che non meritavo la sua compassione e nemmeno la sua bontà – perché se fino a quel momento io ero ancora qualcosa per lui, lo ero soltanto sulla base della sua bontà e della nostra parentela.
Poi mi guardò negli occhi, come un cacciatore minaccia la sua preda e mi disse: “Tu devi allontanarti, va’ via, allontanati da me – tu mi fai del male con la tua sola presenza da cane bastonato!”. Ed io, io ero totalmente distrutto. Il mondo intero mi cadde addosso. Sentivo il peso di una vita gravare sulle mie spalle. Non potevo fare nulla, potevo solo subire – era cocciuto, lo era sempre stato e non sarebbe cambiato per me. 
Mi guardò un’ultima volta, prima di chiudere gli occhi, e mi disse: “Tu sei la mia più grande delusione”. 
Bene. Ero la sua delusione. Ma per un attimo, per solo un singolo attimo, poteva almeno stare zitto!? Poteva almeno soltanto guardarmi dall’alto in basso senza impormi la vergogna come mia veste naturale!? Poteva almeno trapassare senza che il ricordo che avevo di lui fosse questo!? Senza che il suo ricordo indicasse il sublivello della mia esistenza!? No, non poteva, perché lui era il massimo, invece io, io ero solo lo sguattero di casa, il malriuscito di turno che tocca ad ogni specie. Io ero la delusione, appunto. Ed oggi? Che cosa mi ha lasciato quell’uomo? La delusione. Ha prosciugato la cassa segreta dei miei sogni, dissipandone i contenuti con la sua costante disapprovazione. Disapprovazione, sì, sapete cosa vuol dire? Significa essere di meno, essere di troppo, essere errati, essere possibilità irrealizzate, essere manchevole di spina dorsale. 
Perché? Perché gli anatemi che mi ha lanciato sono così evidenti sulla mia pelle? A volte vorrei solo scappare via, lontano e nella più completa solitudine. Scappare via, perché è questo che ho imparato a fare – d’altronde, la sua disapprovazione stava esattamente anche in ciò, nella mia mancanza di durezza, contro la mia fragile sensibilità. Non avrebbe mai compreso me, le mie ragioni, le ragioni del mio scrivere, le ragioni di questo blog – perché non poteva sopportarle, non poteva sopportarmi. E non avrebbe neanche compreso la mia fuga. La fuga da quei luoghi del ricordo, quei luoghi del passato in cui abitano le figure che ancora mi tormentano. 
Anche da morto, riesci a tormentarmi. 

Le persone sono cattive?

Ti fanno male. Le persone fanno male. Non c’è niente che tu possa fare per difenderti, puoi mostrarti impassibile e alzare una falsa corazza, finché non ti accorgi che a farti più male è proprio lo scudo che hai alzato contro di loro, contro gli altri.
Quando realizzi che tutto il male che ricevi è spesso anche involontario, smetti di affibbiare colpe e responsabilità, smetti di farlo e cominci ad accettare la brutalità degli eventi, la crudeltà impersonale che ti circonda. È che, in fondo, è vero che il bene di qualcuno coincide con il male di qualcun altro e quel qualcuno non può farci niente, anche lui sta subendo il male da un altro, ancora e ancora, come te, come tutti.
È così che va avanti questo circolo vizioso, è così che procediamo a passi lenti e pesanti verso la rovina. Perché tutto il palazzo nel quale siamo rintanati cade a pezzi, mattone dopo mattone – ciò che resta sono le fondamenta, perché nessuno è cattivo davvero e da queste fondamenta potremmo di nuovo ricostruire.
D’altronde, c’è male a credere nel bene?