Aforisma 23/02/2017

“Vengo sempre trattato come un problema e mai come un’opportunità”.


Era questo che sentivo. Era questo che avevo sentito e non smettevo di provare. Quanto sarebbe stato bello smettere di pensarci; di pensarti! Ed invece: per tutte le volte che io soffrivo, tu sorridevi. Ed io soffrivo di più — perché quel sorriso non era per me. E, oggi ne ho la conferma, non sarebbe stato per me.

La lontananza continua a ferire, ma ad ogni ferita che si riapriva ormai ho fatto il callo.

∃x(φx)

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Sguardi dal passato

Io ero lì, già a qualche metro da terra. Lei era lontana, ma alla portata della mia vista. Fu la potenza di un attimo ad unirci: un incrocio di due sguardi. Lo sapevamo entrambi, quegli sguardi si erano cercati, voluti dal caso e si soffocarono l’uno nell’altro così come erano nati l’uno nell’altro. Si guardarono per qualche secondo — ma quei secondi sembrarono un’eternità per noi che li abbiamo vissuti, e tanto e non di meno ci sarebbe bastato: l’eternità che abbiamo intravisto fra noi.
Ci guardavamo e capimmo subito tutto delle nostre intenzioni.
Io vorrei qualcosa che so non otterrei. Vorrei solo che quegli occhi mi guardassero così un po’ più spesso. Quello era davvero uno sguardo venuto dal passato — mi ha riattivato la circolazione, mi hai fatto risentire mangiato, divorato, tuo.
Mi hai bombardato con i tuoi occhi. Nessuno mi ha più guardato come te, neanche tu stessa se non quel giorno, quel giorno da nulla che per me, adesso, è diventato un altro dei nostri tanti giorni da ricordare — forse, per te è più facile non pensarci, forse per te è più facile perché tu hai scelto. Tu hai scelto ed io ho subito. Forse è per questo che continuiamo a viaggiare a velocità diverse. Ma con quello sguardo eravamo allo stesso passo, lo stesso battito, le stesse palpitazioni.
Con quello sguardo abbiamo ritagliato uno spazio diretto fra noi e per noi, meglio di qualsiasi ingegnere avesse mai potuto fare.
E allora guardami, guardami e dimmi che non è ancora la mia fine.


Panchina al Terminal, 21 luglio 2016
∃x(φ)

La consapevolezza più triste

La cosa più triste è che vivrò nella consapevolezza che: tu mi hai dato molto da ricordare, io ti ho dato troppo da dimenticare.

Questo è un fardello da cui non si torna indietro. Questa è una macchia che la mia memoria non può dimenticare. Scusami. Ora e sempre.


∃x(φ)

Tenere la corda

Lo sapevamo entrambi — stavamo stretti, ci stavamo troppo stretti. E allora hai preferito allentare la corda. Perché, si sa, tenere la corda mentre ti scivola per le mani fa male. A furia di tenere la corda, quelle piccole mani hanno iniziato a bruciare: rosso fuoco.
Ma la colpa è stata mia — perché avrei dovuto tenerti per mano e tenere la corda, tenere la corda per tutti e due. 


Luglio, 2016
∃x(φx)

Il tuo cadavere

Ma c’era forse ancora bisogno di versare sangue? No. Però lo volevamo, lo volevamo con tutto il nostro istinto. Lo volevamo interamente. A partire dalle nostre mani che si attorcigliavano l’una all’altra. Noi — né io né tu, ma noi eravamo il nostro più intimo e recondito desiderio. Un desiderio di passione, di animale appagamento dei nostri impulsi, di fondamentale attaccamento affettivo che provavamo l’uno per l’altra. Un desiderio solo: di assoluta certezza di rovinarsi. E l’abbiamo fatto, sulle tue labbra l’abbiamo fatto. Ci roviniamo e abbiamo rovinato tutto, qualunque cosa fossimo. Ci siamo distrutti e abbiamo sanguinato, tanto. Forse io di più. Forse ho preferito sanguinare anche per te. O forse sei tu ad avermi inferto la ferita più seria? Sì, deve essere così. Perché tu eri pericolosa. Eri adrenalina. Eri ispirazione alla mia vita e tensione verso la mia morte.
Sanguino. Possono i morti sanguinare ancora? Certo, possono. Così come il mio cuore: è morto, senza di te è morto ma, fa’ attenzione, continua a sanguinare. — E questo sangue, questo denso liquido scuro sa di te: ferro. Perché ferrea era la tua volontà di non tornare a noi, di continuare a non amarmi.

