Tenere la corda

Lo sapevamo entrambi — stavamo stretti, ci stavamo troppo stretti. E allora hai preferito allentare la corda. Perché, si sa, tenere la corda mentre ti scivola per le mani fa male. A furia di tenere la corda, quelle piccole mani hanno iniziato a bruciare: rosso fuoco.
Ma la colpa è stata mia — perché avrei dovuto tenerti per mano e tenere la corda, tenere la corda per tutti e due. 


Luglio, 2016
∃x(φx)

Vuoto.

Devo farmi qualcosa di buono, devo darmi qualcosa così. Perché sono stanco. Ma non è stanchezza quella che pervade il mio corpo o la mia mente, è un senso di vuoto. Di asfissia. Di allergia — allergico a me stesso fino al massimo grado, fino al punto da soffocare della mia presenza e della sua assenza.
Sono vuoto. Sento il peso di questo vuoto gravare —su cosa?, mi chiedesti— sulla mia felicità, ti risponderei. Ti risponderei ancora.

Vuoto. Solo. Schiacciato. — Tutto questo, una volta e ancora una volta ancora.
∃x(φ)

La vita, la rabbia

Io tremo, vibro, mi scuoto — sento ogni muscolo delle mie braccia fremere quando litighiamo. Il mio respiro diventa così profondo e pesante che mi sembra di sentire il ruggito di una belva dentro i miei polmoni. È la vita, è la rabbia. Mi ripeto che di questo non ne ho bisogno, che di questo tipo di vivere non ho bisogno, che di te non ne ho bisogno. Eppure resto un bugiardo: perché di te ho bisogno almeno per questo — per sentirmi forte, avido, cattivo. Sono queste le cose, le ultime cose che mi fanno sentire speciale, unico, vitale!
La vitalità, sai cos’è? Un pullulare di emozioni — quindi se l’ultima emozione che mi è rimasta è la rabbia, allora questa mi rende vivo ed è l’essenza del mio trascinarmi avanti. Ne è l’essenza. La vita, la rabbia. 


∃x(φx)

Avrei fatto tutto, o niente

Era così con te — ed è così che è andata. Avrei fatto tutto, o non avrei fatto niente. Non c’è mai stata una via di mezzo. Perché nel mezzo potevano esserci tutti, tutti coloro la cui sostituzione per il mio ruolo non avrebbe creato alcuna discrepanza, alcuna lacuna nella tua vita. Ma io, io volevo essere unico per te come tu lo eri per me. Volevo guardassi verso di me e non vedessi solo uno dei tanti, ma il tanto di uno — il tanto che ho fatto, che faccio e che continuerei a fare. Era questo che dovevi vedere di me: non le parole, ma i gesti che raccontavano le mie parole.

Avrei fatto tutto, o niente. T’avrei detto che ti amavo, o sarei rimasto in silenzio. T’avrei abbracciata così stretta da rompere le mie braccia ma non il tuo corpicino, o sarei rimasto a braccia conserte. T’avrei baciata, o mi sarei morso le labbra. T’avrei vissuta, o mi sarei ucciso.


∃x(φ)

Continuo a non essere vero

Tutte le volte che litigavamo, poi mi nascondevo qui — in queste pagine che perdono il filo del discorso, un discorso agganciato solo dalla ferita che mi sono procurato. Adesso, come allora, sono qui. Ma con l’impressione di non doverti dedicare più alcuna parola.
Sì, scrivo esattamente per dire che voglio stare solo e lontano, che voglio il silenzio, che non voglio neanche più tentare infruttuosamente di salvarmi da solo, che voglio soltanto sprofondare dove nessuno possa vedermi così — ferito.
Nessuno dovrebbe vedermi quando piango. Faccio paura — no, non agli altri né a te; al massimo potrei suscitare pietà e dare ancora adito alle parole che mi tolgono il respiro. No. Faccio paura a me stesso. Mi fa paura dare conferma a tutto ciò che si dice contro di me. E così continuo a rintanarmi. Continuo a non essere vero.

– Continuo a non essere vero.
– Cioè?
– Continuo a non essere veramente felice. 


∃x(φx)

Era Venezia, solo Venezia

Parte I – Troppo tempo fa

Era Venezia, era solo Venezia ed il luccichio della gente gli girava intorno. Era ovunque…e da nessuna parte. San Marco si ergeva maestoso a difendere una città che non aveva bisogno di protezioni, un mondo sommerso a metà che lo attaccava, che lo aggrediva fin dentro il ciclone più tempestoso del suo ultimo gradino di anima. Quell’anima che gli rimaneva, strappata da un amore pienamente vissuto ma a cui non era completamente sopravvissuto, quell’anima era il relitto di un uomo che stentava a vivere. Un uomo che avrebbe forse ancora una volta guardato sé stesso nella pozzanghera di San Marco e avrebbe visto, piuttosto che Venezia, il cuore pulsante della speranza. Sì, prima di tutto, egli avrebbe sperato; avrebbe amato.


