Vuoto.

Devo farmi qualcosa di buono, devo darmi qualcosa così. Perché sono stanco. Ma non è stanchezza quella che pervade il mio corpo o la mia mente, è un senso di vuoto. Di asfissia. Di allergia — allergico a me stesso fino al massimo grado, fino al punto da soffocare della mia presenza e della sua assenza.
Sono vuoto. Sento il peso di questo vuoto gravare —su cosa?, mi chiedesti— sulla mia felicità, ti risponderei. Ti risponderei ancora.

Vuoto. Solo. Schiacciato. — Tutto questo, una volta e ancora una volta ancora.
∃x(φ)

Al prezzo della solitudine

Ne sentivo l’esigenza, sentivo l’esigenza di essere diverso. Ma la diversità non sarebbe caduta tra le mie braccia, tra le mie arterie, tra le mie ossa come un dono — sarebbe stata sofferta, dolorosa, patita, pentita. Sì, me ne sono pentito — la diversità sarebbe stata conquistata pagando un amaro prezzo: al prezzo della solitudine. Ma fu una trappola, perché la solitudine portava con sé verità e verità fu che quel giorno la vita scorse più lentamente, più opaca, più autoreferenziale — che cos’è, ognuno di noi, se non la vita che glorifica se stessa?
Ma qui stava la trappola di una solitudine che non esitava a diventare sola sempre più sola: io, solitario, ero un’offesa alla vita stessa — perché non aprivo nuove possibilità, perché ero un atto finito; chiusura esistenziale — ero chiuso esistenzialmente, fuori da ogni posto, fuori di me. Raggiunto da pochi, da quei pochi che sanno essere nessuno come me. 

Fuori e basta, fuori di testa.


∃x(φ)

Chiuso, dentro di me

È che alla solitudine ci si fa l’abitudine. Non è vero che è bella, non è vero che è comoda. Semplicemente si ricomincia a stare bene — non felici però. Esser felice poi, io non lo sono e non mi interessa più esserlo. Perché ho rinunciato a tutto, ho rinunciato a me. Ho rinunciato alla parte migliore di me — ora voglio soltanto sopravvivere, cacciare fuori tutto il mio egoismo e dire ancora una volta al mondo: «andate via, voglio restare con me!». Forse ad andare via non dovrebbe essere il mondo, dovrei essere io.

Vado via. Non cercatemi, sarò dove piovono i pensieri — dentro di me.


Non fa male il dolore, ma la realtà del dolore. 
∃x(φ)

Una notte diversa

La bocca era arida, il calore affondava le sue mani di fuoco nel mio petto. Tutto stringeva, tutto era troppo stretto. Accaldato, lo ero da morire.
Lasciai che il respiro facesse il suo corso, sempre più profondo, sempre più pesante. Ero pronto a implodere.
Il mio unico conforto era l’ombra della notte, di una notte che sembrava fresca al tatto e alla vista.
Allungai il braccio fuori dal letto cercando la borraccia. Non vidi nulla. Non c’era nulla. Come avevo potuto dimenticare la mia borraccia verde? Come avevo potuto perderla, almeno per quella notte — per questa notte? Mi sembrò una piccola tragedia, ma si rivelò, poi, un’opportunità per passare una notte diversa. Deciso ad alzarmi, corsi a prendere un bicchiere d’acqua in cucina. Poi non tornai a letto, no, no…per niente. Rimasi fuori al terrazzo. Ammiravo le stelle, la Luna e il grande pino davanti casa. Era tutto così tranquillo, tutto così rumorosamente silenzioso. Sperimentai la libertà della vita notturna, la libertà di una vita non costruita ma vissuta, la libertà di un gatto che supera recinzioni e barricate pur di raggiungere un muretto ad altri inaccessibile — quanto avrei voluto essere quel gatto anch’io!
Rimasi qui, sotto le stelle. Contemplando l’infinito dell’Universo e l’infinito che mi portavo dentro. Una notte magica, perché mi sembrava che la solitudine, per la prima volta dopo tanto tempo, fosse mia amica. Mi sembrava di essere rinato, quasi rigenerato.

Decisi che era l’ora di un buon tè e che la mia notte non sarebbe finita nel banale addormentarsi in un letto che sembrava per lo più una fornace. Aspettando che il tè fosse pronto, presi il diario — scrissi: di lei, di me, di tutti e tutto. Tra un sorso ed una macchia d’inchiostro si consumava la mia notte ed io con essa.


Sono ancora qui, sulla terrazza davanti al mio pino. Ore 2:43-5:57.
∃x(φ)

Piansi. Non chiedermi perché. 

