Per chi soffrire

Soffrire, soffrite pure per le persone se queste sono tanto speciali da meritare il vostro dolore. Ma ricordate sempre a voi stessi che non ha alcun senso soffrire per la persona sbagliata. Anche la sofferenza, come una delle più intime possibilità del nostro essere, è un dono che meritano pochi. Quei pochi che saranno sempre disposti a tornare — no, non sui propri passi, ma sulle proprie emozioni e sulle verità ancora non espresse.
Perché dico ciò? Perché la questione del “per chi” soffrire è intrinsecamente collegata con quella del “perché” soffrire. — Perché soffrire per chi non farebbe lo stesso per noi? Una domanda, questa, che rimanda già alla risposta: soffrire per chi per noi farebbe lo stesso.


∃x(φ(x))

Annunci

Crollo

Guarirò, sì, mi sono ripromesso che guarirò. Ma se devo promettermelo allora sono ancora malato. Non si esce, non va fuori da me, fuori di me. Sono questo e non posso cambiare. Sono tragedia pura, sono un disastro come uomo perché — sono inadeguato, sono sbagliato, sono fuori posto. Fuori posto perché il mio posto non è con te, non è con me, non è con loro — non sono con nessuno e preferirei non essere affatto. Ho così tanto desiderato la mia vita che ormai non la riconosco più: sono carne morta, scheletro senza ossa. Mi trascino. Ho le gambe corte perché non le ho mai usate — non ho mai saputo essere uomo e mai lo sarò. Perché crollo, frantumo in pezzi. Ma i veri uomini restano in piedi senza versare neanche una lacrima, sono corretti con tutti ed esercitano il loro autocontrollo sempre.
Come te papà.

Allora non lo sono, non sono un uomo! Non sarei un uomo, non sarei un buon padre, non sarei ciò che conta! Io non conto, allora tu lasciami stare — lasciami da solo perché: se dovessi crollare almeno non crollerei su di te.


Crollo, totale. Continuo a piangere per ciò che non so essere. Ecco cosa faccio, ecco cosa sono quando nessuno mi vede.

∃x(φ)

12 marzo 2016

Parte I, 12 marzo, ore 3-4

Eccomi, di nuovo qui — ancora qui. Non riesco più a sopportare la tua mancanza. Non riesco più a pensare neanche per un attimo che sia successo davvero, che ciò che più temevo mi abbia avvelenato la vita davvero. Non riesco più nemmeno a bere e, credimi, ho bevuto così tanto e così a lungo che, ormai, in tutte quelle birre pareva quasi di vedermi affogare — affogare nella tua saliva; era solo questo che volevo questa notte, volevo che ci fossi tu vicino a me e non la mia amica, non il mio amico, non i miei “fratelli” o le mie sorelle, non volevo nessuno, credimi — volevo solo te. Ti voglio, ti voglio ancora, ti voglio sempre. Perché al mio fianco, a fare la foto, pensavo a quanto avrei voluto ci fossi stata tu. Tu ed io, felici insieme. Perché questa sera avrei voluto regalarti il tuo diario, l’originale che avevo scritto a penna. Perché questa sera avrei voluto stringerti così forte e dormire con te, dormire e tenerti fra le mie braccia tutta la notte.
Eppure tutti dobbiamo tornare a casa, io sto tornando ora. Mi hanno lasciato qui, sotto il portone. Ma non sono tornato a casa, sono entrato e mi sono seduto sulle scale. Ora ti penso, ti sto pensando — perfino nelle scale del palazzo riesci a entrare di prepotenza nei miei pensieri più intimi; che dico? — tu sei il mio pensiero più intimo.


Parte II, 12 marzo, ore 23

Però oggi l’ho sentita di più, oggi ti ho sentita di più, oggi ho sentito di più il bisogno di averti vicina, perché è stato il mio compleanno. Ho aspettato fino alle quattro di notte che arrivassero i tuoi auguri, seduto sulle scale, ma ho aspettato inutilmente perché sono arrivati dopo, molto dopo. Il mio dopo era il tuo prima?
Quanto avrei voluto che mi regalassi la tua presenza, quanto avrei voluto che arrivasse un messaggio con scritto “Sto a Salerno”, quanto avrei voluto che mi cogliessi di sorpresa e venissi da me. Ho aspettato fino a tardi ma non è successo nulla. Nulla di quello che avevo immaginato e atteso per tutta la giornata. E così fu: il silenzio, io, il mio pianto nascosto. Forse avrei dovuto prendere il primo treno e venire a prenderti. Perché non l’ho fatto!? — Voglio venire a prenderti! Voglio venire da te! Non ce la faccio più a sopportare tutta questa mancanza, tutta questa lontananza!
Sono divenuto qualcosa di nuovo, qualcosa di tuo — il tuo ultimo ghigliottinato.