Parte II – Oggi

Quanto avrebbe amato, l’avrebbe capito dopo — dopo di me. Sì, quell’uomo ero io. Dopo di me che cosa è rimasto? Dopo di me non sarebbe rimasto altro, non sarei rimasto io. Ma sarebbe rimasto questo scritto — un pezzo di tempo, un pezzo di felicità così soffice, soffice come neve che scompare al minimo contatto col corpo. Così è il presente: scompare così presto che non si fa in tempo a goderselo, e quando è passato è già un rimpianto.
Era Venezia, era solo Venezia. Ma per me fu il primo amore. Fu la prima volta che sentii battere il cuore.


Parte I – 17/5/2012

Parte II – 9/01/2017

∃x(φ)

Hai aggiunto vita ai miei battiti

Hai dato senso a questa veglia. Hai dato senso alla mia vita. È come se ogni mio giorno avesse teso ad oggi — avesse teso a te. Come se la mia intera vita fosse sempre stata diretta ad incontrarti — il senso della mia vita, è tutto qui: il significato del mio passato è stato nell’aspettarti.
E se anche dovessi aspettarti tutta la vita, non ne avrei comunque una vita migliore? Una vita orientata a te, al bene? Sì, tu mi fai del bene perché mi fai stare bene. Ed io ti voglio bene, sempre o per sempre — che c’importa del tempo? Ormai il mio tempo ha già avuto una fine: il mio tempo è durato dalla prima volta che ti ho baciata fino alla volta in cui sei andata via.
Ricordami, ricordali quei giorni — saranno stati quelli i giorni del mio intero vissuto.

Hai aggiunto vita ai miei battiti.


Frammenti di cuore in una notte insonne. Frammenti di te.
Frammenti di un tempo lontano.
∃x(φ)

Ti ho amata, ti amerò

Sono morto — nessuno se n’è accorto però. La mia vita è durata così poco che ho appena avuto il tempo per sorridere e così tanto per soffrire. Ma ho vissuto, ho vissuto così tante vite in una sola che il tempo è divenuto l’accessorio esterno di una sola di esse: quella reale. Tutte le altre, tutte le altre vite non reali sono state le più vere però — perché la verità della vita è determinata dalla sua intensità e queste sono state le vite più intense, profonde, disordinate, soffocando nel tuo ricordo e nel mio rimorso.
Ho vissuto, ma ho vissuto con te.
Ho vissuto, ma ho vissuto per te.

Ti amo, ti amerò.
Tuo, M.


Lettera n. 46, 29 luglio 2016

∃x(φ)

Risorgere

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Io non grido. Il rumore della morte è il silenzio.
Ed io sono morto — non mi vedi, non lo vedi ma è già così, perché mi trascino, mi costringo ad andare avanti ma sono rimasto indietro. Proprio come un morto, io sono rigido e tutto ciò che è rigido è freddo — senza te, sento il freddo addosso.
Io, io sono un corpo in consunzione — consumo me stesso, tra melanconie e paranoie, divoro la mia razionalità nel ciclo dei pensieri che ogni notte mi tengono sveglio. I miei pensieri mi divorano.
Che cosa sto facendo? Quanta vita ho perso perché non riesco a risorgere? — 8 mesi, sono nel sepolcro da otto mesi ma, in fondo, chi ha mai detto che si debba risorgere necessariamente entro i primi tre giorni?

Risorgere — questa è, e deve essere, la mia parola. — Lo sarà?


12 ottobre 2016, Università di Salerno.
∃x(φ)

Io sono qui, dove sei tu

Ma io sono qui! Sono qui! Non dirmi che non mi vedi, no, dimmi che mi vedi, dimmi che mi guardi, dimmi che sai esattamente cosa sono. Non lasciarmi. Dimmi che ci sei, dimmi che mi fissi, dimmi che mi vuoi. Dimmi che sai esattamente cosa vuoi.
Io sono qui, dove sei tu. Sotto i riflettori, sotto lo spazio pubblicitario — io sono questo spazio e lo sono diventato ora.
Salvami, scrivi.
Sto urlando, sto urlando da così tanto tempo — non contro di te, ma per te. Sappi solo questo, impara da me soltanto questo.
Dimmi che sei già in piedi, dimmi che non hai dormito, dimmi che sei in cammino — verso di me. La meta la conosci, la conosci bene. Ed il sentiero è il tuo corpo, la mappa del mio essere. Saprai dove andare, lo tieni scritto dentro — mi tieni scritto dentro.
E potrai girovagare e girerai e non ti fermerai e farai la più imponente scoperta della tua vita, che: io sono qui, proprio dove sei tu.


∃x(φ)