Avrei fatto tutto, o niente

Era così con te — ed è così che è andata. Avrei fatto tutto, o non avrei fatto niente. Non c’è mai stata una via di mezzo. Perché nel mezzo potevano esserci tutti, tutti coloro la cui sostituzione per il mio ruolo non avrebbe creato alcuna discrepanza, alcuna lacuna nella tua vita. Ma io, io volevo essere unico per te come tu lo eri per me. Volevo guardassi verso di me e non vedessi solo uno dei tanti, ma il tanto di uno — il tanto che ho fatto, che faccio e che continuerei a fare. Era questo che dovevi vedere di me: non le parole, ma i gesti che raccontavano le mie parole.

Avrei fatto tutto, o niente. T’avrei detto che ti amavo, o sarei rimasto in silenzio. T’avrei abbracciata così stretta da rompere le mie braccia ma non il tuo corpicino, o sarei rimasto a braccia conserte. T’avrei baciata, o mi sarei morso le labbra. T’avrei vissuta, o mi sarei ucciso.


∃x(φ)

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Persone che mancano, persone mancate

«Ricordati, ti prego, ricordati di noi. Ricordati di me». È così che dovrebbe risuonare un addio, ma non è mai così, non lo è mai perché gli umori non sono mai alla stessa altezza. C’è chi in sottofondo, dove non ascolta nessuno, provava e continua a provare rancore e chi, invece, ancora ad alta voce sarebbe capace di dire: «Ti voglio bene, ancora!». Io sono sempre stato questo secondo tipo di persona — di persona mancata! È difficile essere me? Non lo so. E se nemmeno io posseggo una risposta ad una tale domanda, chi potrebbe mai averla per me?
— Sì, è difficile sopportare la mancanza, ma ancor più difficile è sapere che manchi. Che manchi a qualcuno. Perché, in fondo, un po’ colpevole ti senti. Indirettamente, ti sembra ugualmente di ferire l’altro —
Ma forse è così che doveva accadere. Perché i veri adii non sono tra persone che non si sono mai appartenute. I veri addii sono tra persone che si mancano. E continueranno a mancarsi. — E allora qual è il senso dell’addio?! Dov’è il tuo addio?! Esiste un addio?! Adesso, un addio non c’è.


Giorno: uno qualsiasi d’agosto. Orario: quasi l’alba.
Luogo: Panchina davanti al porto.
∃x(φ)

Debolezze quotidiane

Ma io, io semplicemente ricerco qualcosa che non esiste più. Mi trascino in un oceano di superficiali millanterie per nascondere la piatta profondità del mio cuore. Mi trascino in questa tempesta di ricordi. Già, perché ad un uomo occorre molto per essere felice, ma basta poco, davvero poco per essere infelice. Basta una mancanza alla quale pare non abituarcisi mai per rendere ogni giorno una piccola punizione quotidiana. Basta il non esserci di chi è già pronto a dirti “ci vediamo dall’altra parte del dolore” e rincarare involontariamente la dose della tua disillusione davanti ad una realtà che non è all’altezza dei tuoi sogni. 

E soffriamo peggio. Soffriamo di più, con la speranza che un giorno le cose vadano meglio. Ma qui ad andare meglio è solo l’infelicità che ogni giorno diventa più solida, più costante, più stabile, più forte – più forte di me. E tu? No, tu sei più forte di me.

Mi manchi

La mancanza che posso urlare

Mi manchi. Mi manchi e vorrei urlarlo al mondo, ma non a te. Mi manchi e non c’è un perché. E se anche ci fosse, tu vorresti conoscerlo questo perché?
Quanto è difficile dirsi certe parole, certe parole che, invece, romperebbero i muri che abbiamo innalzato l’uno contro l’altro — muri che poi sono stati costruiti su quelle fondamenta che noi eravamo l’uno per l’altro.
Mi manchi e voglio urlare! Mi manchi e sento i muscoli irrigidirsi, perché non si urla soltanto con la voce, si urla la propria tristezza anche col corpo.


La mancanza che ci mangia

Sì, ora lo sai, ma lo sapevi già — mi manchi. Perché ogni giorno non è più lo stesso, ogni desiderio non si è mai spento, ogni mancanza non è mai scaduta nella noncuranza.
E se ne sente il bisogno, di te se ne sente il bisogno, perché mi sembra che un pezzo di me mi sia stato strappato e lasciato via. Perché ci siamo dilaniati, ma abbiamo conservato l’uno la tagliata dell’altro. E allora mangiami, mangiami e assaporami! Bisogna restare cannibali, bisogna mangiarsi a vicenda finché c’è emozione, finché c’è ardore, finché c’è amore.


La mancanza da cui vorrei guarirti

Ma questa è solo lirica, perché l’emozione è fuggita via con te. Le vedo ancora, tutte le mie emozioni, proprio lì tra le tue mani. E allora tienile, custodiscile per me, ché magari possono tornare un po’ anche a te. Perché non mi è mai interessato di me. Mi interessa di te. Perché — giuro — se ne avessi ancora, io mi priverei di tutte le mie emozioni e le regalerei a te, una ad una. Perché tu meriti di più, tu meriti tutto quello che io non ho e che, se avessi, pur ti darei. — Ti donerei tutto ciò che conta, nonostante me stesso. Ti donerei la felicità; anche la mia felicità.


Panchina sotto casa, ore 1:24, non un giorno qualunque.
Una notte in cui mi manca di più.
Dio!, quanto mi manca!
∃x(φ)

In ricordo della mia felicità

Tutti consideriamo il passato determinato semplicemente dal fatto che è avvenuto; se non fosse per l’inconveniente che la memoria funziona all’indietro e non in avanti.

Bertrand Russell

Ci sono persone che ti rendono felice, da queste persone non puoi tornare indietro. Ti marchiano senza volerlo, perché sono persone così rare che non puoi non innamorartene, ci cadi dentro completamente ed ogni loro aspetto, negativo o positivo, non lo ritrovi in nessun altro. — Nessun’altra è pura chimica, nessun’altra è fusione, perché con lei percepivi la tua esistenza più bella.
Possono passare mesi, forse anche anni, ma quel tipo di persona la porti dentro di te. Può passare tanto tempo ma, ogni volta che la rivedi, ti sembra sia appena passato un giorno — perché, per te, tutto è lo stesso: le emozioni, i pensieri, le condizioni, i sorrisi, quella felicità che dura appena il tempo in cui c’è lei e poi…poi muore di nuovo.
Si dovrebbe accettare la fine quando fa più male, ma è proprio quando fa più male che senti il bisogno che quella persona resti, resti molto vicino. Perché, nonostante tutto, è proprio lei e soltanto lei l’unica in grado di poter lenire il tuo dolore, la sua mancanza, la vostra distanza, la mia vita che non si vive, la nostra tristezza.

8 agosto, Panchina al Castello Arechi, ore 18:34
∃x(φ)