Persone che mancano, persone mancate

«Ricordati, ti prego, ricordati di noi. Ricordati di me». È così che dovrebbe risuonare un addio, ma non è mai così, non lo è mai perché gli umori non sono mai alla stessa altezza. C’è chi in sottofondo, dove non ascolta nessuno, provava e continua a provare rancore e chi, invece, ancora ad alta voce sarebbe capace di dire: «Ti voglio bene, ancora!». Io sono sempre stato questo secondo tipo di persona — di persona mancata! È difficile essere me? Non lo so. E se nemmeno io posseggo una risposta ad una tale domanda, chi potrebbe mai averla per me?
— Sì, è difficile sopportare la mancanza, ma ancor più difficile è sapere che manchi. Che manchi a qualcuno. Perché, in fondo, un po’ colpevole ti senti. Indirettamente, ti sembra ugualmente di ferire l’altro —
Ma forse è così che doveva accadere. Perché i veri adii non sono tra persone che non si sono mai appartenute. I veri addii sono tra persone che si mancano. E continueranno a mancarsi. — E allora qual è il senso dell’addio?! Dov’è il tuo addio?! Esiste un addio?! Adesso, un addio non c’è.


Giorno: uno qualsiasi d’agosto. Orario: quasi l’alba.
Luogo: Panchina davanti al porto.
∃x(φ)

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La tua ombra su di me

È questo tempo, lo sai meglio di me, è questo tempo che ci avvicina. Perché questa pioggia non è altro che tutte le lacrime che abbiamo versato l’uno per l’altra. E guarda, guarda: quanto piove? Tanto! Come piove? Come se il cielo fosse stato squarciato in due — così i nostri cuori: spezzati. Però tranquilla, se qualcuno dovesse guardarmi il cuore, ti riconoscerebbe — è rimasta l’ombra della metà che era tua.

 

Debolezze quotidiane

Ma io, io semplicemente ricerco qualcosa che non esiste più. Mi trascino in un oceano di superficiali millanterie per nascondere la piatta profondità del mio cuore. Mi trascino in questa tempesta di ricordi. Già, perché ad un uomo occorre molto per essere felice, ma basta poco, davvero poco per essere infelice. Basta una mancanza alla quale pare non abituarcisi mai per rendere ogni giorno una piccola punizione quotidiana. Basta il non esserci di chi è già pronto a dirti “ci vediamo dall’altra parte del dolore” e rincarare involontariamente la dose della tua disillusione davanti ad una realtà che non è all’altezza dei tuoi sogni. 

E soffriamo peggio. Soffriamo di più, con la speranza che un giorno le cose vadano meglio. Ma qui ad andare meglio è solo l’infelicità che ogni giorno diventa più solida, più costante, più stabile, più forte – più forte di me. E tu? No, tu sei più forte di me.

Piansi. Non chiedermi perché. 

