Aforisma 23/02/2017

“Vengo sempre trattato come un problema e mai come un’opportunità”.


Era questo che sentivo. Era questo che avevo sentito e non smettevo di provare. Quanto sarebbe stato bello smettere di pensarci; di pensarti! Ed invece: per tutte le volte che io soffrivo, tu sorridevi. Ed io soffrivo di più — perché quel sorriso non era per me. E, oggi ne ho la conferma, non sarebbe stato per me.

La lontananza continua a ferire, ma ad ogni ferita che si riapriva ormai ho fatto il callo.

∃x(φx)

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Parole non dette

Nella mia immaginazione, lei era bellissima. Nella realtà, lo era di più. 
Non bastava — non avrei dovuto dirle solo che le volevo bene. Avrei dovuto aggiungere: “e non potrebbe essere diversamente!”
Ci sarebbe voluto impegno, un po’ più impegno da entrambe le parti — per ridere insieme di ciò per cui adesso tanto piangiamo ed io, io rimpiango.

Ho sbagliato tutto con te. Ti dico ora quello che avrei dovuto dirti tempo fa e, probabilmente, sto sbagliando anche adesso a dirti quello che non dovrei più dirti.


Tue parole, miei silenzi — 2014
∃x(φx)

Era Venezia, solo Venezia

Parte I – Troppo tempo fa

Era Venezia, era solo Venezia ed il luccichio della gente gli girava intorno. Era ovunque…e da nessuna parte. San Marco si ergeva maestoso a difendere una città che non aveva bisogno di protezioni, un mondo sommerso a metà che lo attaccava, che lo aggrediva fin dentro il ciclone più tempestoso del suo ultimo gradino di anima. Quell’anima che gli rimaneva, strappata da un amore pienamente vissuto ma a cui non era completamente sopravvissuto, quell’anima era il relitto di un uomo che stentava a vivere. Un uomo che avrebbe forse ancora una volta guardato sé stesso nella pozzanghera di San Marco e avrebbe visto, piuttosto che Venezia, il cuore pulsante della speranza. Sì, prima di tutto, egli avrebbe sperato; avrebbe amato.


Parte II – Oggi

Quanto avrebbe amato, l’avrebbe capito dopo — dopo di me. Sì, quell’uomo ero io. Dopo di me che cosa è rimasto? Dopo di me non sarebbe rimasto altro, non sarei rimasto io. Ma sarebbe rimasto questo scritto — un pezzo di tempo, un pezzo di felicità così soffice, soffice come neve che scompare al minimo contatto col corpo. Così è il presente: scompare così presto che non si fa in tempo a goderselo, e quando è passato è già un rimpianto.
Era Venezia, era solo Venezia. Ma per me fu il primo amore. Fu la prima volta che sentii battere il cuore.


Parte I – 17/5/2012

Parte II – 9/01/2017

∃x(φ)

Un mondo per noi

Emozioni. Emozioni forti. È questo di cui abbiamo bisogno io e te — ma non possiamo più provarlo insieme. La nostra condanna, il nostro tormento: restiamo la più forte emozione dell’altro, ma è poi nella distanza che percepiamo il nostro distacco.
Questo mondo non ci è bastato, ce ne sarebbero voluti quattro: uno per essere me, uno per essere te, uno per essere insieme e uno per il nostro amore.


Tu inventa il mondo per noi, perché quello esistente non ci appartiene. 
∃x(φ)

Il morto mi disapprova, ancora

Non ricordo neanche più quale fu la mia domanda, l’ultima domanda che gli fece ribollire il sangue. 
E questa è la parte peggiore, perché non ricordo neanche quale fu l’ultimo addio, l’ultimo nostro grande litigio.
So che fu la mia domanda, ma per quanto mi sforzi, io non riesco a ricordarne il contenuto. Lo so, so bene che cosa pensò: che ero un egoista irrispettoso, che non meritavo la sua compassione e nemmeno la sua bontà – perché se fino a quel momento io ero ancora qualcosa per lui, lo ero soltanto sulla base della sua bontà e della nostra parentela.
Poi mi guardò negli occhi, come un cacciatore minaccia la sua preda e mi disse: “Tu devi allontanarti, va’ via, allontanati da me – tu mi fai del male con la tua sola presenza da cane bastonato!”. Ed io, io ero totalmente distrutto. Il mondo intero mi cadde addosso. Sentivo il peso di una vita gravare sulle mie spalle. Non potevo fare nulla, potevo solo subire – era cocciuto, lo era sempre stato e non sarebbe cambiato per me. 
Mi guardò un’ultima volta, prima di chiudere gli occhi, e mi disse: “Tu sei la mia più grande delusione”. 
Bene. Ero la sua delusione. Ma per un attimo, per solo un singolo attimo, poteva almeno stare zitto!? Poteva almeno soltanto guardarmi dall’alto in basso senza impormi la vergogna come mia veste naturale!? Poteva almeno trapassare senza che il ricordo che avevo di lui fosse questo!? Senza che il suo ricordo indicasse il sublivello della mia esistenza!? No, non poteva, perché lui era il massimo, invece io, io ero solo lo sguattero di casa, il malriuscito di turno che tocca ad ogni specie. Io ero la delusione, appunto. Ed oggi? Che cosa mi ha lasciato quell’uomo? La delusione. Ha prosciugato la cassa segreta dei miei sogni, dissipandone i contenuti con la sua costante disapprovazione. Disapprovazione, sì, sapete cosa vuol dire? Significa essere di meno, essere di troppo, essere errati, essere possibilità irrealizzate, essere manchevole di spina dorsale. 
Perché? Perché gli anatemi che mi ha lanciato sono così evidenti sulla mia pelle? A volte vorrei solo scappare via, lontano e nella più completa solitudine. Scappare via, perché è questo che ho imparato a fare – d’altronde, la sua disapprovazione stava esattamente anche in ciò, nella mia mancanza di durezza, contro la mia fragile sensibilità. Non avrebbe mai compreso me, le mie ragioni, le ragioni del mio scrivere, le ragioni di questo blog – perché non poteva sopportarle, non poteva sopportarmi. E non avrebbe neanche compreso la mia fuga. La fuga da quei luoghi del ricordo, quei luoghi del passato in cui abitano le figure che ancora mi tormentano. 
Anche da morto, riesci a tormentarmi. 

Tempesta, allerta cardiaca

Ci sono piogge che lavano via i pensieri. Poi ci sono le mie, le mie piogge sono tempeste – tempeste di ricordi. Ogni ricordo è una goccia d’acqua gelata che solca il terreno ancora caldo del mio cuore.
Il mio cielo è nuvoloso ed ogni nuvola è un pensiero – pensiero di te, di lei.
Tempestosa, solleva gli angoli e le porte delle mie ferite.
La pioggia sferza, sferza la mia forza di volontà e non riesco a dimenticare neanche una goccia, non riesco più a non avere paura dei tuoni.
I lampi, questi sono il passato che mi perseguita. Ed i tuoni, i tuoni sono i pianti e le urla che ho gridato.
Mi perseguita, questo atmosferico passato intristisce il mio cuore e il battito rallenta – rallenta, perché sono lontano da chi me lo accelerava, perché sono lontano da chi era la tempesta della mia vita.
Perché l’allerta meteo non sarà mai più pericolosa dell’allerta cardiaca.