Il mio triste compleanno, 9 d.P.
∃x(φ)

Dov’è? – L’incolore!

Il colore! Sì, dov’è il colore!? Dov’è il colore intenso che rendeva più calde le mie giornate?! Dove si è nascosto l’amore che tingeva color sangue le mie pareti?! Dov’è finito il coraggio di fare, di fare tutto purché lo si faccia insieme!?
Dov’è?!
Dove sono? Dove sono io? Dove mi trovo?
E lei dov’è?
Il colore, ecco, è questo che conta, perché a nessuno piace vivere in bianco e nero — ed io sono o tutto bianco o tutto nero,ma sono le sfumature che mi mancano davvero, mi mancano come non mai.
Questa vita non è più neanche una buona tavolozza. Questa vita stringe nelle sue mani un pennello senza tempera e senza inchiostro: io, l’incolore, io sono questo pennello.
Dov’è? Dove sono?
È qui che la domanda logistica diventa questione identitaria. Il “dove” si trasforma in “chi”.
— Chi sono io? Chi sono ormai? Chi sono più?

Chi può dirmelo, se non tu?


Spiaggia alla Baia, 23 agosto, 01:12.

∃x(φ)

Mi manchi

La mancanza che posso urlare

Mi manchi. Mi manchi e vorrei urlarlo al mondo, ma non a te. Mi manchi e non c’è un perché. E se anche ci fosse, tu vorresti conoscerlo questo perché?
Quanto è difficile dirsi certe parole, certe parole che, invece, romperebbero i muri che abbiamo innalzato l’uno contro l’altro — muri che poi sono stati costruiti su quelle fondamenta che noi eravamo l’uno per l’altro.
Mi manchi e voglio urlare! Mi manchi e sento i muscoli irrigidirsi, perché non si urla soltanto con la voce, si urla la propria tristezza anche col corpo.


La mancanza che ci mangia

Sì, ora lo sai, ma lo sapevi già — mi manchi. Perché ogni giorno non è più lo stesso, ogni desiderio non si è mai spento, ogni mancanza non è mai scaduta nella noncuranza.
E se ne sente il bisogno, di te se ne sente il bisogno, perché mi sembra che un pezzo di me mi sia stato strappato e lasciato via. Perché ci siamo dilaniati, ma abbiamo conservato l’uno la tagliata dell’altro. E allora mangiami, mangiami e assaporami! Bisogna restare cannibali, bisogna mangiarsi a vicenda finché c’è emozione, finché c’è ardore, finché c’è amore.


La mancanza da cui vorrei guarirti

Ma questa è solo lirica, perché l’emozione è fuggita via con te. Le vedo ancora, tutte le mie emozioni, proprio lì tra le tue mani. E allora tienile, custodiscile per me, ché magari possono tornare un po’ anche a te. Perché non mi è mai interessato di me. Mi interessa di te. Perché — giuro — se ne avessi ancora, io mi priverei di tutte le mie emozioni e le regalerei a te, una ad una. Perché tu meriti di più, tu meriti tutto quello che io non ho e che, se avessi, pur ti darei. — Ti donerei tutto ciò che conta, nonostante me stesso. Ti donerei la felicità; anche la mia felicità.


Panchina sotto casa, ore 1:24, non un giorno qualunque.
Una notte in cui mi manca di più.
Dio!, quanto mi manca!
∃x(φ)

Devo lasciarti andare

“Basta così. Ti prego perdonami, perdonami, ma devo lasciarti andare. Devo. Devo andare avanti, non posso continuare a tenerti nella mia vita. Lo sai, lo so: sono fatto così, soffro tanto e nel modo peggiore. Il dolore non andrà via, ma forse questo è il modo migliore per tenerlo, per sopportarlo. Mi hai detto che se avessi avuto bisogno di te, avrei potuto contare sulla tua presenza, ma io non posso più accettarlo.
Non ce la faccio, devo andare avanti, perdonami, continua a perdonarmi ti prego, non smettere di perdonarmi.
Non voglio essere ancora un peso, non voglio essere il tuo peso – devo lasciarmi andare, devi lasciarmi andare. Andiamo.
Perdonami, continua a perdonarmi. Sempre”.