Quella sera guidai, ero fuori città e non volevo tornare a casa. C’era troppo rumore per tornare. Decisi che la mia serata sarebbe diventata una nottata. Non volevo e non voglio tornare. Entrai in auto e guidai. Entrai in auto e gridai. Perché quando sei in auto ti sembra che nessuno possa invadere i tuoi spazi. Guidavo, ma guidavo verso me stesso. Senza meta, senza senso, senza nessuno. Eravamo solo io e quel senso di inquietudine che ti colpisce proprio quando pensi di esserne uscito — non solo il passato, ma anche il presente sa fare male. Quell’inquietudine mi seguiva e mi perseguitava.
Guidai così tanto che, ormai, potevo a stento discernere il sottile strato tra follia e sensatezza che distingueva il mio girovagare. Ero solo e per la solitudine cominciai a parlare con me stesso, contro me stesso. Imprecando. E avevo una gran voglia, una gran voglia di piangere.
Decisi di passare la notte su una delle mie panchine e andai al porto — si trova facilmente parcheggio lì. Parcheggiai, ma non scesi dall’auto. Rimasi lì, semplicemente. Ero al sicuro e nessuno mi guardava, ma non mi sentivo sicuro. Abbassato lo schienale e rannicchiatomi, piansi. Sì. Piansi senza far rumore perché nessuno doveva sentirmi, nessuno doveva vedermi. Ero solo e non avevo nessuno a cui appoggiarmi. Ero rimasto solo ed era quello che forse volevo — no, non lo volevo e non lo voglio. Dovevo sbrigarmela da solo.
La strada era deserta — quanti pazzi pensi ci potessero essere alle 4 di notte qua giù, tra ratti e gatti? —. Asciugai le lacrime con le mani, presi una radice di liquirizia dal pacchetto che avevo comprato il giorno prima e la masticai osservando il cielo. Magari stava guardando le stelle anche lei? No, forse le stava sognando. Io di sicuro la sognavo sul sedile affianco a me.
Non volevo scendere dall’auto. Avevo paura del mondo là fuori, avevo paura del mondo vero, del mondo dei fatti che mi fanno male — e mi fa ancora paura. Tanta paura. Compresi che questo è un mondo che non ha alcun riguardo per me, è un mondo che non si cura della mia felicità. 
Ed anche se avevo parcheggiato da più di un’ora ormai, io stavo ancora guidando. Guidando me stesso. Ma per dove? Verso dove? O meglio, verso chi?
Decisi che era ora di tornare, ché nessuno mi avrebbe contattato alle 5:39 del mattino chiedendomi “come stai?”. Diedi un ultimo sguardo al cellulare e decisi che dovevo tornare, perché la sensatezza si stava trasformando in follia. Scappai via, correndo come se stessi scappando da qualcosa o da qualcuno. Scappai, ma al porto non lasciai nulla dietro: portai con me inquietudine, paura, tristezza, solitudine, disillusioni, immagini, pensieri fissi.
Chi vuoi che possa capirti? Chi vuoi che possa guidarti verso te stesso? Chi vuoi che ti accetti?

– Pensa a sterzare, ché al cambio ci penso io.


In auto, davanti alla panchina del porto.
∃x(φ)

Dov’è? – L’incolore!

Il colore! Sì, dov’è il colore!? Dov’è il colore intenso che rendeva più calde le mie giornate?! Dove si è nascosto l’amore che tingeva color sangue le mie pareti?! Dov’è finito il coraggio di fare, di fare tutto purché lo si faccia insieme!?
Dov’è?!
Dove sono? Dove sono io? Dove mi trovo?
E lei dov’è?
Il colore, ecco, è questo che conta, perché a nessuno piace vivere in bianco e nero — ed io sono o tutto bianco o tutto nero,ma sono le sfumature che mi mancano davvero, mi mancano come non mai.
Questa vita non è più neanche una buona tavolozza. Questa vita stringe nelle sue mani un pennello senza tempera e senza inchiostro: io, l’incolore, io sono questo pennello.
Dov’è? Dove sono?
È qui che la domanda logistica diventa questione identitaria. Il “dove” si trasforma in “chi”.
— Chi sono io? Chi sono ormai? Chi sono più?

Chi può dirmelo, se non tu?


Spiaggia alla Baia, 23 agosto, 01:12.

∃x(φ)

Mi manchi

La mancanza che posso urlare

Mi manchi. Mi manchi e vorrei urlarlo al mondo, ma non a te. Mi manchi e non c’è un perché. E se anche ci fosse, tu vorresti conoscerlo questo perché?
Quanto è difficile dirsi certe parole, certe parole che, invece, romperebbero i muri che abbiamo innalzato l’uno contro l’altro — muri che poi sono stati costruiti su quelle fondamenta che noi eravamo l’uno per l’altro.
Mi manchi e voglio urlare! Mi manchi e sento i muscoli irrigidirsi, perché non si urla soltanto con la voce, si urla la propria tristezza anche col corpo.


La mancanza che ci mangia

Sì, ora lo sai, ma lo sapevi già — mi manchi. Perché ogni giorno non è più lo stesso, ogni desiderio non si è mai spento, ogni mancanza non è mai scaduta nella noncuranza.
E se ne sente il bisogno, di te se ne sente il bisogno, perché mi sembra che un pezzo di me mi sia stato strappato e lasciato via. Perché ci siamo dilaniati, ma abbiamo conservato l’uno la tagliata dell’altro. E allora mangiami, mangiami e assaporami! Bisogna restare cannibali, bisogna mangiarsi a vicenda finché c’è emozione, finché c’è ardore, finché c’è amore.