Quella sera guidai, ero fuori città e non volevo tornare a casa. C’era troppo rumore per tornare. Decisi che la mia serata sarebbe diventata una nottata. Non volevo e non voglio tornare. Entrai in auto e guidai. Entrai in auto e gridai. Perché quando sei in auto ti sembra che nessuno possa invadere i tuoi spazi. Guidavo, ma guidavo verso me stesso. Senza meta, senza senso, senza nessuno. Eravamo solo io e quel senso di inquietudine che ti colpisce proprio quando pensi di esserne uscito — non solo il passato, ma anche il presente sa fare male. Quell’inquietudine mi seguiva e mi perseguitava.
Guidai così tanto che, ormai, potevo a stento discernere il sottile strato tra follia e sensatezza che distingueva il mio girovagare. Ero solo e per la solitudine cominciai a parlare con me stesso, contro me stesso. Imprecando. E avevo una gran voglia, una gran voglia di piangere.
Decisi di passare la notte su una delle mie panchine e andai al porto — si trova facilmente parcheggio lì. Parcheggiai, ma non scesi dall’auto. Rimasi lì, semplicemente. Ero al sicuro e nessuno mi guardava, ma non mi sentivo sicuro. Abbassato lo schienale e rannicchiatomi, piansi. Sì. Piansi senza far rumore perché nessuno doveva sentirmi, nessuno doveva vedermi. Ero solo e non avevo nessuno a cui appoggiarmi. Ero rimasto solo ed era quello che forse volevo — no, non lo volevo e non lo voglio. Dovevo sbrigarmela da solo.
La strada era deserta — quanti pazzi pensi ci potessero essere alle 4 di notte qua giù, tra ratti e gatti? —. Asciugai le lacrime con le mani, presi una radice di liquirizia dal pacchetto che avevo comprato il giorno prima e la masticai osservando il cielo. Magari stava guardando le stelle anche lei? No, forse le stava sognando. Io di sicuro la sognavo sul sedile affianco a me.
Non volevo scendere dall’auto. Avevo paura del mondo là fuori, avevo paura del mondo vero, del mondo dei fatti che mi fanno male — e mi fa ancora paura. Tanta paura. Compresi che questo è un mondo che non ha alcun riguardo per me, è un mondo che non si cura della mia felicità. 
Ed anche se avevo parcheggiato da più di un’ora ormai, io stavo ancora guidando. Guidando me stesso. Ma per dove? Verso dove? O meglio, verso chi?
Decisi che era ora di tornare, ché nessuno mi avrebbe contattato alle 5:39 del mattino chiedendomi “come stai?”. Diedi un ultimo sguardo al cellulare e decisi che dovevo tornare, perché la sensatezza si stava trasformando in follia. Scappai via, correndo come se stessi scappando da qualcosa o da qualcuno. Scappai, ma al porto non lasciai nulla dietro: portai con me inquietudine, paura, tristezza, solitudine, disillusioni, immagini, pensieri fissi.
Chi vuoi che possa capirti? Chi vuoi che possa guidarti verso te stesso? Chi vuoi che ti accetti?

– Pensa a sterzare, ché al cambio ci penso io.


In auto, davanti alla panchina del porto.
∃x(φ)

Maledetto e consumato

La verità è che non ce la fai più. Non ce la fai più e ti basta anche una foto, una vecchia foto, una canzone o un diario nascosto in un luogo che conosci soltanto tu a far riaffiorare la stessa disperazione, la nostalgia, il pianto ed il rimpianto – perché, guardandoti indietro, riconosci a te stesso che qualcosa di più poteva accadere, qualcosa di semplicemente diverso, perché, si sa, non c’è niente di male nel combattere per ciò che si ama.
Così, resti trafitto dal passato: maledetto e consumato, logorato.
E non ce la fai, continui a non farcela. Speri sempre di rialzarti, ma non basta, non basta niente. Una partita a calcetto, gli studi, le serate fra amici, giocare col cane, tutto questo è appena sufficiente a fungere da anestetico contro il dolore – ma gli effetti analgesici hanno durata breve, troppo breve ed io non sono un drogato; la mia droga era altra e quella droga mi ha maledetto e consumato.
Maledetto, consumato.

Pezzi di me, lungo te

Ci sono pezzi di storia che non riescono mai ad essere dimenticati, così come ci sono storie che non dovrebbero essere mai raccontate. La mia storia? Forse appartiene alle innominabili. Forse il silenzio è un padre che acconsente ad ogni buffonata delle sue fonetiche figlie — le parole, in fondo, non sono figlie del silenzio? —. Ed è così che va, è così che va sempre a finire, ma questa volta lo sento di più; ci sono pezzi: pezzi di me, lungo di te. Mi porti addosso, non te ne accorgi, ma sono già lì. Sono già lì per te, ad ogni problema, ad ogni difficoltà, perché se potessi, io lastricherei queste strade del sangue e delle ossa di quegli stessi ostacoli che hai difronte — per poter costruire il tuo corridoio verso la felicità.