Il tuo cadavere
∃x(φ)

Non c’è bacio al di fuori dello spazio

Fu appena un attimo — io le carezzavo il volto e lei pose la sua mano dietro la mia nuca, facendola passare fra i capelli miei. Sapevamo già ciò che volevamo, ma non avevamo ancora il coraggio di dimostrarlo. Restammo qualche secondo fermi così, chiusi nel nostro mondo fatto di incertezze, paure, tensioni e pensieri. Lo sapevamo — eravamo l’uno l’intimo desiderio dell’altra. E io avevo voglia, avevo tanta voglia di lei. Del suo corpo che stringevo fra le mie braccia. E la baciai. La baciai come se quel bacio dovesse suggellare quella poco pudica voglia di fare l’amore — e lo facemmo, quel bacio fu quasi come fare l’amore. Fu quasi come morire — aritmia al ventricolo sinistro! Il cuore batteva quasi come se si stesse preparando a dare gli ultimi segnali di vita prima di godere di ogni singolo attimo, minuto e secondo di vera vita.
Qualcuno dirà che è stato solo un bacio. Ma per noi fu molto di più. Perché lei mi dava più tempo, con lei io assaporavo e godevo di ogni secondo che passavamo stringendo l’uno l’anima dell’altra. Ci sono regali che valgono più di altri — ci siamo regalati l’intensità. L’intensità del tempo. 
E mentre il nostro bacio riavvolgeva il tempo in sé stesso, noi diventavamo il nostro spazio — l’uno era lo spazio dell’altra. E se fuori dallo spazio non è possibile concepire nulla, così anche noi non eravamo concepibili e non avevamo esistenza al di fuori delle braccia dell’altro.

Non c’è bacio al di fuori dello spazio.
Non c’è bacio lontano da te.
Non c’è bacio senza di te.

∃x(φ)

Paura d’amore, amor di paura

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È così sottile lo strato tra amore e paura — la paura di perdersi, la paura di perderti. Eppure è proprio dalla loro unione che è possibile la cucitura fra le nostre metà. Perché tu hai impresso in me l’amore della paura ed io in te la paura dell’amore. O forse è stato esattamente l’inverso. Ed è davvero sottile ciò che unisce e ciò che separa — tutti ambiamo all’amore, ma tutti abbiamo paura di dimostrarlo. Tanto è intricata la questione dell’amore con quella della paura, che io stesso ho paura a scrivere articoli che parlano, che parlano di te — lo sai quanti problemi sorgono nella mia mente, eppure, ogni volta, tu riesci a risolverli. Tu sei la soluzione a tutti i miei problemi.


Un’imprecisata notte di ottobre

∃x(φ)

Hai aggiunto vita ai miei battiti

Hai dato senso a questa veglia. Hai dato senso alla mia vita. È come se ogni mio giorno avesse teso ad oggi — avesse teso a te. Come se la mia intera vita fosse sempre stata diretta ad incontrarti — il senso della mia vita, è tutto qui: il significato del mio passato è stato nell’aspettarti.
E se anche dovessi aspettarti tutta la vita, non ne avrei comunque una vita migliore? Una vita orientata a te, al bene? Sì, tu mi fai del bene perché mi fai stare bene. Ed io ti voglio bene, sempre o per sempre — che c’importa del tempo? Ormai il mio tempo ha già avuto una fine: il mio tempo è durato dalla prima volta che ti ho baciata fino alla volta in cui sei andata via.
Ricordami, ricordali quei giorni — saranno stati quelli i giorni del mio intero vissuto.

Hai aggiunto vita ai miei battiti.


Frammenti di cuore in una notte insonne. Frammenti di te.
Frammenti di un tempo lontano.
∃x(φ)

Ti ho amata, ti amerò

Sono morto — nessuno se n’è accorto però. La mia vita è durata così poco che ho appena avuto il tempo per sorridere e così tanto per soffrire. Ma ho vissuto, ho vissuto così tante vite in una sola che il tempo è divenuto l’accessorio esterno di una sola di esse: quella reale. Tutte le altre, tutte le altre vite non reali sono state le più vere però — perché la verità della vita è determinata dalla sua intensità e queste sono state le vite più intense, profonde, disordinate, soffocando nel tuo ricordo e nel mio rimorso.
Ho vissuto, ma ho vissuto con te.
Ho vissuto, ma ho vissuto per te.

Ti amo, ti amerò.
Tuo, M.


Lettera n. 46, 29 luglio 2016

∃x(φ)