Sguardi dal passato

Io ero lì, già a qualche metro da terra. Lei era lontana, ma alla portata della mia vista. Fu la potenza di un attimo ad unirci: un incrocio di due sguardi. Lo sapevamo entrambi, quegli sguardi si erano cercati, voluti dal caso e si soffocarono l’uno nell’altro così come erano nati l’uno nell’altro. Si guardarono per qualche secondo — ma quei secondi sembrarono un’eternità per noi che li abbiamo vissuti, e tanto e non di meno ci sarebbe bastato: l’eternità che abbiamo intravisto fra noi.
Ci guardavamo e capimmo subito tutto delle nostre intenzioni.
Io vorrei qualcosa che so non otterrei. Vorrei solo che quegli occhi mi guardassero così un po’ più spesso. Quello era davvero uno sguardo venuto dal passato — mi ha riattivato la circolazione, mi hai fatto risentire mangiato, divorato, tuo.
Mi hai bombardato con i tuoi occhi. Nessuno mi ha più guardato come te, neanche tu stessa se non quel giorno, quel giorno da nulla che per me, adesso, è diventato un altro dei nostri tanti giorni da ricordare — forse, per te è più facile non pensarci, forse per te è più facile perché tu hai scelto. Tu hai scelto ed io ho subito. Forse è per questo che continuiamo a viaggiare a velocità diverse. Ma con quello sguardo eravamo allo stesso passo, lo stesso battito, le stesse palpitazioni.
Con quello sguardo abbiamo ritagliato uno spazio diretto fra noi e per noi, meglio di qualsiasi ingegnere avesse mai potuto fare.
E allora guardami, guardami e dimmi che non è ancora la mia fine.


Panchina al Terminal, 21 luglio 2016
∃x(φ)

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Era Venezia, solo Venezia

Parte I – Troppo tempo fa

Era Venezia, era solo Venezia ed il luccichio della gente gli girava intorno. Era ovunque…e da nessuna parte. San Marco si ergeva maestoso a difendere una città che non aveva bisogno di protezioni, un mondo sommerso a metà che lo attaccava, che lo aggrediva fin dentro il ciclone più tempestoso del suo ultimo gradino di anima. Quell’anima che gli rimaneva, strappata da un amore pienamente vissuto ma a cui non era completamente sopravvissuto, quell’anima era il relitto di un uomo che stentava a vivere. Un uomo che avrebbe forse ancora una volta guardato sé stesso nella pozzanghera di San Marco e avrebbe visto, piuttosto che Venezia, il cuore pulsante della speranza. Sì, prima di tutto, egli avrebbe sperato; avrebbe amato.


Parte II – Oggi

Quanto avrebbe amato, l’avrebbe capito dopo — dopo di me. Sì, quell’uomo ero io. Dopo di me che cosa è rimasto? Dopo di me non sarebbe rimasto altro, non sarei rimasto io. Ma sarebbe rimasto questo scritto — un pezzo di tempo, un pezzo di felicità così soffice, soffice come neve che scompare al minimo contatto col corpo. Così è il presente: scompare così presto che non si fa in tempo a goderselo, e quando è passato è già un rimpianto.
Era Venezia, era solo Venezia. Ma per me fu il primo amore. Fu la prima volta che sentii battere il cuore.


Parte I – 17/5/2012

Parte II – 9/01/2017

∃x(φ)

12 marzo 2016

Parte I, 12 marzo, ore 3-4

Eccomi, di nuovo qui — ancora qui. Non riesco più a sopportare la tua mancanza. Non riesco più a pensare neanche per un attimo che sia successo davvero, che ciò che più temevo mi abbia avvelenato la vita davvero. Non riesco più nemmeno a bere e, credimi, ho bevuto così tanto e così a lungo che, ormai, in tutte quelle birre pareva quasi di vedermi affogare — affogare nella tua saliva; era solo questo che volevo questa notte, volevo che ci fossi tu vicino a me e non la mia amica, non il mio amico, non i miei “fratelli” o le mie sorelle, non volevo nessuno, credimi — volevo solo te. Ti voglio, ti voglio ancora, ti voglio sempre. Perché al mio fianco, a fare la foto, pensavo a quanto avrei voluto ci fossi stata tu. Tu ed io, felici insieme. Perché questa sera avrei voluto regalarti il tuo diario, l’originale che avevo scritto a penna. Perché questa sera avrei voluto stringerti così forte e dormire con te, dormire e tenerti fra le mie braccia tutta la notte.
Eppure tutti dobbiamo tornare a casa, io sto tornando ora. Mi hanno lasciato qui, sotto il portone. Ma non sono tornato a casa, sono entrato e mi sono seduto sulle scale. Ora ti penso, ti sto pensando — perfino nelle scale del palazzo riesci a entrare di prepotenza nei miei pensieri più intimi; che dico? — tu sei il mio pensiero più intimo.


Parte II, 12 marzo, ore 23

Però oggi l’ho sentita di più, oggi ti ho sentita di più, oggi ho sentito di più il bisogno di averti vicina, perché è stato il mio compleanno. Ho aspettato fino alle quattro di notte che arrivassero i tuoi auguri, seduto sulle scale, ma ho aspettato inutilmente perché sono arrivati dopo, molto dopo. Il mio dopo era il tuo prima?
Quanto avrei voluto che mi regalassi la tua presenza, quanto avrei voluto che arrivasse un messaggio con scritto “Sto a Salerno”, quanto avrei voluto che mi cogliessi di sorpresa e venissi da me. Ho aspettato fino a tardi ma non è successo nulla. Nulla di quello che avevo immaginato e atteso per tutta la giornata. E così fu: il silenzio, io, il mio pianto nascosto. Forse avrei dovuto prendere il primo treno e venire a prenderti. Perché non l’ho fatto!? — Voglio venire a prenderti! Voglio venire da te! Non ce la faccio più a sopportare tutta questa mancanza, tutta questa lontananza!
Sono divenuto qualcosa di nuovo, qualcosa di tuo — il tuo ultimo ghigliottinato.


Il mio triste compleanno, 9 d.P.
∃x(φ)

Luna, mia

Guardami, guardiamoci. Non sei forse tu il mio sole? Non sei forse tu il mio più fine dolore? Non sei forse tu il traguardo della mia esistenza?
Lo sei. Tu sei e tanto mi basta per respirare, per continuare a respirare.
Nel segno della Luna siamo nati e sotto di esso siamo caduti, forse vieni a consolarmi ogni notte o forse lasci che sia il tuo pensiero a farlo per te. Forse agisci proprio per mezzo della distanza lunare che ci separa. Ma questa lunatica gioia mi piace, così bipolare – così nuova ogni notte! Tu sei nuova tutte le notti e con i tuoi luminosi raggi lunari illumini il sentiero per i miei pensieri, pensieri di te.
Ma tu, mia Luna, mi stai sul cuore, la gravità che preme il mio cuore è più forte e tu hai rafforzato il mio cuore – mi hai reso forte, resistente alla gravità degli eventi, mi hai insegnato a camminare sul tuo corpo con le mie labbra.
Eppure, c’è una proprietà lunare solo mia e non tua: io ero il tuo satellite e tu la mia Terra. Io giravo attorno a te, a te, che eri il mio mondo.

Grazie Luna
Tuo, M.