Riappropriamento di me

Percepisco un riappropriamento di me. Quando voi non ci siete, io percepisco qualcuno che è sempre stato qui, ma che da troppo tempo non veniva alla luce. Questo sono io — quello brutale, solitario, egoista, impassibile, quello al contempo fragile, triste, struggentesi, che si lamenta. Quando tu non ci sei, io sono veramente completo e sento che la mia vita torna ad essere la mia vita — sfilacciata da ciò che la appesantisce, ristorata nel suo originario punto di partenza, dove l’avevo lasciata, e pronta a ricominciare così come deve, così come può, così come il vento voleva. Perché la mia vita era una nuvola di probabilità e le sue incertezze mi rendevano libero. Ma ancor di più le sue certezze mi rendevano forte — questo devo essere: forte! Forte contro chiunque, forte contro la vita! E questo deve bastarmi, perché tutto il resto non è altro che un elettrone che compare e scompare a piacimento intorno al suo protone. Ma sono stanco di essere io quel protone, ora voglio sparire anch’io. Sparire dove dico io, come dico io. Non nel modo peggiore — la morte non mi merita ancora, perché alla vita non ho ancora restituito indietro tutto il male che mi ha fatto! —, bensì nel modo più crudele: nel privarvi di tutto ciò che eravate abituati ad avere di me — non “da me”, ma “di me”! Perché tutto il mio meglio, è diventato il vostro peggio. Perché tutto il bene che ho potuto farvi — per voi — non è altro che un’onta a ciò che non solo sono stato, ma soprattutto a ciò che sarei potuto essere.

Vi nascondete dietro una maschera di bambina bontà, ma il vostro male, seppur fatto per ignoranza, è stato più cattivo del mio bene fatto per ingenuità e del mio male fatto con volontà.


∃x(φx)
2017, luglio 11

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Continuo a non essere vero

Tutte le volte che litigavamo, poi mi nascondevo qui — in queste pagine che perdono il filo del discorso, un discorso agganciato solo dalla ferita che mi sono procurato. Adesso, come allora, sono qui. Ma con l’impressione di non doverti dedicare più alcuna parola.
Sì, scrivo esattamente per dire che voglio stare solo e lontano, che voglio il silenzio, che non voglio neanche più tentare infruttuosamente di salvarmi da solo, che voglio soltanto sprofondare dove nessuno possa vedermi così — ferito.
Nessuno dovrebbe vedermi quando piango. Faccio paura — no, non agli altri né a te; al massimo potrei suscitare pietà e dare ancora adito alle parole che mi tolgono il respiro. No. Faccio paura a me stesso. Mi fa paura dare conferma a tutto ciò che si dice contro di me. E così continuo a rintanarmi. Continuo a non essere vero.

– Continuo a non essere vero.
– Cioè?
– Continuo a non essere veramente felice. 


∃x(φx)

Analitica dell’ira

​Lo senti questo brivido che risale la schiena?! Lo senti questo respiro sempre più profondo?! Lo senti questo sguardo arcigno contro i tuoi occhi?!
Abituatici, si chiama rabbia. La rabbia uccide, uccide la gente. Perché ti consuma, non potendo sfogarla contro gli altri, la riversi su te stesso – in ogni caso, sempre e comunque, ovunque.
Quindi rinunciamo? Rinunciamo alla cattiveria e alla violenza? Certo che no! No! No, per Dio, no! 
Se la rabbia non esistesse, io non saprei più con quale Dio prendermela, quindi, grazie a Dio, sono arrabbiato! 

La senti crescere nelle ossa, dentro le ossa che spezza con la sua potenza. La rabbia è il Vesuvio pronto ad eruttare, è l’esplosivo che aspetta solo scintille per dare il via alla sua festa – alla sua festa di funerale! 
Non ti dirò “non arrabbiarti”, ti dico: arrabbiati, perché non ci sono vere vie d’uscita, eccetto il concedersi ad un’emozione così depredata e incompresa, eppure così essenziale. 
La rabbia è fra le emozioni più semplici da provare. 
E se non ti rimane più alcuna emozione, se sei diventato schiavo dell’apatia, allora stringiti a questa ultima dea, stringiti a questa falsa speranza – se non altro, è un ultimo modo di sentirsi vivi.