La mancanza da cui vorrei guarirti

Ma questa è solo lirica, perché l’emozione è fuggita via con te. Le vedo ancora, tutte le mie emozioni, proprio lì tra le tue mani. E allora tienile, custodiscile per me, ché magari possono tornare un po’ anche a te. Perché non mi è mai interessato di me. Mi interessa di te. Perché — giuro — se ne avessi ancora, io mi priverei di tutte le mie emozioni e le regalerei a te, una ad una. Perché tu meriti di più, tu meriti tutto quello che io non ho e che, se avessi, pur ti darei. — Ti donerei tutto ciò che conta, nonostante me stesso. Ti donerei la felicità; anche la mia felicità.


Panchina sotto casa, ore 1:24, non un giorno qualunque.
Una notte in cui mi manca di più.
Dio!, quanto mi manca!
∃x(φ)

In ricordo della mia felicità

Tutti consideriamo il passato determinato semplicemente dal fatto che è avvenuto; se non fosse per l’inconveniente che la memoria funziona all’indietro e non in avanti.

Bertrand Russell

Ci sono persone che ti rendono felice, da queste persone non puoi tornare indietro. Ti marchiano senza volerlo, perché sono persone così rare che non puoi non innamorartene, ci cadi dentro completamente ed ogni loro aspetto, negativo o positivo, non lo ritrovi in nessun altro. — Nessun’altra è pura chimica, nessun’altra è fusione, perché con lei percepivi la tua esistenza più bella.
Possono passare mesi, forse anche anni, ma quel tipo di persona la porti dentro di te. Può passare tanto tempo ma, ogni volta che la rivedi, ti sembra sia appena passato un giorno — perché, per te, tutto è lo stesso: le emozioni, i pensieri, le condizioni, i sorrisi, quella felicità che dura appena il tempo in cui c’è lei e poi…poi muore di nuovo.
Si dovrebbe accettare la fine quando fa più male, ma è proprio quando fa più male che senti il bisogno che quella persona resti, resti molto vicino. Perché, nonostante tutto, è proprio lei e soltanto lei l’unica in grado di poter lenire il tuo dolore, la sua mancanza, la vostra distanza, la mia vita che non si vive, la nostra tristezza.

8 agosto, Panchina al Castello Arechi, ore 18:34
∃x(φ)

Maledetto e consumato

La verità è che non ce la fai più. Non ce la fai più e ti basta anche una foto, una vecchia foto, una canzone o un diario nascosto in un luogo che conosci soltanto tu a far riaffiorare la stessa disperazione, la nostalgia, il pianto ed il rimpianto – perché, guardandoti indietro, riconosci a te stesso che qualcosa di più poteva accadere, qualcosa di semplicemente diverso, perché, si sa, non c’è niente di male nel combattere per ciò che si ama.
Così, resti trafitto dal passato: maledetto e consumato, logorato.
E non ce la fai, continui a non farcela. Speri sempre di rialzarti, ma non basta, non basta niente. Una partita a calcetto, gli studi, le serate fra amici, giocare col cane, tutto questo è appena sufficiente a fungere da anestetico contro il dolore – ma gli effetti analgesici hanno durata breve, troppo breve ed io non sono un drogato; la mia droga era altra e quella droga mi ha maledetto e consumato.
Maledetto, consumato.

Marciume dentro

Non volevo essere drastico, non volevo distruggere quella vacua sanità che mi ero costruito. Ma l’ho fatto. Ho dovuto.
Forse questa è la scusa di tutti i malati, i malati di cuore – ma io non sono solo questo, io sono marcio dentro, sono marcito.
Questa è la mia maledizione, il mio panico notturno che mi tiene sveglio ogni notte. Quelli come me hanno paura e avranno sempre paura di ciò che meglio conoscono: il proprio mostro. E questo mostro ha un nome: ego.
Perché si fa presto a ritenermi presuntuoso, egocentrico, saccente. Troppo presto, tanto presto da apparire io stesso a me stesso più vero come menzogna che come verità nascosta – devo ricordarmelo costantemente: io sono una verità nascosta, sono vero più vero!
Ma chi ti de-limita, non ti conosce.
Il mio marciume mi ha composto, sono già scaduto e puzzo già di cibo avariato – il lezzo lo sento io e soltanto io, soprattutto io.

Ma forse non tutto è perduto…forse bisogna aver tempo. Forse bisogna spostare la data di scadenza ancora un altro po’, ancora più in là…