Un piccolo viaggio

Partenza 21:07 / Arrivo 21:56

È stato un viaggio intenso. Ora ho la patente da un po’ ma, questa sera, avevo bisogno di camminare. Camminai ma non come le persone comuni, io scivolai via per la città. Senza sosta, con una sola meta: le mie panchine. Dovevo soprattutto fuggire da casa, quella casa che ormai mi dilania con le urla e i litigi e i divorzi appena scritti e sottoscritti. Sì, dovevo fuggire e restare un po’ in me stesso.

20160901_215347.jpgNon ho paura di girovagare da solo, nell’oscurità, per luoghi così malfamati — molto più spesso sono le persone che mi vedono ad aver paura di me. Davanti al porto non c’è mai nessuno, eccetto le auto che sfrecciano indisturbate. Mi chiedo se mai, un giorno, dovessi incontrare qualcuno con cui chiacchierare, qui sui miei scogli terrestri. Per adesso sono solo, come piace a me, godendomi l’atmosfera portuale: container vengono spostati e caricati, sirene dei camion che vanno in retromarcia suonano, gatti miagolano magari per lo stesso topo, ed io faccio il mio rumore abituale: resto in silenzio. Prendo la mia liquirizia dal pacchetto e inizio a succhiarla. Percepisco il freddo che mi accarezza il collo. Sono arrivato alla conclusione che, se dovessimo dare un colore al freddo, sarebbe pallido. Molto di questa lunga notte andrà perduto in questo scritto, perché del mio viaggio voglio mantener segrete le motivazioni…ancora un po’, ancora finché non sarò pronto a svelarle. Ho paura, ho così paura.

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Questa sera sono passato sotto casa tua, Angie, ricordi quando ti chiamavo così? È rimasto tutto uguale: le macchine in doppia fila, il distributore dei preservativi a cui non volevi accompagnarmi perché avevi vergogna, la salita per casa tua che ti sfiancava ed io che ti prendevo in giro perché affannavi…è rimasto tutto identico. Tranne noi, ovviamente. No, tranquilla, se stai leggendo sappi che non ho scattato foto di casa tua…della nostra vecchia caverna platonica, come ti piace ricordarlo. Ho messo la felpa col cappuccio che mi regalasti, è il 4 settembre, lo sai quanto facilmente mi ammalo di raffreddore.


Panchine al porto, 3:22.

Un articolo senza alcun fine. Senza senso. Senza apice poetico. Volevo solo raccontarmi.

∃x(φ)

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Piansi. Non chiedermi perché. 

Quella sera guidai, ero fuori città e non volevo tornare a casa. C’era troppo rumore per tornare. Decisi che la mia serata sarebbe diventata una nottata. Non volevo e non voglio tornare. Entrai in auto e guidai. Entrai in auto e gridai. Perché quando sei in auto ti sembra che nessuno possa invadere i tuoi spazi. Guidavo, ma guidavo verso me stesso. Senza meta, senza senso, senza nessuno. Eravamo solo io e quel senso di inquietudine che ti colpisce proprio quando pensi di esserne uscito — non solo il passato, ma anche il presente sa fare male. Quell’inquietudine mi seguiva e mi perseguitava.
Guidai così tanto che, ormai, potevo a stento discernere il sottile strato tra follia e sensatezza che distingueva il mio girovagare. Ero solo e per la solitudine cominciai a parlare con me stesso, contro me stesso. Imprecando. E avevo una gran voglia, una gran voglia di piangere.
Decisi di passare la notte su una delle mie panchine e andai al porto — si trova facilmente parcheggio lì. Parcheggiai, ma non scesi dall’auto. Rimasi lì, semplicemente. Ero al sicuro e nessuno mi guardava, ma non mi sentivo sicuro. Abbassato lo schienale e rannicchiatomi, piansi. Sì. Piansi senza far rumore perché nessuno doveva sentirmi, nessuno doveva vedermi. Ero solo e non avevo nessuno a cui appoggiarmi. Ero rimasto solo ed era quello che forse volevo — no, non lo volevo e non lo voglio. Dovevo sbrigarmela da solo.
La strada era deserta — quanti pazzi pensi ci potessero essere alle 4 di notte qua giù, tra ratti e gatti? —. Asciugai le lacrime con le mani, presi una radice di liquirizia dal pacchetto che avevo comprato il giorno prima e la masticai osservando il cielo. Magari stava guardando le stelle anche lei? No, forse le stava sognando. Io di sicuro la sognavo sul sedile affianco a me.
Non volevo scendere dall’auto. Avevo paura del mondo là fuori, avevo paura del mondo vero, del mondo dei fatti che mi fanno male — e mi fa ancora paura. Tanta paura. Compresi che questo è un mondo che non ha alcun riguardo per me, è un mondo che non si cura della mia felicità. 
Ed anche se avevo parcheggiato da più di un’ora ormai, io stavo ancora guidando. Guidando me stesso. Ma per dove? Verso dove? O meglio, verso chi?
Decisi che era ora di tornare, ché nessuno mi avrebbe contattato alle 5:39 del mattino chiedendomi “come stai?”. Diedi un ultimo sguardo al cellulare e decisi che dovevo tornare, perché la sensatezza si stava trasformando in follia. Scappai via, correndo come se stessi scappando da qualcosa o da qualcuno. Scappai, ma al porto non lasciai nulla dietro: portai con me inquietudine, paura, tristezza, solitudine, disillusioni, immagini, pensieri fissi.
Chi vuoi che possa capirti? Chi vuoi che possa guidarti verso te stesso? Chi vuoi che ti accetti?

– Pensa a sterzare, ché al cambio ci penso io.


In auto, davanti alla panchina del porto.
∃x(φ)

In ricordo della mia felicità

Tutti consideriamo il passato determinato semplicemente dal fatto che è avvenuto; se non fosse per l’inconveniente che la memoria funziona all’indietro e non in avanti.

Bertrand Russell

Ci sono persone che ti rendono felice, da queste persone non puoi tornare indietro. Ti marchiano senza volerlo, perché sono persone così rare che non puoi non innamorartene, ci cadi dentro completamente ed ogni loro aspetto, negativo o positivo, non lo ritrovi in nessun altro. — Nessun’altra è pura chimica, nessun’altra è fusione, perché con lei percepivi la tua esistenza più bella.
Possono passare mesi, forse anche anni, ma quel tipo di persona la porti dentro di te. Può passare tanto tempo ma, ogni volta che la rivedi, ti sembra sia appena passato un giorno — perché, per te, tutto è lo stesso: le emozioni, i pensieri, le condizioni, i sorrisi, quella felicità che dura appena il tempo in cui c’è lei e poi…poi muore di nuovo.
Si dovrebbe accettare la fine quando fa più male, ma è proprio quando fa più male che senti il bisogno che quella persona resti, resti molto vicino. Perché, nonostante tutto, è proprio lei e soltanto lei l’unica in grado di poter lenire il tuo dolore, la sua mancanza, la vostra distanza, la mia vita che non si vive, la nostra tristezza.

8 agosto, Panchina al Castello Arechi, ore 18:34
∃x(φ)